La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



giovedì 5 luglio 2018

Anne Le Maitre: Saggezza dell'erba

Gli anni passano. Sui miei scaffali, quaderni e disegni si accumulano come in cantina gli scarponi usati.
Ho qualche cicatrice, ricordo di una spina o di un sasso. Ho il polpaccio indurito e delle rughe agli occhi. Perché mentre facevo il cammino, calcando la terra, piegando l'erba, confermando con il mio passaggio il sentiero che altri avevano seguito prima di me, nello stesso tempo il cammino mi ha fatta. Mi ha graffiata, indurita. Ha dato al mio passo la cadenza misurata del camminatore, ha affinato i sensi su cui conto per trovare i funghi o la menta, per segnalarmi i cinghiali nella boscaglia o il temporale sulla cresta. Mi ha screpolato il tallone e la mia schiena si è incurvata sotto il peso dello zaino. Un po' di terra sempre resta incollata alle mie suole.
Tanti cammini frequentati così. Quanti chilometri, ore, giorni? Quanti chili portati sulle spalle?
Niente d'eccezionale, malgrado tutto.
Il passo di un umano sulla Terra.

venerdì 22 giugno 2018

Peter Matthiessen, Il leopardo delle nevi.

Nella notte chiara, le stelle brillanti scendono fino all'orizzonte e prima dell'alba una striscia nera appare dietro i pini come se, al di là della curva della terra, si potesse scorgere lo spazio infinito. Il cerchio d'argento si muta in rosa, poi in bianco candido; il sole accende il Churen Himal (7363 metri) e il Putha Hiunchuli, che è esattamente 122 metri meno alto. L'aria è sonora. GS dichiara che nell'est del Nepal, ai piedi dell'Everest, non ha visto niente che valga lo spettacolo che ammiriamo dal nostro spiazzo, quasi completamente circondato da alte guglie di ghiaccio.
Leggendo il libro di Peter Matthiessen si dimentica a volte che si tratta di un racconto di viaggio. Lunghe parentesi di considerazioni filosofiche e di digressioni sulle religioni orientali, spunti di riflessioni autobiografiche, analisi etnologiche interrompono la progressione, o piuttosto il resoconto della progressione tra le montagne del Nepal. Peter Matthiessen e George Schaller sono diretti nella regione del Dolpo, una delle più segrete del Nepal, centro vivo del buddismo e delle sue esperienze mistiche più profonde, originarie del Tibet. In passato infatti, abbandonata la loro terra d'origine sotto occupazione cinese, i monaci si erano rifugiati tra queste montagne himalayane, trovando qui pratiche religiose sciamaniche più antiche che si perpetuavano in monasteri praticanti il rito bon.
Peter Matthiessen ha lasciato in America quattro figli, tre già grandi ma l'ultimo, Alex, di solo otto anni. Viaggerà sempre con il senso di colpa provocato da questo provvisorio ma lungo abbandono.
La moglie è morta prematuramente, l'anno precedente, e per lui che pratica già da tempo il buddismo zen, questo viaggio verso le Montagne Celesti è un po' come un antidoto alla depressione.
Parte, nel settembre del 1973, al seguito dello zoologo George Schaller per una spedizione che ha come scopo l'osservazione del bharal, la “pecora blu” dell'Himalaya, e del fantomatico leopardo delle nevi, animale quasi leggendario, raramente avvistato, ma la cui presenza tra queste montagne sembra confermata.
Partiti da Kathmandu, i due raggiungono in fuoristrada Pokhara, duecento chilometri ad ovest, ultimo bastione del mondo moderno. Da qui comincia la loro marcia. Quattrocento chilometri a piedi per quello che è anche un viaggio nel tempo. Dice Matthiessen: in un giorno di cammino abbiamo percorso dei secoli.
Il percorso verso le valli più nascoste del Dolpo è lungo e difficile. Si sale verso valichi altissimi fino al Kang La a quasi seimila metri di quota, dominati da massicci immensi come l'Annapurna e il Dhaulagiri a più di ottomila metri.
