La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



martedì 11 settembre 2018

Capestrano AQ

Capestrano sul suo colle è un balcone sulla valle del Tirino. Le massicce mura del castello Piccolomini dominano il borgo.
In basso i filari dei vigneti si stendono verso nord e, al di là dello stradone, il laghetto di Capo d'Acqua, accanto alle sorgenti del fiume, brilla come uno specchio posato sulla piana.
Una brutta cava di ghiaia fa macchia. Poco oltre sono i primi contrafforti del massiccio del Gran Sasso, Ofena e più in alto Villa Santa Lucia e Castel del Monte.
Più a est, al di là dei boschi è il valico di Forca di Penne e, ancora più lontano, il massiccio del Morrone. Sul lato opposto si staglia il profilo della Rocca di Calascio mentre sullo sfondo, in alto, dietro la sagoma del monte Bolza, si intravedono le cime del Gran Sasso con monte Camicia che chiude il panorama.

Paesaggio di montagna anche se siamo a meno di 500 metri sul livello del mare.

Capestrano è celebre per due guerrieri.
Uno è ormai simbolo dell'Abruzzo; ritrovato per caso, nel 1934, da un contadino in un campo non lontano dalla necropoli dell'antica città italica di Aufinum.
La statua dalla sorprendente sagoma risale al VI secolo a.C. Inconfondibile è il suo imponente copricapo, ma anche le sue forme, più femminili che maschili. Oggi il guerriero è conservato al museo archeologico nazionale di Chieti ma una riproduzione è qui, all'ingresso del castello Piccolomini.

La statua stilizzata di un altro guerriero sorveglia il paese dal colle vicino.
È Giovanni, frate minore francescano, canonizzato nel 1690 da papa Alessandro VIII. Qui, nel suo paese natale, poco dopo la sua morte fu costruito un convento che ancora oggi perpetua il nome e il culto del santo.

Giovanni da Capestrano fu apostolo nei paesi dell'Europa centrale e orientale, lottando duramente e senza tregua contro le eresie, fu inquisitore di ebrei e fu soldato, non esitando a guidare nei Balcani le truppe crociate nella guerra contro l'impero Ottomano.
Cruciale fu la sua azione durante l'assedio di Belgrado che fu liberata, si dice, grazie allo sprono e all'azione del frate francescano.
Non a caso Giovanni da Capestrano, morto di peste qualche mese dopo,  è stato assunto a patrono dai cappellani militari.


L'antico paese di Capestrano è stato, come molti altri borghi di questa zona, colpito dal terremoto del 2009. Oggi, passeggiando tra le sue stradine, si incontrano case ristrutturate, ma altre ancora in rovina.
Incontriamo un abitante: un tedesco, innamoratosi qualche anno fa del luogo e che qui ha comprato un'antica casa che poco a poco sta ristrutturando. Su una terrazza con una piacevole vista sulla valle sottostante sta scegliendo delle verdure.
Ci fa vedere un bell'affresco, riscoperto sul muro della sua casa. Ci racconta il suo arrivo casuale a Capestrano e la decisione quasi immediata di istallarsi qui.

Più in alto, dagli spalti del castello, oggi palazzo comunale, il panorama è affascinante.

martedì 4 settembre 2018

Gran Sasso d'Italia, Campo Imperatore

L'estate sull'altopiano può essere deliziosa come il miele; può essere anche un terribile tormento. Chi ama il luogo apprezza entrambe le cose, perché entrambe fanno parte della sua natura essenziale. Ed è conoscere la sua natura essenziale ciò che sto cercando di fare qui. Conoscere, intendo con la conoscenza che è un processo di vita. È qualcosa che non si fa facilmente, né che si fa in un'ora. È un racconto troppo lento per l'impazienza della nostra epoca, di importanza non abbastanza immediata per i suoi disperati problemi. Eppure possiede un suo straordinario valore. È, tanto per dirne una, un correttivo alle valutazioni superficiali: non conosci mai del tutto la montagna, né te stesso in rapporto alla montagna. Per quanto spesso le percorra a piedi, per me queste alture preservano un senso di meraviglia. Non c'è modo di abituarcisi.
Nan Shephed La Montagna vivente Ponte alle Grazie 2018

