La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



martedì 23 settembre 2014

Francesco Giuliani: Diario della guerra 1915-18

Nel centenario dello scoppio della guerra 1914-1918, anche in Italia, nazione che entrò nel conflitto l'anno seguente, si sono moltiplicate le pubblicazioni e le iniziative per ricordare, in modo più o meno pertinente, quel catastrofico avvenimento.
Sono scomparsi ormai tutti i testimoni della carneficina. L'ultimo reduce italo-francese, Lazzaro Ponticelli è morto nel 2008 alla veneranda età di 110 anni, rifiutando, con un ultimo atto di intelligenza e di coerenza, i funerali solenni (gli stavano preparando un posto al Pantheon) che la Francia voleva attribuirgli: Non è giusto che spettino solo all'ultimo sopravvissuto, facendo un affronto a tutti gli altri che sono morti senza avere gli onori che meritavano. Non si è fatto nulla per loro, anche un piccolo gesto sarebbe stato sufficiente. Così Ponticelli, che, durante la seconda guerra mondiale, aveva partecipato anche alla Resistenza, a dato uno schiaffo morale ai maestri della retorica ufficiale. E, a questo proposito, non è inutile sottolineare, in un'epoca di rigurgiti nazionalisti e di xenofobia dilagante, il fatto che l'ultimo soldato poilu (così erano chiamati i fanti francesi) è stato un immigrato.
Restano quindi, per raccontare il primo conflitto dell'era moderna gli scritti di memorialistica e di letteratura. Tra le iniziative più interessanti, possiamo ricordare la diffusione su Radio3 della lettura di alcuni tra i testi più importanti che hanno come argomento la cosiddetta “Grande guerra”. Un anno sull'altipiano, lucido e spietato resoconto dell'esperienza personale di Emilio Lussu, il magnifico e drammatico racconto La paura di Federico De Roberto, Addio alle armi di Ernest Hemingway, Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque.
Tutti questi scritti, lontanissimi dalla retorica guerriera, raccontano, pur con stili e approcci differenti, un universo di sofferenza e di desolazione. Denunciano l'incompetenza, l'ottusità e il cinismo di chi considerava la truppa come carne da macello, prendendo decisioni sconsiderate e mortifere, raccontano i barlumi di umanità che, malgrado il contesto, riescono a persistere tra i soldati nelle trincee.
Spesso però, ed è il caso per i titoli citati, il testimone è, se non uno scrittore di professione, un esponente del ceto agiato e colto, ed anche se il testo, come nel caso di Lussu, nasce dall'urgenza di smascherare la retorica della storia ufficiale, lo sguardo sulla moltitudine in gran parte contadina di quel popolo costretto a battersi per ragioni a lui oscure, resta, seppur comprensivo e benevolo, intriso di paternalismo.
È quindi importante ascoltare la voce di chi, pur amante della cultura, non era nato nella classe degli istruiti e che scrivendo aveva ancora i piedi nella terra di poveri campi coltivati con fatica e appoggiava il bastone sull'erba dei pascoli di montagna.
Si tratta di Francesco Giuliani, il poeta pastore abruzzese che, partito per il fronte del Carso nel 1915, tornò definitivamente sulle sue montagne natali solo nel 1919.
Su tre quaderni di scuola Francesco Giuliani ha raccontato la sua esperienza nelle trincee. Si tratta di un diario, del tutto personale, nel quale il primo bisogno imperioso è quello di attenersi al vero, anche a scapito dello stile letterario. Essenziale è raccontare i fatti, le piccole e grandi storie di quell'epopea, ricordare gli uomini conosciuti, coloro capaci di gesti eroici o di bassezze. Perché in un momento così estremo com'è la guerra, la natura umana è messa a nudo, svela ed evidenzia gli artifici e i sotterfugi. Ma, nonostante tutto, anche se il primo scopo è di dire il vero, per Francesco Giuliani la scrittura è un atto importante anche nella forma. La cura con cui teneva i suoi quaderni, la calligrafia precisa e diligente ne sono un sintomo. Colui che diceva di non voler essere un pastoraccio incolto, studiava, anche se da autodidatta, i classici della letteratura. Amava la poesia e quando scriveva pensava ai suoi modelli, soprattutto a Dante che citava con passione; non a caso il testo del suo diario alterna parti in prosa e parti in endecasillabi.
Lo scritto che ne risulta è il racconto delle sue vicissitudini e dei suoi sentimenti ma è anche una riflessione, un esame della condizione umana in un contesto tanto particolare, un'analisi delle responsabilità di chi provocò quella situazione drammatica.

