La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



mercoledì 10 gennaio 2018

Henry David Thoreau: Walden o la vita nei boschi.


In ogni tempo, a qualsiasi ora del giorno o della notte, mi sono sforzato di privilegiare l'istante presente e di segnarlo con una tacca sul mio bastone; di tenermi a questa convergenza tra due eternità, il passato e l'avvenire, precisamente ciò che è l'istante presente; di seguire questa linea in punta di piedi. Mi scuserete qualche oscurità, poiché ci sono più segreti nel mio mestiere che in quelli della maggior parte degli uomini; eppure non lo faccio apposta, essi sono indissociabili dalla sua stessa natura. Svelerei volentieri tutto ciò che so, senza mai scrivere “Ingresso vietato” sulla mia porta.
Henry David Thoreau, poeta e filosofo statunitense viveva a Concord, un paese di duemila abitanti situato a una ventina di chilometri da Boston. A Concord era nato nel 1817 e qui, malato di tubercolosi, morirà prematuramente nel 1862.
Thoreau passò due anni, tra il 1845 e il 1847 in una capanna che egli stesso aveva costruito vicino al lago Walden, non lontano dalla cittadina. Da questa esperienza prese spunto il suo libro più importante, tradotto in italiano con il titolo Walden o la vita nei boschi. (o nel bosco. Secondo le edizioni)
Amico, e per un certo tempo discepolo, di un altro celebre filosofo americano: Ralph Valdo Emerson, uno dei padri del Trascendentalismo, Thoreau è oggi considerato come uno dei precursori delle teorie ecologiste. Certamente i suoi scritti sono importanti in quest'ambito ma sarebbe riduttivo circoscrivere il suo pensiero all'ambientalismo.
Pacifista e antischiavista, non esitò a impegnarsi in prima persona nella lotta per la liberazione dei neri e l'abolizione della schiavitù. Rifiutò di pagare la tassa che serviva a finanziare la guerra contro il Messico (passò una notte in prigione e seppe utilizzare quell'esperienza per propagandare le sue idee in un testo che farà molto scalpore: La disobbedienza civile.
Thoreau aveva fatto degli studi classici. Già a Concord aveva imparato il latino e il greco ma anche il francese, l'italiano, il tedesco e lo spagnolo. Grazie ad una borsa di studio poté frequentare l'università di Harvard dove studiò la retorica, la filosofia, le scienze e la teologia.
Tornato a Concord, fu per breve tempo maestro elementare ma abbandonò rapidamente il suo posto rifiutando di infliggere, come invece allora era d'uso, le punizioni corporali ai suoi alunni.
Decise, con il fratello, di aprire una scuola privata nella quale mettere in pratica concezioni dell'insegnamento antiautoritarie e tolleranti. Anche in quest'ambito essenziale era per lui il contatto con la natura ed infatti la sua pedagogia dava grande importanza sulla scoperta dell'ambiente circostante e per questo accompagnava i suoi alunni in lunghe passeggiate nei boschi.
Dopo varie peripezie, un soggiorno di un anno a New York e la morte del fratello, Thoreau tornò a Concord dove decise di costruire una capanna sulle rive del lago Walden. L'idea era quella di avere un posto tranquillo dove scrivere ma soprattutto dove mettere in pratica le sue teorie.
Esistono oggi professori di filosofia ma nessun filosofo. Eppure è lodevole professare poiché tempo fa era lodevole vivere. Essere filosofo non vuol dire semplicemente avere dei pensieri arguti, e nemmeno fondare una scuola, ma amare la saggezza al punto da vivere secondo i suoi precetti, una vita di semplicità, d'indipendenza, di magnanimità e di fiducia. È risolvere qualcuno dei problemi della vita, non in maniera teorica, ma pratica. Il successo ottenuto dai grandi studiosi e dagli eminenti pensatori è in generale un successo di cortigiano, né regale né virile. Si arrangiano semplicemente per vivere come conformisti, più o meno come lo furono i loro padri, e non sono per niente i padri di una razza di uomini più nobili.
E in effetti Walden non è solo il diario di un'esperienza personale ma il tentativo di dimostrare concretamente come fosse possibile uscire dai modelli di vita imposti dalla società basata sull'accumulo di ricchezze di averi inutili. Il testo di Thoreau non è sempre molto facile alla lettura. È ricchissimo di citazioni letterarie, filosofiche, mistiche, espressioni proverbiali, inserite nel discorso senza essere messe in evidenza e senza annuncio. Alcune di queste risultano di difficile interpretazione se non addirittura impenetrabili. Lo scrittore attinge a piene mani, grazie alla sua profonda conoscenza, ad autori classici, latini e greci, a testi sacri come il Bagavad Gita o la Bibbia, a racconti della traduzione popolare.