Il testo di Nan Shephed è tratto dal suo libro La Montagna vivente. Bisognerà riparlarne perché senz'altro uno degli scritti più poetici e profondi e meno banali sul tema della montagna. Nan Shepheld parla dei Cairngorms, un massiccio della Scozia nord-orientale.
Attraversando la piana di Campo Imperatore nel primo mattino di fine agosto, quelle parole si sono imposte in modo evidente in una naturale associazione di idee.
Si possono percorrere queste praterie infinite volte e in ogni occasione scoprire un'immagine diversa, una luce nuova. Basta un attimo e il panorama cambia, l'aria fa brillare l'erba e il sole accentua i contrasti tra le curve delle doline, le nuvole che da nord scavalcano le creste del Gran Sasso sembrano l'onda di un oceano che rotola verso la riva. Le vette del Corno Grande scompaiono ultime inghiottite da quel mare bianco.








giovedì 5 luglio 2018

Anne Le Maitre: Saggezza dell'erba

Gli anni passano. Sui miei scaffali, quaderni e disegni si accumulano come in cantina gli scarponi usati.
Ho qualche cicatrice, ricordo di una spina o di un sasso. Ho il polpaccio indurito e delle rughe agli occhi. Perché mentre facevo il cammino, calcando la terra, piegando l'erba, confermando con il mio passaggio il sentiero che altri avevano seguito prima di me, nello stesso tempo il cammino mi ha fatta. Mi ha graffiata, indurita. Ha dato al mio passo la cadenza misurata del camminatore, ha affinato i sensi su cui conto per trovare i funghi o la menta, per segnalarmi i cinghiali nella boscaglia o il temporale sulla cresta. Mi ha screpolato il tallone e la mia schiena si è incurvata sotto il peso dello zaino. Un po' di terra sempre resta incollata alle mie suole.
Tanti cammini frequentati così. Quanti chilometri, ore, giorni? Quanti chili portati sulle spalle?
Niente d'eccezionale, malgrado tutto.
Il passo di un umano sulla Terra.

venerdì 22 giugno 2018

Peter Matthiessen, Il leopardo delle nevi.