Lasciaste qui la vita innanzi sera
Giovani baldi, coraggiosi e forti,
Per voi io piango in questa notte nera.

Eravate le più belle coorti
Nuove alla pugna e scevre di livore,
Ora qui siete un gran campo di morti.

Voi m'infondete in cor pena e timore
Che forse un giorno vi potrò seguire
Se della pugna ancor dura il furore.

E qui veniste bei fiori a morire
E dato non vi fu il perché sapere
Che si spengano un dì gli sdegni e l'ire.

Fummo menati a trar dei giorni amari
In questo inferno di tormenti e pene
Disperando tornar nei patri lari.

Descritte non fur mai simili scene
Di tante strage e di cotanto orrore
Che non c'è da veder facce serene.

E qui non vive un cor senza timore
Perché è questo della morte il regno
Delle pene tremende e del dolore

Placar non si potrà mai tanto sdegno
Contro chi volle questa guerra immane
Che lascia ovunque delle stragi il segno.

Francesco Giuliani scrive per se stesso ma, forse fin dall'inizio, voleva che la sua storia trovasse altri lettori. Quest'idea si rafforza soprattutto dopo che nel 1961 l'etnologa Annabella Rossi fa conoscere il lavoro del poeta pastore e pubblica alcuni estratti del Diario nella rivista Il Contemporaneo, valutando e suggerendo una pubblicazione integrale dell'opera. Ci fu poi, nel 1992, un'altra parziale pubblicazione nell'antologia di scritti di Giuliani Se ascoltar vi piace, curata da Maurizio Gentile qui ma l'edizione completa del testo dovrà aspettare ancora una decina di anni.
Infatti quest'ultimo progetto vedrà la luce solo nel 2001 grazie al sostanziale contributo della Regione Abruzzo, dell'Amministrazione Comunale di Castel del Monte e dei familiari dell'autore.
L'edizione critica, curata da Paolo Muzi, è completata dalla raccolta di lettere che il pastore aveva inviato dal fronte alla moglie Cesidia. L'epistolario era stato copiato dallo stesso su due altri quaderni, edulcorato dai saluti ai familiari, segno della volontà di farne una componente della sua opera letteraria. Le lettere, scritte evidentemente “a caldo” serviranno più tardi da base, insieme agli appunti presi su un quaderno al fronte, per la stesura del Diario, composto (il periodo preciso è sconosciuto) probabilmente a partire dagli anni Cinquanta. E la lettura delle lettere, parallela a quella del diario permette anche una messa in prospettiva del testo di quest'ultimo, arricchendolo di riflessioni teoriche pertinenti e ben definite, sottolineando la precisa coscienza morale di Francesco Giuliani:
Sono contento che si fanno poche istruzioni, e perché io le credo inutili mi riescono sempre incresciose. Io non sono dotato di spirito guerriero, non amo la vita comoda, ma tranquilla, e per questo non voglio che mi si insegni come si fa ad assalire una trincea e nemmeno a puntare il fucile, quando il bersaglio da colpire è un uomo.
Fino a che vi saranno uomini ambiziosi e da tanto a tener vivo l'odio tra i popoli, ed altri occupati soltanto a creare mezzi di distruzione, l'umanità intera non avrà mai pace*.
Parole che oggi suonano profetiche e di un'attualità cocente.
*Lettera del 20 marzo 1916

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