Thoreau visse nei boschi attorno al lago di Walden tra il 1845 e il 1947. Non si trattava di un vero e proprio eremitaggio. Il paese di Concord non era in definitiva molto lontano e egli vi andava quasi tutti i giorni, tornando a volte dalla sue visite con viveri che gli permettevano di variare la sua dieta autarchica. Peraltro, malgrado il suo elogio della solitudine, non disdegnava gli incontri con i suoi vicini e i suoi amici venivano sovente a trovarlo. Avevo tre sedie – racconta nel suo libro – una per la solitudine, una per l'amicizia e una per la società; ma più avanti spiega che le visite erano numerose: ho avuto più visite durante il mio soggiorno nei boschi che durante ogni altro periodo della mia vita. Ed erano visite gradite : Credo di amare la società come la maggior parte della gente e sono pronto ad aggrapparmi come una sanguisuga al primo uomo dal sangue ben ricco che incrocerà il mio cammino.
Il suo libro fu pubblicato una prima volta nel 1854. In una conferenza egli presentò l'opera come “una storia di me stesso”. In realtà che l'obiettivo fosse più ambizioso di quello di scrivere un semplice diario lo si intuisce anche dalla sua struttura. In effetti benché avesse trascorso due anni nei boschi la riflessione dello scrittore è organizzata attorno ad un solo ciclo di stagioni, più simbolico che reale quindi. D'altronde i capitoli sono intercambiabili, gli avvenimenti quotidiani: costruzione della capanna, solitudine, incontri, agricoltura, autosufficienza, economia... sono solo lo spunto per riflessioni, ragionamenti e meditazioni molto più ampi. Inoltre Thoreau riprende e integra nel testo molti passaggi del diario personale – una sorta di zibaldone - che aveva cominciato a redigere già nel 1839. Nell'ultima edizione di Walden, nel 1862, chiederà al suo editore di sopprimere il sottotitolo “o la vita nei boschi”, conservando il solo nome, - che al lettore doveva apparire misterioso - , della località. Probabilmente voleva così eliminare l'aspetto contingente e occasionale del suo scritto e, al contrario, sottolineare il carattere universale e assoluto delle sue riflessioni.
Il discorso del filosofo americano non è sempre lineare. Ad un elogio della frugalità e dell'ozio – Certi giorni non riuscivo a sacrificare la splendida vitalità del momento presente a nessun lavoro, manuale o intellettuale - segue un panegirico della ferrovia fonte di progresso e del commercio, di cui loda lo spirito imprenditoriale e il coraggio. Non è un caso se Thoreau è considerato dai libertariani americani come uno di loro. Allo stesso modo, nonostante la sua proclamata nonviolenza non esitò a schierarsi a fianco dell'attivista abolizionista John Brown quando questi fu condannato per un tentativo di insurrezione contro gli schiavisti; in sua difesa pubblicò un'apologia: A Plea for Captain John Brown.
Walden risulta così un opera in fieri nella quale le apparenti contraddizioni appaiono come in un discorso dialettico in una struttura filosofica che a poco a poco prende forma sotto i nostri occhi.
Sono andato nei boschi perché desideravo vivere in modo equilibrato, affrontare solo i fatti essenziali della vita, vedere se fosse possibile imparare ciò che avrebbe potuto insegnarmi, et non scoprire al momento della mia morte che non avevo vissuto. Non desideravo vivere ciò che non era vita, poiché la vita è preziosa, non desideravo nemmeno coltivare la rassegnazione, a meno che non fosse assolutamente necessario. Desideravo vivere a fondo, succhiare tutto il midollo della vita, vivere con una tale risoluzione spartana al punto che tutto ciò che non fosse stato vita sarebbe caduto in rovina, tagliare larghe bracciate d'erba, e rasare corto, spingere la vita in un angolo e ridurla alle sue componenti più elementari, e se essa avesse dovuto mostrarsi meschina, ebbene allora estrarne tutta l'autentica meschinità e informare il mondo intero di questa meschinità oppure, se essa si fosse rivelata sublime, conoscerla con l'esperienza e riuscire a stabilire un rapporto felice durante la mia escursione successiva.
Ecco quindi che Walden si rivela come una sorta di manuale di filosofia, non di concetti né di teorie ma di esempi tangibili, capaci di ispirare il lettore e di suggerirgli idee e attività pratiche.