Nella notte chiara, le stelle brillanti scendono fino all'orizzonte e prima dell'alba una striscia nera appare dietro i pini come se, al di là della curva della terra, si potesse scorgere lo spazio infinito. Il cerchio d'argento si muta in rosa, poi in bianco candido; il sole accende il Churen Himal (7363 metri) e il Putha Hiunchuli, che è esattamente 122 metri meno alto. L'aria è sonora. GS dichiara che nell'est del Nepal, ai piedi dell'Everest, non ha visto niente che valga lo spettacolo che ammiriamo dal nostro spiazzo, quasi completamente circondato da alte guglie di ghiaccio.
Leggendo il libro di Peter Matthiessen si dimentica a volte che si tratta di un racconto di viaggio. Lunghe parentesi di considerazioni filosofiche e di digressioni sulle religioni orientali, spunti di riflessioni autobiografiche, analisi etnologiche interrompono la progressione, o piuttosto il resoconto della progressione tra le montagne del Nepal. Peter Matthiessen e George Schaller sono diretti nella regione del Dolpo, una delle più segrete del Nepal, centro vivo del buddismo e delle sue esperienze mistiche più profonde, originarie del Tibet. In passato infatti, abbandonata la loro terra d'origine sotto occupazione cinese, i monaci si erano rifugiati tra queste montagne himalayane, trovando qui pratiche religiose sciamaniche più antiche che si perpetuavano in monasteri praticanti il rito bon.
Peter Matthiessen ha lasciato in America quattro figli, tre già grandi ma l'ultimo, Alex, di solo otto anni. Viaggerà sempre con il senso di colpa provocato da questo provvisorio ma lungo abbandono.
La moglie è morta prematuramente, l'anno precedente, e per lui che pratica già da tempo il buddismo zen, questo viaggio verso le Montagne Celesti è un po' come un antidoto alla depressione.
Parte, nel settembre del 1973, al seguito dello zoologo George Schaller per una spedizione che ha come scopo l'osservazione del bharal, la “pecora blu” dell'Himalaya, e del fantomatico leopardo delle nevi, animale quasi leggendario, raramente avvistato, ma la cui presenza tra queste montagne sembra confermata.
Partiti da Kathmandu, i due raggiungono in fuoristrada Pokhara, duecento chilometri ad ovest, ultimo bastione del mondo moderno. Da qui comincia la loro marcia. Quattrocento chilometri a piedi per quello che è anche un viaggio nel tempo. Dice Matthiessen: in un giorno di cammino abbiamo percorso dei secoli.
Il percorso verso le valli più nascoste del Dolpo è lungo e difficile. Si sale verso valichi altissimi fino al Kang La a quasi seimila metri di quota, dominati da massicci immensi come l'Annapurna e il Dhaulagiri a più di ottomila metri.
Si devono attraversare torrenti in piena, bisogna arrampicarsi tra rocce e tronchi sradicati e trasportati da torrenti impetuosi che scendono dai ghiacciai. I due sono accompagnati da sherpa e da abitanti del luogo che salgono tra le rocce, lungo impervi sentieri con il loro carico tenuto alla fronte da una cinghia. È autunno e la neve comincia a cadere a quote relativamente più basse, altrimenti sono le ultime piogge dei monsoni a rendere non proprio allegro e ridente, nella prima parte del viaggio, il paesaggio circostante. I villaggi sono poveri, a volte miserabili e la scoperta di questa miseria non lascia indifferente Matthiessen che racconta incontri sconvolgenti di fronte ai quali è difficile trovare il buon atteggiamento: Una bambina con le gambe difformi e inutili si trascina sul pendio all'uscita del villaggio. Il naso contro le pietre, lo sterco di capra, i rivoli di acqua fangosa, si arrampica come un grillo ferito. Noi esitiamo, vergognandoci dei nostri solidi polpacci: lei se ne accorge e alza verso di noi i suoi occhi limpidi, senza amarezza; la compatiamo ancora di più perché è graziosa. GS spiega con un tono turpe che nel Bengala i mendicanti spezzano le ginocchia ai figli per renderli più pietosi: è il modo che ha di esprimere la sua emozione. Ma la bambina che giace ai nostri piedi non è una mendicante; è solo una bambina che osserva con curiosità dei grandi stranieri bianchi.
Il gruppo arriverà al monastero Skey, sulla montagna di Cristallo il primo novembre 1973 e resterà sul posto una quindicina di giorni. I due viaggiatori avranno modo di osservare a lungo e anche da molto vicino i bharal che sembrano abbastanza numerosi. Le osservazioni scientifiche occupano una buona parte del loro tempo ma Matthiessen è interessato soprattutto alla pratica della meditazione e dall'incontro con il Lama del monastero che si è ritirato in un eremitaggio ancora più isolato. Karma Tupjuk è un monaco di cinquantadue anni, da tempo si è appartato in questo luogo e dice di sperare di restarvi fino alla fine dei suoi giorni. L'artrite ha deformato le sue gambe e si muove difficilmente con l'aiuto di stampelle. Ma sembra felice; mostrando le sue gambe difformi, senza traccia di autocompassione né di amarezza, come se esse appartenessero a noi, leva, aprendole, le braccia verso il cielo, le montagne coperte di neve, il sole e i bharal danzanti e esclama: “Certo che sono felice qui! È meraviglioso! Tanto più che non ho scelta!”
All'alba del 18 novembre Peter Matthiessent riprende il cammino verso Saldang, a nord est mentre George Schaller resta ancora a Skey nella speranza di poter osservare il leopardo delle nevi di cui per il momento non ha visto che impronte sulla neve ed escrementi, religiosamente raccolti.
Per Matthiessent il viaggio scientifico si è trasformato poco a poco in pellegrinaggio e il fantomatico leopardo è diventato quasi un simbolo della sua ricerca interiore. Il fatto di non averlo trovato è per lui un segno Ma non sono pronto a mollare gli ormeggi, ecco perché non troverò la soluzione al mio koan, perché non vedrò il leopardo delle nevi, cioè non lo percepirò. Non lo vedrò perché non sono pronto.
Il ritorno nel mondo sarà difficile. Dopo aver vissuto quasi due mesi in un universo completamente fuori dal tempo, lasciando il Dolpo Matthiessen sente un profondo disagio fisico e psicologico dovuto probabilmente anche al repentino cambio di altitudine. Inoltre niente è cambiato: resto come prima preda delle avidità, dell'ego, delle emozioni, degli eterni dettagli ossessionanti, delle irritazioni di questa dolorosa rottura tra quello che so e quello che sono.
Ma poi ripensa alle parole del lama Tupjuk della montagna di Cristallo, l'amore per quella vita che d'altronde non si è scelta.
E Matthiessen si rende conto infine che probabilmente la guida spirituale a lungo cercata era accanto a lui; lo sherpa Tukten che lo accompagnato durante il percorso e che, non a parole ma con i suoi gesti, con il suo atteggiamento, con la sua semplice presenza sembra rappresentare la messa in pratica dell'insegnamento del lama, non la saggezza unica di un uomo ma l'espressione magnifica di ciò che l'umanità ha di divino.