Si devono attraversare torrenti in piena, bisogna arrampicarsi tra rocce e tronchi sradicati e trasportati da torrenti impetuosi che scendono dai ghiacciai. I due sono accompagnati da sherpa e da abitanti del luogo che salgono tra le rocce, lungo impervi sentieri con il loro carico tenuto alla fronte da una cinghia. È autunno e la neve comincia a cadere a quote relativamente più basse, altrimenti sono le ultime piogge dei monsoni a rendere non proprio allegro e ridente, nella prima parte del viaggio, il paesaggio circostante. I villaggi sono poveri, a volte miserabili e la scoperta di questa miseria non lascia indifferente Matthiessen che racconta incontri sconvolgenti di fronte ai quali è difficile trovare il buon atteggiamento: Una bambina con le gambe difformi e inutili si trascina sul pendio all'uscita del villaggio. Il naso contro le pietre, lo sterco di capra, i rivoli di acqua fangosa, si arrampica come un grillo ferito. Noi esitiamo, vergognandoci dei nostri solidi polpacci: lei se ne accorge e alza verso di noi i suoi occhi limpidi, senza amarezza; la compatiamo ancora di più perché è graziosa. GS spiega con un tono turpe che nel Bengala i mendicanti spezzano le ginocchia ai figli per renderli più pietosi: è il modo che ha di esprimere la sua emozione. Ma la bambina che giace ai nostri piedi non è una mendicante; è solo una bambina che osserva con curiosità dei grandi stranieri bianchi.
Il gruppo arriverà al monastero Skey, sulla montagna di Cristallo il primo novembre 1973 e resterà sul posto una quindicina di giorni. I due viaggiatori avranno modo di osservare a lungo e anche da molto vicino i bharal che sembrano abbastanza numerosi. Le osservazioni scientifiche occupano una buona parte del loro tempo ma Matthiessen è interessato soprattutto alla pratica della meditazione e dall'incontro con il Lama del monastero che si è ritirato in un eremitaggio ancora più isolato. Karma Tupjuk è un monaco di cinquantadue anni, da tempo si è appartato in questo luogo e dice di sperare di restarvi fino alla fine dei suoi giorni. L'artrite ha deformato le sue gambe e si muove difficilmente con l'aiuto di stampelle. Ma sembra felice; mostrando le sue gambe difformi, senza traccia di autocompassione né di amarezza, come se esse appartenessero a noi, leva, aprendole, le braccia verso il cielo, le montagne coperte di neve, il sole e i bharal danzanti e esclama: “Certo che sono felice qui! È meraviglioso! Tanto più che non ho scelta!”
All'alba del 18 novembre Peter Matthiessent riprende il cammino verso Saldang, a nord est mentre George Schaller resta ancora a Skey nella speranza di poter osservare il leopardo delle nevi di cui per il momento non ha visto che impronte sulla neve ed escrementi, religiosamente raccolti.
Per Matthiessent il viaggio scientifico si è trasformato poco a poco in pellegrinaggio e il fantomatico leopardo è diventato quasi un simbolo della sua ricerca interiore. Il fatto di non averlo trovato è per lui un segno Ma non sono pronto a mollare gli ormeggi, ecco perché non troverò la soluzione al mio koan, perché non vedrò il leopardo delle nevi, cioè non lo percepirò. Non lo vedrò perché non sono pronto.
Il ritorno nel mondo sarà difficile. Dopo aver vissuto quasi due mesi in un universo completamente fuori dal tempo, lasciando il Dolpo Matthiessen sente un profondo disagio fisico e psicologico dovuto probabilmente anche al repentino cambio di altitudine. Inoltre niente è cambiato: resto come prima preda delle avidità, dell'ego, delle emozioni, degli eterni dettagli ossessionanti, delle irritazioni di questa dolorosa rottura tra quello che so e quello che sono.
Ma poi ripensa alle parole del lama Tupjuk della montagna di Cristallo, l'amore per quella vita che d'altronde non si è scelta.
E Matthiessen si rende conto infine che probabilmente la guida spirituale a lungo cercata era accanto a lui; lo sherpa Tukten che lo accompagnato durante il percorso e che, non a parole ma con i suoi gesti, con il suo atteggiamento, con la sua semplice presenza sembra rappresentare la messa in pratica dell'insegnamento del lama, non la saggezza unica di un uomo ma l'espressione magnifica di ciò che l'umanità ha di divino.