mercoledì 27 dicembre 2017

Jean Giono: L'uomo che piantava gli alberi

Nel 1953 la rivista americana Reader's Digest organizzò un concorso di scrittura sul tema “Il personaggio più straordinario che ho incontrato”. Jean Giono era a quell'epoca già considerato, almeno in Francia, come uno dei più importanti scrittori del suo tempo e, soprattutto dopo la pubblicazione nel 1951 de “L'ussaro sul tetto", la sua fama era ancora cresciuta. Nonostante ciò decise di partecipare al “concorso” e inviò alla redazione della rivista un racconto, senza titolo, scritto in una notte tra il 24 e il 25 febbraio di quell'anno.
Un narratore anonimo racconta di una sua escursione tra le remote località della Alta Provenza, lungo la valle della Durance, il fiume affluente del Rodano che bagna anche Manosque, la cittadina in cui Giono viveva.
L'escursionista vaga un po' a caso tra colli e valli dall'aspetto desolato. Solo cespugli di lavanda crescono tra le pietre delle lande deserte e arse dal sole. Quando giunge ad un antico villaggio – lo scheletro di un paesino – poiché non ne restano che i ruderi, è già sera e decide di fermarsi per dormire. Il giorno dopo il camminatore riprende la sua escursione. Si accorge di non avere più acqua e decide di rivolgersi ad un pastore che ha visto in lontananza con le sue pecore. È un uomo in apparenza non molto loquace ma che lo aiuta e lo accoglie con cortesia. Elzéard vive in una casa ben tenuta, con muri e tetto in buono stato, l'unica in buone condizioni nel villaggio di macerie. Il pastore invita il viandante a fermarsi per la notte e quest'ultimo accetta. L'ospite osserva con curiosità le azioni del pastore e scopre con sorpresa la vita serena e tranquilla dell'uomo che ha per sola compagnia il suo cane. Nel corso della serata Elzéard si dedica ad una strana attività: da un mucchio di ghiande seleziona, pulisce e lava le più belle che poi mette da parte. Finito il suo lavoro il pastore va a dormire.
Il giorno dopo incuriosito, il viandante chiede al pastore il permesso di fermarsi ancora un giorno “per riposarsi un po'”. Quando quest'ultimo si incammina con il suo gregge, lo segue per scoprire che cosa avrebbe fatto con le sue ghiande. È così che lo vede fermarsi in una radura deserta per piantarle con un'estrema attenzione, una dopo l'altra.
Più tardi l'ospite ritroverà il pastore e gli chiederà il motivo della sua attività. È così che Elézard racconterà il suo scopo: Ne aveva piantate centomila. Delle centomila, ventimila erano spuntate. Delle ventimila pensava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto ciò che è impossibile prevedere nel disegno della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel luogo dove prima non c'era nulla.
Il narratore racconta poi di essere stato richiamato sotto le armi durante la Prima guerra mondiale e di non aver più pensato al pastore. Ma quattro anni dopo, tornato per un'escursione in quei posti lo ritrova. Il pastore è diventato apicultore (le pecore avevano tendenza a mangiare i germogli delle sue piante) e gli fa visitare la nuova foresta che è cresciuta in quegli anni.
Continua a rendergli visita fino alla Seconda guerra mondiale e poi, un'ultima volta, nel giugno del 1945. Elézard Bouffier ha ormai 87 anni e continua a piantare alberi. La regione si è trasformata, il deserto ha lasciato il posto a una vegetazione rigogliosa. Dalla finestra della sua ultima dimora il vecchio Eléziard ammira il bosco, il frutto della sua vita.