sabato 9 giugno 2018

Montepulciano, Siena

 Zefiro già, di be' fioretti adorno,
avea de' monti tolta ogni pruina;
avea fatto al suo nido già ritorno
la stanca rondinella peregrina;
risonava la selva intorno intorno
soavemente all'ôra mattutina,
e la ingegnosa pecchia al primo albore
giva predando ora uno or altro fiore.

Angelo Poliziano, Stanze per la Giostra del Magnifico Giuliano 
Bella è la campagna in questa parte di Toscana. Dolci colline e borghi sparsi qua e là, boschetti e vigne, campi di colza dal giallo splendente e il verde argenteo degli olivi ben allineati sui pendii.
Le strade bianche serpeggiano in lontananza affiancate a tratti da cipressi. Montepulciano appare da lontano sul lungo colle che separa la val di Chiana da quella d'Orcia e già la sagoma dei suoi palazzi e dei campanili annuncia una città ricca e fiorente.
Gli etruschi e poi i romani avevano apprezzato il sito e avevano fatto del luogo un centro adeguato e prezioso per controllare le importanti vie di comunicazione sottostanti.
Più tardi il dinamismo e la ricchezza della città attirarono le mire di Perugia, Siena e Firenze, fino a quando, alla fine del XIV secolo quest'ultima prese il sopravvento.
Sono senz'altro i vigneti, produttori di un vino di qualità riconosciuta fin dal Cinquecento quando a Roma i papi bevevano il Rosso scelto e poi ai giorni nostri con il celebre Vino nobile ad aver fatto – e a fare ancora – la reputazione della città.
Arriviamo da via Calamandrei e ci fermiamo alla libreria Centofiori attirati dalla vetrina che espone un saggio sull'ironia di Giacomo Leopardi. Un libraio che espone un libro così non può essere malvagio! È il primo luogo da visitare in questa cittadina. Le librerie indipendenti sono ormai sempre più rare, bisogna essere appassionati e non solo commercianti per gestire posti simili.
E i piccoli locali di questa libreria sono una fonte di scoperte veramente inattese. Niente a che vedere con le insegne “supermercato dei libri” che ormai siamo abituati a vedere in quasi tutte le città. Risalendo verso il centro storico passiamo dalla Porta al Prato, che, fin dal Duecento, è il principale ingresso nella città. Da qui il corso attraversa con una lunga esse il cuore di Montepulciano.
Case eleganti, anche gentilizie, si succedono. Innumerevoli negozi vendono e propongono l'assaggio del vino anzi il wine tasting. Sì, perché si ha l'impressione che il pubblico da attirare sia straniero, soprattutto inglese.
Ed è l'inglese che frequentemente sentiamo parlare tra i passanti che risalgono o scendono la via centrale della cittadina.
Saliamo più in alto arrivando sulla Piazza Grande.
È considerata una delle piazze più belle d'Italia ed in effetti è veramente magnifica, un gioiello del Rinascimento, con il Palazzo comunale, il palazzo del Capitano, quelli delle famiglie Contucci e Nobili-Tarugi completamente rivestito di travertino, con un bel portico, il pozzo monumentale di Sangallo il vecchio.
All'interno del Duomo ci fermiamo davanti una Madonna col bambino del Quattrocento, fu dipinta da Sano di Pietro da Siena ed, per il posto in cui si trova è conosciuta come “La Madonna del pilastro”.
Continuiamo la nostra passeggiata scoprendo un bel panorama sulla valle sottostante. Più tardi, il sole che tramonta ci offre l'ultimo spettacolo della giornata.

