La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



lunedì 25 aprile 2016

Mario Ferraguti: La voce delle case abbandonate

Le case, abbandonate dagli uomini, cominciano una nuova vita. Si trasformano lentamente con gli oggetti lasciati nelle stanze. I cassetti e le ante dei mobili si aprono, lasciano entrare nuovi ospiti che si appropriano dei luoghi e curiosano tra i resti di vite passate. Le case sembrano prima proteggersi dagli intrusi; il passante trova porte chiuse a chiave o con lucchetti. Ma a volte è solo un filo di ferro o una spranga di traverso ad abbozzare un ultimo ostacolo al forestiero. Poi col tempo, un vetro si rompe, il vento apre una finestra, il legno marcisce e una porta finisce per staccarsi dai cardini e la vecchia abitazione, forse annoiata da tanta solitudine, tenta di attirare il viandante perché le faccia un po' di compagnia.

È bastata la lettura di qualche pagina di questo libro per cominciare a guardare le case abbandonate con uno sguardo diverso.

Mario Ferraguti abita sulle colline del parmense e da tempo osserva e descrive il mondo affascinante e a volte misterioso degli Appennini.

Il libro è pubblicato nella collana Piccola filosofia di viaggio dell'editore Ediciclo (una collana di cui ho già parlato qui) .
Ed è infatti un viaggio nel quale lo scrittore ci accompagna. Un viaggio tra vecchie mura che non sono però quelle di storiche rovine ma i resti di vite semplici e forse banali, di luoghi creati dalla presenza umana ma nei quali quest'ultima non è tutto; luoghi che hanno una vita propria, ricca anche dopo il loro abbandono.

Le case abbandonate raccontano storie e voci ormai scomparse. A poco a poco si trasformano, i ricordi degli uomini, delle donne, dei bambini che le abitarono sono cancellati giorno dopo giorno.
Nelle stalle gli animali hanno lasciato il loro odore e i segni della loro presenza, poi anche questi sono stati portati via dal tempo. Altre bestie, topi, insetti, ragni, che occupavano gli angoli e i buchi nel legno, sono restati soli allargando il loro territorio.
Quando le prime tegole cominciano a muoversi la pioggia, il vento e la neve si intrufolano. Lo spazio si allarga, i primi coppi cadono sul pavimento attirando gli altri, fino a lasciare nude le travi. Ma anche la trave più solida si stanca di reggere il tetto e infine si spezza.

Nel bosco sono gli alberi ad impossessarsi della casa abbandonata. Entrano dalle finestre, allungando i loro rami, depositano semi che cominciano a germogliare, si aggrappano ai muri, spingono le proprie radici per abbracciare l'antica abitazione. Gli ultimi mobili dimenticati perdono il loro colore, poi la loro forma; la pioggia e la neve li lavano, li smontano, li alleggeriscono. Anche sui muri i colori si attenuano poco a poco poi spariscono. Restano pietre e mattoni.
Una vecchia pentola, restata vicino a quello che era il camino, ricorda cene frugali al calore del fuoco. Col tempo le case smettono di essere case, muri, finestre, tetti.
Con gli anni ridiventano pietre, legno, terra. La storia degli uomini che le hanno abitate è riassorbita dal mondo naturale che ha tempo e pazienza, più lunghi della storia degli uomini.


Mario Ferraguti ci invita ad un viaggio poetico fatto di riflessioni, nell'apparente semplicità, dense e profonde e che ci aprono un universo vicino e nello stesso tempo sconosciuto.

venerdì 15 aprile 2016

Colmar, la Madonna del roseto

Colmar festeggia la primavera.
Certo il cielo è ancora un po' grigio e ogni tanto qualche goccia di pioggia fa aprire gli ombrelli ma turisti e abitanti non rinunciano alla passeggiata domenicale tra i banchetti del mercatino e i negozi aperti di dolciumi e ricordini.
Anche i tavoli dei bar sono affollati e tutti approfittano della giornata più calda e della luce più brillante del mese di aprile.

Gli accenti sono già tedeschi in questa piana di Alsazia a lungo contesa tra Francia e Germania.
La città si allarga quasi fino alle prime colline coperte di vigneti. Più in alto, verso ovest, la cresta arrotondata delle montagne dei Vosgi è coperta da scure pinete che trattengono qualche nuvola sfilacciata.
Il centro storico di Colmar ha conservato le abitazioni caratteristiche della regione.
Le facciate delle case, spesso di colori vivi, sono sottolineate dai tratti scuri delle travi in legno apparente, a volte un po' sgembe.
Gli edifici più importanti mostrano fieramente i tetti dalle tegole colorate e brillanti. Più austeri, i palazzi delle istituzioni ufficiali: tribunale, caserma, municipio sembrano contrastare con la loro severità.

Venditori di cioccolato, di stoffe e di miele si alternano nel mercatino che attira molti curiosi.
Un canale centrale su cui vanno e vengono barche cariche di turisti, sfiora i giardini delle case.
È la “Petite Venise”, la Piccola Venezia. Sono i pontili che permettono l'accesso dalla barca alla casa che hanno ispirato il soprannome, qualcuno dirà un tantino usurpato, ma perché no.

Attraversiamo la piazza passando sotto l'arco dell'antica dogana, risalendo le stradine animate.

La chiesa dei Domenicani è stata ormai trasformata in museo per accogliere un'unica opera, la celebre pala d'altare di Martin Schongauer La vergine del roseto. Il dipinto del 1473 era stato realizzato per la cattedrale della di San Martino. Due ante traforate in arabeschi e dorate racchiudono il dipinto. Il vestito della madonna occupa quasi interamente la parte inferiore del quadro, si eleva a piramide lasciando apparire ai lati il roseto tra le cui foglie, su uno sfondo d'oro, appaiono i fiori rossi. La donna e il bambino sembrano emergere dal sontuoso panno rosso del vestito. In alto gli angeli sembrano danzare reggendo la corona della vergine. La madonna e il bambino guardano in direzioni opposte. Le teste inclinate e i tratti austeri dell'arte gotica sono sorprendentemente attenuati, se non cancellati, dal rosso brillante delle labbra dei due personaggi.
Le bocche
quasi sensuali e il tondo del mento sono i soli dettagli che uniscono con una certa somiglianza la madre e il figlio. Il rosso è lo stesso delle rose che circondano i due volti. Le lunghe dita del figlio accarezzano teneramente il petto della madre all'orlo superiore del vestito mentre l'altro braccio passa attorno al collo e lascia spuntare le esili dita tra i capelli ondulati della donna. Anche le dita della madre sono di un'estrema lunghezza e sorreggono affettuosamente e delicatamente il bambino. Entrambi hanno uno sguardo malinconico, quello di un sorriso che si è appena spento, un'attimo di gioia interrotto da un pensiero grave, quello di un destino drammatico che incombe e al quale non si potrà sfuggire.