La redazione della Reader's Digest, che probabilmente non aveva mai sentito parlare né ancora “digerito” Jean Giono, è interessata dal racconto ma chiede allo scrittore di fare qualche modifica. Giono dà qualche precisione toponomastica supplementare ai luoghi e un cognome al protagonista, cognome abbastanza diffuso nella regione: Bouffier. Anche il finale è modificato, per dare alla storia un tono più educativo ed edificante: nella versione definitiva Eléziard non ha piantato gli alberi solo per il suo piacere ma per uno scopo più filantropico: molte case sono state ricostruite e molti abitanti li hanno ripopolate. Più di diecimila persone devono le loro felicità a Elézard . Bouffier.
Nonostante questi aggiustamenti il racconto non passa la selezione. I responsabili della rivista americana dubitavano della veridicità dei fatti raccontati (condizione per la participazione al concorso) e addirittura mandano un corrispondente francese nella regione per indagare. Nessuna traccia di un tale chiamato Eléziad Bouffier, né all'ospizio di Banon, dove Giono situa la fine della sua vita, né altrove. Il manoscritto è definitivamente rifiutato.
Sarà un'altra rivista americana Vogue che lo pubblicherà l'anno dopo, nel 1954 con il titolo : “L'uomo che piantava la speranza e faceva crescere la felicità”.
Il successo fu grande, prima negli Stati Uniti poi altrove. Il testo sarà tradotto in dodici lingue. Anche in Italia il racconto fu pubblicato una prima volta con il titolo molto simile a quello americano:L'Uomo che piantò la speranza e crebbe la felicità”. La pubblicazione francese è più recente, del 1974 e fu in quell'occasione che apparve il titolo attuale “L'homme qui plantait des arbres”. Malgrado il desiderio di Jean Giono di lasciare il racconto nel dominio pubblico, il testo divenne per molti editori anche un successo commerciale.
L'uomo che piantava gli alberi” è da allora un manifesto ambientalista. Nella bibliografia di Jean Giono il tema non è nuovo, ma per la prima (e forse unica) volta si tratta di un racconto ottimista che vede nel risultato del lavoro del protagonista la concreta possibilità di cambiare le sorti del mondo. I detrattori hanno sottolineato il carattere naif della storia; forse anche per questo il libro è stato a volte catalogato nella letteratura per ragazzi. Probabilmente le correzioni apportate dopo le osservazioni dei redattori della Reader's Digest sono almeno in parte all'origine di questo giudizio. In effetti, rispetto alla prosa consueta di Giono non appare il lirismo che altrove caratterizza i suoi scritti. Il racconto manca probabilmente di spessore e di complessità.
Nonostante ciò, resta, sotto forma di parabola, un'idea forte e concreta che supera le illustrazioni teoriche per dare una prospettiva reale e tangibile all'azione umana. Per qualche anno Giono ha voluto far credere che Eléziad Bouffier fosse un personaggio realmente esistito e molti lo credettero al punto da mettersi alla sua ricerca, cercandone le tracce fino al cimitero di Banon. Lo scrittore voleva così sottolineare la possibilità reale della sua azione. In una lettera scritta nel 1957 al Conservateur des eaux et forêts de Digne confessa per la prima volta il carattere fittizio del protagonista della sua storia. Sottolinea però soprattutto l'importanza che aveva per lui il racconto:
È uno dei testi di cui sono più fiero. Non mi fa guadagnare nemmeno un centesimo ed è per questo che adempie ciò per cui è stato scritto.
Mi piacerebbe incontrarla, se le è possibile, per parlare precisamente dell'uso pratico ci questo testo. Penso che sia il momento di fare una “politica dell'albero” anche se la parola “politica” sembra molto inadatta.”