sabato 2 giugno 2018

Hermann Hesse, Dall'Italia

Scrisse Montaigne […] che viaggiare in terra straniera serve a fregare il nostro cervello e a limarlo contro quello degli altri; per Descartes, viceversa, secondo quel che si apprende nel Discours sur la méthode il fine è di poter conversare con gli uomini dei secoli andati. Ecco già delineati così, nella cultura dell'Occidente, due modi di intendere il viaggio abbastanza dissimili, ancorché complementari: di chi cerca nel confronto con gli umori e il sangue caldo dei contemporanei una verifica di sé e della propria identità; e di chi insegue piuttosto delle pietre fra cui si aggira, le risonanze e testimonianze superstiti delle epoche sepolte. Insomma , di chi privilegia la società vivente e di chi si compiace del pellegrinaggio e del colloquio con le reliquie.
Gesualdo Bufalino, La luce e il lutto 1996


Tra i viaggiatori che si sono confrontati a questa questione essenziale è certamente Hermann Hesse.
E per i lettori italiani, la pubblicazione nel 1990 dell'antologia Dall'Italia (l'ultima edizione è del 2013) è stato un nuovo tassello, importante, nella traduzione della ricca bibliografia dello scrittore tedesco ma anche uno strumento essenziale – e gradevole – per approfondire questa tematica.
Il volume raccoglie praticamente tutti i testi che hanno come tema - o anche solo come sfondo – l'Italia: diari di viaggio, lettere, poesie, prose brevi, racconti. Il tutto è preceduto da un'interessante e approfondita prefazione di Eva Banchelli, competente e attenta conoscitrice dell'opera dello scrittore tedesco.
Gli scritti raccolti nell'antologia vanno dai primi anni del XX secolo agli anni Sessanta ma sono per la più parte scritti giovanili e ci mostrano gli elementi della formazione culturale di Hermann Hesse e anche la sua progressiva emancipazione da un'educazione religiosa severa e rigorista.
Come lo ricorda Eva Banchelli, l'opera dello scrittore è legata e si nutre del suo interesse per l'oriente (basti pensare a Siddhartha o a Pellegrinaggio in oriente). È un mondo più mitico che reale; una nostalgia verso il sud del mondo, lo sguardo verso un universo che per lui rappresentava in qualche sorta un antidoto a quello severo e razionale delle società del nord. Ma nell'immaginario di Hermann Hesse un altro mondo esotico è da associare a quello lontano dell'India: quello dell'Italia, vista come culla della cultura ma anche come luogo, in una visione senz'altro romantica del passato, più vicino alla natura, alla sobrietà di una vita non corrotta dalla modernità, ad una ingenua ma sincera spiritualità.
Sovente entro per alcuni istanti nella stanza da letto dove è appesa alla parete la grande carta geografica dell'Italia, e con occhio avido sfioro il Po e l'Appennino, attraverso verdi vallate toscane, mi spingo dentro le insenature sabbiose della Riviera, celesti e gialle, lancio anche un'occhiata giù, verso la Sicilia, e finisco così per smarrirmi nei dintorni di Corfù e della Grecia. Buon Dio! Come sono vicine tra loro queste terre! E come si fa in fretta a essere ovunque! Fischiettando rientro nel mio studio, leggo libri superflui, scrivo superflui articoli e penso superflui pensieri.
Come Diceva Nicolas Bouvier: Crediamo di fare un viaggio ma ben presto è il viaggio che ci fa o ci disfa. Questo vale senz'altro anche per Hermann Hesse. I suoi diari di viaggio del 1901 e del 1903 descrivono, giorno dopo giorno, il suo desiderio di impregnarsi dell'atmosfera delle città visitate: Firenze, Pisa, Venezia, Genova, Bologna, Bergamo, ma soprattutto la sete, quasi frenetica, con visite ripetute e prolungate nei musei e nelle chiese, di ammirare e assimilare le opere d'arte studiate in passato sui libri. Ma vediamo poi che egli comincia ad interessarsi alle persone, non solo alle figure femminili spesso ammirate e descritte come incarnazioni di quadri celebri, ma anche alla gente comune, con cui cerca il contatto e il dialogo. Come quando, a Montefalco in Umbria, al termine di una giornata particolarmente uggiosa, cerca la compagnia della famiglia del locandiere, con la quale passa la serata: Poco dopo lasciai il cupo salone, troppo grande e immerso in un silenzio inquietante, e presi ad aggirarmi per la casa in cerca di calore. Trovai allora nella piccola cucina sul retro, l'oste, la moglie e il suo decrepito genitore comodamente accovacciati davanti al fuoco sfavillante dell'immenso focolare. Le fiamme guizzavano allegre e luccicanti e il loro fumo azzurrognolo si disperdeva nell'enorme voragine della cappa. Mi sedetti con loro su uno dei bassi sgabelli impagliati ad assaporare il piacevole calore e la luce tremolante delle fiamme che, giocando sulle pareti, destava un teatro d'ombre all'intorno e balenava qua e là sui recipienti di rame e di stagno.
Hermann Hesse si era recato a Montefalco sulle tracce dell'arte francescana. Perché il suo interesse per l'Italia non si ferma all'epoca rinascimentale e all'umanesimo; lo scrittore guarda più lontano, verso quel medioevo di spiritualità rappresentato con estrema energia e con vigore dalla figura di Francesco d'Assisi. Tra i testi dedicati al Poverello, epiteto che lo scrittore riprende considerandolo essenziale, troviamo due racconti e la recensione scritta nel 1905 per un'edizione in tedesco dei Fioretti “che, nonostante il loro contenuto religioso anticipando la letteratura novellistica italiana, rappresentano il monumento più bello e imperituro che un grande uomo abbia avuto nella letteratura del suo popolo. 
Hermann Hesse non vedeva in Francesco d'Assisi solamente l'artefice di una rivoluzione spirituale, per lui il Santo era anche l'iniziatore e il promotore, magari inconsapevole, di una trasformazione culturale. Lo hanno magnificato soprattutto gli artisti per i quali egli è stato fonte di liberazione e di risveglio.[…] Non sarebbe difficile dimostrare il vastissimo influsso esercitato da Francesco in molti campi dello spirito e della bellezza. Grazie a simili grandi uomini, la cui immagine e la cui memoria viene continuamente coltivata e arricchita con fervente amore da tutto un popolo, l'arte ha in ogni tempo ampliato nuovi orizzonti e ricevuto nuova linfa. 
Lo scrittore non va più lontano dell'Umbria. Per molti versi segue il percorso del Grand Tour effettuato nei secoli precedenti dai giovani aristocratici dell'Europa del nord, anche se Roma, meta privilegiata di quegli amanti del mondo classico, non sembra far parte delle sue priorità.
Certo non manca di far suo qualche stereotipo relativo al Bel Paese ma la sua passione è sincera e la sua conoscenza profonda. Hesse si trasferì a Montagnola, nel Canto Ticino a partire dal 1919 e là restò fino alla morte nel 1962. Per lui la valle del Ticino era già il sud, la porta di quel mondo che aveva tanto amato.