sabato 9 giugno 2018

Montepulciano, Siena

 Zefiro già, di be' fioretti adorno,
avea de' monti tolta ogni pruina;
avea fatto al suo nido già ritorno
la stanca rondinella peregrina;
risonava la selva intorno intorno
soavemente all'ôra mattutina,
e la ingegnosa pecchia al primo albore
giva predando ora uno or altro fiore.

Angelo Poliziano, Stanze per la Giostra del Magnifico Giuliano 
Bella è la campagna in questa parte di Toscana. Dolci colline e borghi sparsi qua e là, boschetti e vigne, campi di colza dal giallo splendente e il verde argenteo degli olivi ben allineati sui pendii.
Le strade bianche serpeggiano in lontananza affiancate a tratti da cipressi. Montepulciano appare da lontano sul lungo colle che separa la val di Chiana da quella d'Orcia e già la sagoma dei suoi palazzi e dei campanili annuncia una città ricca e fiorente.
Gli etruschi e poi i romani avevano apprezzato il sito e avevano fatto del luogo un centro adeguato e prezioso per controllare le importanti vie di comunicazione sottostanti.
Più tardi il dinamismo e la ricchezza della città attirarono le mire di Perugia, Siena e Firenze, fino a quando, alla fine del XIV secolo quest'ultima prese il sopravvento.
Sono senz'altro i vigneti, produttori di un vino di qualità riconosciuta fin dal Cinquecento quando a Roma i papi bevevano il Rosso scelto e poi ai giorni nostri con il celebre Vino nobile ad aver fatto – e a fare ancora – la reputazione della città.
Arriviamo da via Calamandrei e ci fermiamo alla libreria Centofiori attirati dalla vetrina che espone un saggio sull'ironia di Giacomo Leopardi. Un libraio che espone un libro così non può essere malvagio! È il primo luogo da visitare in questa cittadina. Le librerie indipendenti sono ormai sempre più rare, bisogna essere appassionati e non solo commercianti per gestire posti simili.
E i piccoli locali di questa libreria sono una fonte di scoperte veramente inattese. Niente a che vedere con le insegne “supermercato dei libri” che ormai siamo abituati a vedere in quasi tutte le città. Risalendo verso il centro storico passiamo dalla Porta al Prato, che, fin dal Duecento, è il principale ingresso nella città. Da qui il corso attraversa con una lunga esse il cuore di Montepulciano.
Case eleganti, anche gentilizie, si succedono. Innumerevoli negozi vendono e propongono l'assaggio del vino anzi il wine tasting. Sì, perché si ha l'impressione che il pubblico da attirare sia straniero, soprattutto inglese.
Ed è l'inglese che frequentemente sentiamo parlare tra i passanti che risalgono o scendono la via centrale della cittadina.
Saliamo più in alto arrivando sulla Piazza Grande.
È considerata una delle piazze più belle d'Italia ed in effetti è veramente magnifica, un gioiello del Rinascimento, con il Palazzo comunale, il palazzo del Capitano, quelli delle famiglie Contucci e Nobili-Tarugi completamente rivestito di travertino, con un bel portico, il pozzo monumentale di Sangallo il vecchio.
All'interno del Duomo ci fermiamo davanti una Madonna col bambino del Quattrocento, fu dipinta da Sano di Pietro da Siena ed, per il posto in cui si trova è conosciuta come “La Madonna del pilastro”.
Continuiamo la nostra passeggiata scoprendo un bel panorama sulla valle sottostante. Più tardi, il sole che tramonta ci offre l'ultimo spettacolo della giornata.