sabato 16 dicembre 2017

Vézelay, Borgogna

Il paesino di Vézelay, sul crinale del suo colle, si leva, lungo una breve salita e domina la valle sottostante. Dall'altro lato la collina è tagliata di netto, praticamente inaccessibile.
Più in basso, esposte a sud, sono le vigne che producono il Bourgogne de Vézelay, vino rosso o bianco.
Al culmine della salita, al limite del balcone naturale che si affaccia a nord est, è la basilica dedicata a Santa Maria Maddalena.
Si trova sulla via che, dal nord est della Francia, portava i pellegrini verso Santiago di Compostela; anzi era proprio il punto di partenza della via Lemovicensis che da qui si dirigeva verso Limoges e che raggiungeva le altre vie francesi a Saint-Jean-Pied-de-Port alla frontiera spagnola.
A lungo l'abbazia di Vézelay è stata meta di pellegrinaggio; si veniva fin qui per pregare sulle reliquie di Maria Maddalena. Ma nel 1267 il papa proclamò solennemente che il corpo della Santa era quello ritrovato a Saint-Maximin-la-Sainte-Baume in Provenza. I pellegrini non vennero più e per Vézelay cominciò il declino.
La ricchezza e la potenza dell'abbazia che medioevo si era ingrandita, furono seguite da una lunga decadenza.
Alla Rivoluzione l'istituzione religiosa cessò di esistere e gli ultimi monaci abbandonarono il paese.
La chiesa che vediamo oggi è il risultato del restauro di Viollet-le-Duc che, alla metà del XIX secolo fu incaricato dal governo di rispondere all'appello dello scrittore Prosper Mérimée:
Non mi resta che di parlare del degrado spaventoso che ha subito questa magnifica chiesa. I muri sono sbilenchi, marci d'umidità. Non si sa come la volta, tutta screpolata, tenga ancora. Mentre disegnavo nella chiesa, sentivo a ogni istante sassolini staccarsi e cadere attorno a me… per finire non ci sono parti di questo monumento che non abbiano bisogno di riparazioni… Se si aspetta ancora per soccorrere la Maddalena, bisognerà ben presto decidersi ad abbatterla per evitare incidenti.
Il lavoro dell'architetto Viollet-le-Duc fu come nelle sue abitudini, più una ricostruzione che un restauro. L'edificio che vediamo oggi è certamente differente da quello delle origini. Conserva però un innegabile fascino nella sua struttura romanica e nei suoi grandi spazi. Un ampio nartece, il vestibolo destinato ad accogliere i catecumeni e i penitenti, introduce nelle navate più luminose. Avanzando si arriva al coro, in stile gotico e con ampie vetrate. Dal buio verso la luce, in una simbolica dall'effetto sorprendente. Ogni anno, al solstizio d'estate, la luce che entra dalle finestre a sud arriva con una serie di punti luminosi esattamente al centro della navata centrale.
Entriamo nell'edificio mentre si svolge una funzione religiosa: un gruppo di monaci e di suore saluta così un confratello che si appresta a partire in missione. I canti risuonano affascinanti sotto le alte volte.
Oggi sono soprattutto i turisti che vengono quassù. Il bel paesino, nel novero dei plus beaux village de France, e la basilica romanica hanno conservato un'indubbia attrattiva. La struttura del borgo è assai semplice, un'unica via sale verso la basilica e da questa si diramano, come i rami di un albero, altre vie che si allargano un poco attorno al colle.
Un folto gruppo di ragazzini corre qua e là con un foglio di indicazioni in mano. Sono alunni in gita scolastica per i quali gli insegnanti hanno organizzato una sorta di caccia al tesoro per permettere loro di scoprire il borgo. Alcuni hanno fatto il giro attorno alla grande chiesa e li sentiamo chiedersi l'un l'altro: “Peut-être c'est celle-ci l'église ?”

