La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



venerdì 6 settembre 2019

Arthur Rimbaud sul San Gottardo

Siamo in vista dell'entrata nord della galleria del San Gottardo. Una lunga fila di automobili è già incolonnata e aspetta in proprio turno per infilarsi nel lungo tunnel di 16 chilometri.
Decidiamo di prendere la strada che sale verso il valico. La giornata è abbastanza bella e soleggiata anche se, sul passo, a più di duemila metri, l'aria è piuttosto fredda. Bei panorami delle montagne svizzere, villaggi con case in legno e pietra, prati così verdi da sembrare finti. Sul pianoro che si allunga sul valico è rimasta un po' di neve.

Il 17 novembre 1878 Arthur Rimbaud è a Genova. Vuole imbarcarsi per l'Egitto. Ha ventiquattro anno e già l'opera poetica che conosciamo è alle sue spalle. Ha lasciato, questa volta definitivamente, Charleville-Mézière, la cittadina nelle Ardenne francesi dove era nato.
Dopo aver attraversato i Vosgi, l'Alsazia (allora tedesca) e il nord della Svizzera, ha superato il passo del San Gottardo. All'epoca la galleria ferroviaria era ancora in costruzione e l'unica via che collegava la Svizzera centrale al Ticino era quella, difficilmente praticabile se non in estate.
Arrivato a Genova, il poeta scrive una lettera alla sua famiglia nella quale racconta la sua avventura. È una scrittura singolare, a volte ripetitiva e un po' maldestra, ma anche leggera e incalzante, ricca di ironia e a momenti quasi ilare, molto diversa da quella poetica dello stesso autore che siamo abituati a leggere.
Sulla linea retta che va dalle Ardenne alla Svizzera, volendo raggiungere da Remiremont la coincidenza tedesca a Wesserling, ho dovuto passare dai Vosgi: prima in diligenza, poi a piedi, non potendo più nessuna diligenza circolare con, in media, cinquanta centimetri di neve e con una bufera prevista.
Ma l'impresa era il passaggio del Gottardo che non si supera più in vettura in questa stagione e che quindi io non potevo varcare così.
Ad Aldorft, la punta meridionale del lago dei Quattro cantoni, che abbiamo costeggiato con un vapore, comincia la strada del Gottardo. Ad Amsteng, una quindicina di chilometri dopo Aldorft, la strada prende a inerpicarsi e a cambiare, acquistando un carattere alpestre. Non più valli, non si dominano che precipizi al di là delle pietre miliari della strada. Prima di arrivare ad Andermatt, si passa in un luogo dall'orrido notevole detto “il ponte del diavolo”. A Göschener, un villaggio diventato paese con l'affluenza degli operai, si vede in fondo alla gola l'apertura della famosa galleria, gli atelier e le mense delle ditte […].
Poi comincia la vera salita, all'Hospital credo: prima quasi un'arrampicata per le traverse, poi dei pianori o semplicemente strade carrozzabili. Perché bisogna immaginare che non si può sempre seguirla, sale sempre a zig zag , anche su terrazze molto dolci, e ciò implicherebbe un tempo infinito mentre in linea d'aria ci sono solo 4900 piedi di salita per ogni giro o anche meno.
Coloro che non sono abituati allo spettacolo della montagna scoprono anche che, se la montagna può avere dei picchi, ci sono anche montagne senza picchi. La vetta del Gottardo ha in effetti molti chilometri di superficie.
La strada non fa che sei metri di larghezza, è ingombra per tutta la lunghezza da un cumulo di neve alto quasi due metri che, ad ogni istante allunga sulla strada una barriera alta un metro che bisogna superare sotto una terribile tormenta di pioggia gelata.
Ecco! Non ci sono più ombre né sopra, né sotto né attorno, nonostante siamo circondati da forme enormi; non c'è più strada, precipizi, gole né cielo; nient'altro che del bianco, da sognare, da toccare, da vedere o da non vedere, perché è impossibile distogliere gli occhi dal disturbo bianco che crediamo essere il centro del sentiero. Impossibile alzare lo sguardo con un vento così violento, le ciglia e i baffi come stallatiti, l'orecchio strappato, il collo gonfio. […]
Ci manca il respiro, in una mezzora la tempesta potrebbe seppellirci facilmente, ci incoraggiamo gridando (non si sale mai da soli ma in banda). Infine ecco una casa cantoniera: paghiamo una tazza di acqua salata 150. In cammino! Ma il vento diventa più violento, la strada si colma di neve. Ecco un convoglio di slitte, un cavallo caduto a metà sepolto. Ma la strada sparisce. Da quale lato dei pali si trova? (Ci sono pali da un solo lato).
Deviamo, ci immergiamo fino ai fianchi, fino alle ascelle… Un'ombra pallida dietro una trincea: è l'ostello del Gottardo, stabilimento civile e di ospitalità, brutta costruzione di abete e pietra; una sorta di campanile. Al campanello un giovane dall'aria losca ci riceve; saliamo in una sala bassa e sporca in cui ci offrono d'ufficio pane, formaggio, zuppa e liquore. Vediamo i bei grossi cani gialli dalla storia conosciuta. Ben presto arrivano, mezzi morti, i ritardatari della montagna.
A sera siamo una trentina e, dopo la zuppa, siamo distribuiti su dei giacigli duri con scarse coperte. La notte sentiamo i nostri ospiti esalare in cantici sacri il loro piacere di derubare, un giorno di più, i governi che finanziano la loro catapecchia.
Al mattino, dopo il pane-formaggio-grappa, rinvigoriti da questa ospitalità gratuita che non è da prolungare per il tempo che promette tempesta, usciamo: questa mattina, al sole, la montagna è meravigliosa: non c'è più vento, tutta discesa, per traverse, con dei salti, delle scivolate chilometriche che vi fanno arrivare ad Airolo, l'altra uscita del tunnel, dove la strada riprende il carattere alpestre, a tornanti e ingorgata ma in discesa.
È il Ticino.




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