sabato 2 giugno 2018

Hermann Hesse, Dall'Italia

Scrisse Montaigne […] che viaggiare in terra straniera serve a fregare il nostro cervello e a limarlo contro quello degli altri; per Descartes, viceversa, secondo quel che si apprende nel Discours sur la méthode il fine è di poter conversare con gli uomini dei secoli andati. Ecco già delineati così, nella cultura dell'Occidente, due modi di intendere il viaggio abbastanza dissimili, ancorché complementari: di chi cerca nel confronto con gli umori e il sangue caldo dei contemporanei una verifica di sé e della propria identità; e di chi insegue piuttosto delle pietre fra cui si aggira, le risonanze e testimonianze superstiti delle epoche sepolte. Insomma , di chi privilegia la società vivente e di chi si compiace del pellegrinaggio e del colloquio con le reliquie.
Gesualdo Bufalino, La luce e il lutto 1996


Tra i viaggiatori che si sono confrontati a questa questione essenziale è certamente Hermann Hesse.
E per i lettori italiani, la pubblicazione nel 1990 dell'antologia Dall'Italia (l'ultima edizione è del 2013) è stato un nuovo tassello, importante, nella traduzione della ricca bibliografia dello scrittore tedesco ma anche uno strumento essenziale – e gradevole – per approfondire questa tematica.
Il volume raccoglie praticamente tutti i testi che hanno come tema - o anche solo come sfondo – l'Italia: diari di viaggio, lettere, poesie, prose brevi, racconti. Il tutto è preceduto da un'interessante e approfondita prefazione di Eva Banchelli, competente e attenta conoscitrice dell'opera dello scrittore tedesco.
Gli scritti raccolti nell'antologia vanno dai primi anni del XX secolo agli anni Sessanta ma sono per la più parte scritti giovanili e ci mostrano gli elementi della formazione culturale di Hermann Hesse e anche la sua progressiva emancipazione da un'educazione religiosa severa e rigorista.
Come lo ricorda Eva Banchelli, l'opera dello scrittore è legata e si nutre del suo interesse per l'oriente (basti pensare a Siddhartha o a Pellegrinaggio in oriente). È un mondo più mitico che reale; una nostalgia verso il sud del mondo, lo sguardo verso un universo che per lui rappresentava in qualche sorta un antidoto a quello severo e razionale delle società del nord. Ma nell'immaginario di Hermann Hesse un altro mondo esotico è da associare a quello lontano dell'India: quello dell'Italia, vista come culla della cultura ma anche come luogo, in una visione senz'altro romantica del passato, più vicino alla natura, alla sobrietà di una vita non corrotta dalla modernità, ad una ingenua ma sincera spiritualità.
Sovente entro per alcuni istanti nella stanza da letto dove è appesa alla parete la grande carta geografica dell'Italia, e con occhio avido sfioro il Po e l'Appennino, attraverso verdi vallate toscane, mi spingo dentro le insenature sabbiose della Riviera, celesti e gialle, lancio anche un'occhiata giù, verso la Sicilia, e finisco così per smarrirmi nei dintorni di Corfù e della Grecia. Buon Dio! Come sono vicine tra loro queste terre! E come si fa in fretta a essere ovunque! Fischiettando rientro nel mio studio, leggo libri superflui, scrivo superflui articoli e penso superflui pensieri.