mercoledì 29 novembre 2017

Mario Ferraguti: La voce delle case abbandonate

Le case, abbandonate dagli uomini, cominciano una nuova vita. Si trasformano lentamente con gli oggetti lasciati nelle stanze. I cassetti e le ante dei mobili si aprono, lasciano entrare nuovi ospiti che si appropriano dei luoghi e curiosano tra i resti di vite passate. Le case sembrano prima proteggersi dagli intrusi; il passante trova porte chiuse a chiave o con lucchetti. Ma a volte è solo un filo di ferro o una spranga di traverso ad abbozzare un ultimo ostacolo al forestiero. Poi col tempo, un vetro si rompe, il vento apre una finestra, il legno marcisce e una porta finisce per staccarsi dai cardini e la vecchia abitazione, forse annoiata da tanta solitudine, tenta di attirare il viandante perché le faccia un po' di compagnia.

È bastata la lettura di qualche pagina di questo libro per cominciare a guardare le case abbandonate con uno sguardo diverso.

Mario Ferraguti abita sulle colline del parmense e da tempo osserva e descrive il mondo affascinante e a volte misterioso degli Appennini.

Il libro è pubblicato nella collana Piccola filosofia di viaggio dell'editore Ediciclo (una collana di cui ho già parlato qui) .
Ed è infatti un viaggio nel quale lo scrittore ci accompagna. Un viaggio tra vecchie mura che non sono però quelle di storiche rovine ma i resti di vite semplici e forse banali, di luoghi creati dalla presenza umana ma nei quali quest'ultima non è tutto; luoghi che hanno una vita propria, ricca anche dopo il loro abbandono.

Le case abbandonate raccontano storie e voci ormai scomparse. A poco a poco si trasformano, i ricordi degli uomini, delle donne, dei bambini che le abitarono sono cancellati giorno dopo giorno.
Nelle stalle gli animali hanno lasciato il loro odore e i segni della loro presenza, poi anche questi sono stati portati via dal tempo. Altre bestie, topi, insetti, ragni, che occupavano gli angoli e i buchi nel legno, sono restati soli allargando il loro territorio.
Quando le prime tegole cominciano a muoversi la pioggia, il vento e la neve si intrufolano. Lo spazio si allarga, i primi coppi cadono sul pavimento attirando gli altri, fino a lasciare nude le travi. Ma anche la trave più solida si stanca di reggere il tetto e infine si spezza.

Nel bosco sono gli alberi ad impossessarsi della casa abbandonata. Entrano dalle finestre, allungando i loro rami, depositano semi che cominciano a germogliare, si aggrappano ai muri, spingono le proprie radici per abbracciare l'antica abitazione. Gli ultimi mobili dimenticati perdono il loro colore, poi la loro forma; la pioggia e la neve li lavano, li smontano, li alleggeriscono. Anche sui muri i colori si attenuano poco a poco poi spariscono. Restano pietre e mattoni.
Una vecchia pentola, restata vicino a quello che era il camino, ricorda cene frugali al calore del fuoco. Col tempo le case smettono di essere case, muri, finestre, tetti.
Con gli anni ridiventano pietre, legno, terra. La storia degli uomini che le hanno abitate è riassorbita dal mondo naturale che ha tempo e pazienza, più lunghi della storia degli uomini.

Mario Ferraguti ci invita ad un viaggio poetico fatto di riflessioni, nell'apparente semplicità, dense e profonde e che ci aprono un universo vicino e nello stesso tempo sconosciuto.

sabato 18 novembre 2017

Auxerre, Borgogna.

Eccoci ad Auxerre e la città ci accoglie tra un'estate che sembra non voler finire e un autunno che è già ben presente.