venerdì 1 giugno 2018

Abbazia di Sant'Antimo, Siena


Nel territorio di Montalcino è l'abbazia di Sant'Antimo. Sorge nella valletta in cui scorre lo Starcia, un torrentello che poco più lontano raggiunge l'Orcia.
È un luogo veramente suggestivo e piacevole. Alberi di differenti essenze: cipressi, ulivi, quercie, arbusti e fiori animano il paesaggio e fanno da corona all'antico edificio.
Su uno dei colli circostanti il paesino di Castelnuovo dell'Abate sorveglia i dintorni.
Così isolata come in uno scrigno naturale la chiesa ha un fascino davvero particolare.
La fondazione del monastero è attribuita a Carlo Magno, nell'anno ottocento. Probabilmente si tratta di una leggenda ma non troppo lontana dalla verità: un diploma dell'813 dell'imperatore Ludovico il Pio si stipulano nuovi privilegi per il monastero.
Di quel tempo restano, ancora oggi visibili, le vestigia del primo edificio religioso, la cosiddetta Cappella Carolingia, a fianco dell'attuale chiesa.
E sembra che già i longobardi, nell'ottavo secolo, avessero fatto edificare sul luogo del martirio di sant'Antimo di Arezzo, un monastero benedettino.
È però nel XII secolo che si costruisce la nuova chiesa, quella che ancora oggi possiamo ammirare.
L'abate di Sant'Antimo controllava e gestiva un cospicuo territorio che comprendeva anche la città di Montalcino.
Fu quello l'apogeo per i monaci dell'abbazia, periodo di ricchezza e di abbondanza che durò un secolo. In seguito le ambizioni di Siena che voleva espandersi verso sud e le direttive papali causarono il rapido declino del cenacolo.
Sarà Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, fondatore di Pienza, a sopprimere l'abbazia nel XV secolo. I lunghi secoli di abbandono (il sito sarà anche usato nel XIX secolo come stalla) saranno interrotti solo negli anni 1980 quando una nuova comunità di monaci ha rioccupato il luogo.