Come Diceva Nicolas Bouvier: Crediamo di fare un viaggio ma ben presto è il viaggio che ci fa o ci disfa. Questo vale senz'altro anche per Hermann Hesse. I suoi diari di viaggio del 1901 e del 1903 descrivono, giorno dopo giorno, il suo desiderio di impregnarsi dell'atmosfera delle città visitate: Firenze, Pisa, Venezia, Genova, Bologna, Bergamo, ma soprattutto la sete, quasi frenetica, con visite ripetute e prolungate nei musei e nelle chiese, di ammirare e assimilare le opere d'arte studiate in passato sui libri. Ma vediamo poi che egli comincia ad interessarsi alle persone, non solo alle figure femminili spesso ammirate e descritte come incarnazioni di quadri celebri, ma anche alla gente comune, con cui cerca il contatto e il dialogo. Come quando, a Montefalco in Umbria, al termine di una giornata particolarmente uggiosa, cerca la compagnia della famiglia del locandiere, con la quale passa la serata: Poco dopo lasciai il cupo salone, troppo grande e immerso in un silenzio inquietante, e presi ad aggirarmi per la casa in cerca di calore. Trovai allora nella piccola cucina sul retro, l'oste, la moglie e il suo decrepito genitore comodamente accovacciati davanti al fuoco sfavillante dell'immenso focolare. Le fiamme guizzavano allegre e luccicanti e il loro fumo azzurrognolo si disperdeva nell'enorme voragine della cappa. Mi sedetti con loro su uno dei bassi sgabelli impagliati ad assaporare il piacevole calore e la luce tremolante delle fiamme che, giocando sulle pareti, destava un teatro d'ombre all'intorno e balenava qua e là sui recipienti di rame e di stagno.
Hermann Hesse si era recato a Montefalco sulle tracce dell'arte francescana. Perché il suo interesse per l'Italia non si ferma all'epoca rinascimentale e all'umanesimo; lo scrittore guarda più lontano, verso quel medioevo di spiritualità rappresentato con estrema energia e con vigore dalla figura di Francesco d'Assisi. Tra i testi dedicati al Poverello, epiteto che lo scrittore riprende considerandolo essenziale, troviamo due racconti e la recensione scritta nel 1905 per un'edizione in tedesco dei Fioretti “che, nonostante il loro contenuto religioso anticipando la letteratura novellistica italiana, rappresentano il monumento più bello e imperituro che un grande uomo abbia avuto nella letteratura del suo popolo. 
Hermann Hesse non vedeva in Francesco d'Assisi solamente l'artefice di una rivoluzione spirituale, per lui il Santo era anche l'iniziatore e il promotore, magari inconsapevole, di una trasformazione culturale. Lo hanno magnificato soprattutto gli artisti per i quali egli è stato fonte di liberazione e di risveglio.[…] Non sarebbe difficile dimostrare il vastissimo influsso esercitato da Francesco in molti campi dello spirito e della bellezza. Grazie a simili grandi uomini, la cui immagine e la cui memoria viene continuamente coltivata e arricchita con fervente amore da tutto un popolo, l'arte ha in ogni tempo ampliato nuovi orizzonti e ricevuto nuova linfa. 
Lo scrittore non va più lontano dell'Umbria. Per molti versi segue il percorso del Grand Tour effettuato nei secoli precedenti dai giovani aristocratici dell'Europa del nord, anche se Roma, meta privilegiata di quegli amanti del mondo classico, non sembra far parte delle sue priorità.
Certo non manca di far suo qualche stereotipo relativo al Bel Paese ma la sua passione è sincera e la sua conoscenza profonda. Hesse si trasferì a Montagnola, nel Canto Ticino a partire dal 1919 e là restò fino alla morte nel 1962. Per lui la valle del Ticino era già il sud, la porta di quel mondo che aveva tanto amato.