Sprazzi di luce calda quando l'aria si fa dolce ed invita al farniente – come dicono i francesi -, a sedersi fuori da un café per sorseggiare un bicchiere del vino locale;
poi foschia che attenua i contorni, che si leva fluttuando dal fiume, avvolgendo le barche ormeggiate e i ponti e che spegne buonumore e spensieratezza ispirando una certa malinconia.

Siamo nel nord della Borgogna, la città è il capoluogo del dipartimento dell'Yonne; modesta città per il numero di abitanti – sono meno di trentacinquemila - ma dall'aspetto accogliente e gradevole.
La città vecchia si adagia su un largo colle e le vie salgono tra antiche case a colombage. In alto, a corona dall'abitato è la cattedrale gotica di Saint-Étienne, famosa per le sue vetrate.

Auxerre è una vecchia città, né ben costruita né con belle strade ma piacevolmente situata su un pendio di vigne e sulla riva sinistra dell'Yonne. Così la definiva un nobile viaggiatore dei secoli passati.
Oggi, almeno su questo colle, le vigne non ci sono più e bisogna allontanarsi qualche chilometro per ritrovare il pregiato Chablis ma è sempre gradevole perdersi qua e là tra le vie della città vecchia o passeggiare lungo il fiume mentre il sole scende all'orizzonte. Ripartiamo che è già notte, con un'ultima immagine di Auxerre illuminata anche da una bella luna.

martedì 31 ottobre 2017

Borgogna : Flavigny

Flavigny, un borgo medievale situato su un colle sulla valle dell'Ozerain, un modesto fiume -
piuttosto un ruscello - che dopo un breve percorso si getta nella Brenne, ai piedi del monte Auxois.
Siamo infatti in Borgogna, non lontano da Alesia, città gallica resa celebre dalla definitiva battaglia tra Giulio Cesare e Vercingetorige nel 52 avanti Cristo.
Sviluppatosi attorno ad un'antica abbazia benedettina fondata nell'VIII secolo, il paesino di Flavigny ha conservato le sue antiche porte fortificate e molte delle case in pietra e legno tipiche della regione.
Il grigio delle massicce pietre contrasta nella luce autunnale con le calde sfumature delle piante ormai vicine al riposo invernale.
La sua struttura è labirintica, le stradine si intrecciano risalendo verso la piazzetta della chiesa.
Una storica fabbrica di caramelline continua ancora la produzione nei locali dell'antica abbazia e, quando il tempo volge al brutto, un profumo di anice nell'aria anticipa la pioggia.
In questa parte della Borgogna, tra la ricca valle della Saone, principale affluente del Rodano, e il Morvan boscoso e selvaggio, l'Auxois si distende in un dolce paesaggio di colline e di valli coltivate.

Qui le vigne si fanno rare, anzi un'unica parcella, proprio ai piedi dell'oppidum di Alesia, nel territorio di Flavigny, si riallaccia ad una tradizione secolare che era stata da tempo abbandonata a causa della fillossera. È dal 1994 che, ripiantate le vigne sulle pendici dell'Auxois si è rinato il vino di Flavigny.
Sul fianco della collina, esposti al sole, i filari cambiano colore da un giorno all'altro verso toni autunnali sempre più caldi.
Flavigny conta attualmente circa trecento abitanti, comprea la quarantina di religiosi di obbedienza tradizionalista della Fraternità sacerdotale Pio X.
Nel borgo, che è ormai repertoriato tra les plus beaux villages de France, si incontrano gruppetti di turisti, mai troppo numerosi.
Un'associazione locale cerca di animare la vita di Flavigny con iniziative culturali e ricreative. Nella domenica di fine ottobre un mercatino di prodotti regionali attira un pubblico abbastanza numeroso; una minuscola ma attraente libreria, aperta nei fine settimana è tenuta da un giovane appassionato, peraltro insegnante di canto nel conservatorio di una città lontana.
Passata però la festa domenicale il paese ritrova la sua tranquillità. Passeggiando tra le vie quello che colpisce è il silenzio. Solo l'abbaiare di un cane e il cinguettio di uccelli attenuano la calma assoluta che sembra regnare.