venerdì 1 giugno 2018

Abbazia di Sant'Antimo, Siena


Nel territorio di Montalcino è l'abbazia di Sant'Antimo. Sorge nella valletta in cui scorre lo Starcia, un torrentello che poco più lontano raggiunge l'Orcia.
È un luogo veramente suggestivo e piacevole. Alberi di differenti essenze: cipressi, ulivi, quercie, arbusti e fiori animano il paesaggio e fanno da corona all'antico edificio.
Su uno dei colli circostanti il paesino di Castelnuovo dell'Abate sorveglia i dintorni.
Così isolata come in uno scrigno naturale la chiesa ha un fascino davvero particolare.
La fondazione del monastero è attribuita a Carlo Magno, nell'anno ottocento. Probabilmente si tratta di una leggenda ma non troppo lontana dalla verità: un diploma dell'813 dell'imperatore Ludovico il Pio si stipulano nuovi privilegi per il monastero.
Di quel tempo restano, ancora oggi visibili, le vestigia del primo edificio religioso, la cosiddetta Cappella Carolingia, a fianco dell'attuale chiesa.
E sembra che già i longobardi, nell'ottavo secolo, avessero fatto edificare sul luogo del martirio di sant'Antimo di Arezzo, un monastero benedettino.
È però nel XII secolo che si costruisce la nuova chiesa, quella che ancora oggi possiamo ammirare.
L'abate di Sant'Antimo controllava e gestiva un cospicuo territorio che comprendeva anche la città di Montalcino.
Fu quello l'apogeo per i monaci dell'abbazia, periodo di ricchezza e di abbondanza che durò un secolo. In seguito le ambizioni di Siena che voleva espandersi verso sud e le direttive papali causarono il rapido declino del cenacolo.
Sarà Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, fondatore di Pienza, a sopprimere l'abbazia nel XV secolo. I lunghi secoli di abbandono (il sito sarà anche usato nel XIX secolo come stalla) saranno interrotti solo negli anni 1980 quando una nuova comunità di monaci ha rioccupato il luogo.

lunedì 14 maggio 2018

Ella Maillart, Oasi proibite

Nella prefazione ad una ormai lontana riedizione francese di Oasi proibite di Ella Maillart, il suo concittadino Nicolas Bouvier (erano entrambi ginevrini) esprime la sua ammirazione per questo libro: da vent'anni introvabile, è per me un capolavoro e mi rallegro per la sua riedizione. La freschezza coinvolgente dell'osservazione, una lingua estremamente precisa, infine una filosofia del viaggio che permette all'autrice di vivere la sua avventura senza volerla troppo governare, sostituiscono proficuamente “la pretesa di fare opera letteraria” e confermano la mia idea che si ha spesso più profitto nel leggere dei viaggiatori che scrivono che degli scrittori che viaggiano.*
È in effetti un libro scritto con molta leggerezza, spesso con autoironia, senza voler “fare letteratura” come sottolinea Nicolas Bouvier; forse però sta proprio qui la sua qualità letteraria: l'assenza di artificio, la naturalezza di uno stile che appare semplice e spontaneo.
Ella Maillart aveva 32 anni quando, nel 1935, partì per la sua avventura come corrispondete del giornale francese Petit Parisien e aveva già un'eclettica esperienza sportiva: provetta sciatrice, giocatrice di hockey su erba, alpinista, velista. In quest'ultima disciplina aveva rappresentato la Svizzera alle Olimpiadi del 1924 mentre dal 1932 al 1934 aveva partecipato, sempre per i colori svizzeri, ai campionati del mondo di sci. Nel 1930 aveva attraversato il Caucaso e l'Asia centrale sovietica. Ora la sua idea era di raggiungere quelle che erano all'epoca le Indie britanniche partendo dalla Manciuria, - Manchukuo stato indipendente sotto controllo giapponese -. Si trattava di attraversare tutta la Cina da est verso ovest fino alle più remote province occidentali del paese, lo Xinjiang, il turkestan cinese, per poi, attraverso i valichi del Pamir e dell'Himalaya, passare nel Kashmir. Migliaia di chilometri, percorsi ad una media di venti al giorno, attraverso regioni difficilissime, assolutamente isolate dal resto del mondo e i cui abitanti vivevano in condizioni praticamente immutate dalla notte dei tempi. E per questo bisognava tra l'altro superare, sempre a piedi, a cavallo o a dorso d'asino, il Gobi, il deserto, che è in effetti uno dei territori più aridi del pianeta. Nessuno, (in ogni caso nessun occidentale) ripercorrerà mai più quel tragitto. Un'impresa di per sé straordinaria ma resa ancora più difficile dal contesto politico di quell'epoca. La Cina subiva pressioni e attacchi da potenze coloniali e ribellioni interne che sembravano poter smembrare il paese. I giapponesi avevano occupato la Manciuria e creato uno stato vassallo, i sovietici che già controllavano la Mongolia esteriore, cercavano di inserirsi tra le varie fazioni che si combattevano nelle regioni musulmane, gli inglesi manovravano sul Tibet per difendere i loro interessi, i francesi dall'Indocina avevano delle mire sullo Yunnan, senza dimenticare l'insurrezione comunista guidata da Mao. Le enormi distanze e la difficoltà delle comunicazioni impedivano al governo nazionalista di Chiang Kai-shek basato a Nanchino di controllare o solo di conoscere in tempi ragionevoli la situazione di tutte le province.
Ella Maillart parte in compagnia dell'inglese Peter Fleming, corrispondente del Times, viaggiatore, avventuriero, ma anche spia al servizio del governo britannico. Peter Fleming non è altri che il fratello di Ian Fleming e probabilmente è stato lui ad ispirare molti aspetti del personaggio di James Bond.
Ella Maillart descrive le regioni attraversate e gli abitanti: mongoli, cinesi, tibetani, turkmeni. Incontri sovente inconsueti, con ricchi principi locali o con poveri contadini o pastori e sempre la difficoltà di comunicare in lingue sconosciute e di adattarsi a usi e costumi particolari. Accoglienze calorose caratterizzate dalla condivisione del té con il quale impastare le tradizionali polpettine di farina d'orzo ma a volte anche perplessità, diffidenza e sospetto inspirato da “occidentali”, scambiati per russi o per giapponesi, provenienti da vie che nessuno percorreva mai. Giornate interminabili sotto un sole implacabile verso punti d'acqua che sembrano irraggiungibili. Anche gli animali: cammelli, asini o cavalli, soffrono e succede che non sappiano più proseguire; bisogna allora abbandonarli al loro destino.
E poi, raggiunta un'oasi, l'attesa, a volte lunga - a volte in prigione -, aspettando che un'”autorità” accetti di fornire un lasciapassare per quegli strani viaggiatori che si dirigono verso regioni in rivolta.
Tutto questo racconta Ella Maillart e sempre con leggerezza. Nella sua narrazione affiora un'attenzione e una certa empatia verso le persone incontrate, un acuto senso d'osservazione che permette alla viaggiatrice di tracciare in qualche frase ritratti colmi di umanità.
L'arrivo nello Xinjiang è vissuto come il passaggio da un mondo ad un altro. Due civiltà differenti: quella dei mongoli dove i morti sono abbandonati all'aperto, lasciati agli uccelli predatori e quella musulmana dove sono seppelliti.
Ecco ad un tratto, sul culmine di una collina, cinque o sei paletti sui quali delle code di Yak dondolano al vento: riconosco alla prima occhiata la tomba di un musulmano, e si indovina la mia emozione: siamo nel Turkestan. Subito dopo, un cubo di terra secca protegge un forno a pane... Del pane! Che cosa non darei perché sostituisse i nostri vecchi biscotti induriti. Ma gli abitanti hanno lasciato la valle dopo le rivolte recenti, ed è il deserto che ci accoglie.
C'è poi la seconda parte del viaggio. Dall'estremo occidente cinese verso sud, sugli alti valichi del Pamir e dell'Himalaya verso il Cachemire britannico. Il paesaggio cambia, si sale sui fianchi delle altissime montagne, fino quasi a cinquemila metri di quota; gli animali soffrono al punto che bisogna forare le loro narici perché possano respirare.
Il viaggio si conclude quando i primi pali del telegrafo annunciano il ritorno nel mondo della modernità. Poi la conclusione con il volo verso l'Europa, passando da una velocità di venti chilometri a duemila chilometri al giorno.
E l'arrivo in Francia. Improvvisamente capisco qualcosa: sento adesso, con tutta la forza dei miei sensi e tutta quella del mio intelletto, che Parigi non è niente, né la Francia, né l'Europa, né i Bianchi... Una sola cosa conta, contro ogni particolarismo, è l'ingranaggio magnifico che si chiama mondo.
*Esattamente il contrario di quanto dicevo io qui.

sabato 5 maggio 2018

La val d'Orcia in Toscana


Nei pressi di Siena è la val d'Orcia con il suo paesaggio conosciuto in tutto il mondo, associato da molti stranieri al mito sognato del viaggio in Italia.
Riprodotto all'infinito su calendari, ceramiche, affiche, è quasi uno stereotipo dell'idea di Toscana. Immagini da cartolina, inquadrate da molteplici punti di vista ma con il ripetersi di elementi essenziali: le colline, i casolari, i cipressi, i colori smaglianti dei fiori e dell'erba.
Uno spazio dichiarato dall'Unesco “patrimonio mondiale dell'umanità”. Un universo vario e appagante anche nella coerente regolarità delle sue caratteristiche.
Da queste parti passava – passa tutt'ora, riscoperta e messa in valore per i nuovi camminatori - la via francigena. Pellegrini e viandanti erano numerosi ad attraversare queste regioni, preannuncio esaltante della non più lontanissima meta romana. Un ambiente che ha ispirato in modo deciso gli artisti italiani del Rinascimento che, pur nelle regole imposte dai committenti, riservavano nelle loro opere uno spazio sempre più grande al paesaggio toscano, facendolo emergere da uno sfondo non più semplicemente decorativo.
Ma il paesaggio toscano non è solo modello da copiare ma universo da creare; anche l'Unesco, nell'attribuzione del riconoscimento a cui abbiamo prima accennato, sottolineando il valore emblematico di questi luoghi, precisa come il loro stato sia frutto di un'idea rinascimentale di bellezza e armonia.
In effetti questo paesaggio in cui la natura si lascia ammirare in tutto il suo splendore, ha però ben poco di naturale. Campi coltivati, siepi, vigne e uliveti, vie bianche che si snodano sinuose, ogni elemento è il frutto dell'azione degli uomini che nei secoli - e poi soprattutto dal Quattrocento - hanno modificato e ricostruito spazi sottraendoli al bosco e alla boscaglia.
Fino al cipresso, albero di poca utilità pratica, semplicemente decorativo, diventato quasi il simbolo di questa regione.
Un paesaggio più che mai culturale dunque,
nel senso che i latini davano a questo termine che inglobava quelle che erano secondo loro le attività essenziali dell'uomo civilizzato: coltura, cultura e culto. Un ambiente rappresentato in modo esemplare negli affreschi del buon e del cattivo governo che Ambrogio Lorenzetti ha lasciato al palazzo cumunale di Siena.
Situati quasi sempre sulle creste delle colline, alla ricerca di un riparo, spesso effimero, da razzie di bande armate o di eserciti, i paesini fortificati punteggiano qua e là il paesaggio.
Il rosso caldo delle mura in mattoni o di pietra rosata offre un piacevole contrasto con l'azzurro del cielo e il verde della campagna. Al centro dell'abitato è immancabile la chiesa con il campanile che domina l'abitato, indice puntato verso il cielo e più pragmatica torre di avvistamento. A volte un palazzo in granito, simbolo di ricchezza e di potenza, sospende il ritmo delle case con una nota più fredda ed austera.
Oggi molti di questi borghi, rimessi a nuovo, accolgono i turisti che numerosi visitano la val d'Orcia.
Castelmuzio di Trequanda, luogo di produzione d'olio d'oliva, si presenta così come borgo salotto, con un impegnativo e quasi filosofico manifesto.



A Monticchiello,
nel territorio comunale della celebre città ideale di Pienza, l'iniziativa culturale è più antica, risale al 1967 quando fu creato il Teatro povero, che con il museo popolare locale, aiutando gli anziani e promuovendo le iniziative culturali dei giovani, ha come scopo la salvaguardia di una piccola comunità contadina che non vuole scomparire e che ri ritrova attorno a progetti ambiziosi e sorprendenti qui.
San Quirico d'Orcia più popoloso ma con la tranquillità di un paesino, infine Montalcino, mondialmente conosciuta per il suo vino (Brunello dai prezzi un po' essessivi).