La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



sabato 16 novembre 2019

Robert Macfarlane, Luoghi selvaggi.

È il termine inglese Wilderness, per la sua capacità di definire precisamente e concretamente il concetto, che si è imposto nelle altre lingue e anche in italiano. Si tratta di “natura selvaggia”, cioè di quegli spazi ambientali non ancora modificati o contaminati dalla presenza dell'uomo. Il dibattito è però aperto tra coloro che difendono un'esigenza di natura integra e “vergine” e altri che considerano accettabile la presenza di pratiche tradizionali come per esempio il pascolo, il taglio il legnatico (il diritto di raccogliere legna) o addirittura la caccia tradizionale. Difendere e proteggere gli ultimi spazi di wilderness presenti nel mondo è una necessità non solo etica ma anche pragmatica di fronte ad una deteriorazione generalizzata dell'ecosistema che ha in definitiva effetti concreti e drammatici su tutti gli esseri viventi.
In Italia un'associazione Wilderness fondata a Grosseto nel 1985 si prefigge di diffondere questi concetti, legandosi al movimento analogo fondato più di due secoli fa negli Stati Uniti. Così si presenta:
Originatasi in America nei primi decenni del 1800 e diffusasi soprattutto nel secolo XX, fino ad allargarsi al resto del mondo, la filosofia “Wilderness” ritiene che la natura selvaggia vada conservata in quanto valore di per sé, e considera questo valore un patrimonio spirituale per l’uomo per ciò che essa suscita a livello interiore e di emotività; una filosofia ambientalista che ha le sue radici nel pensiero di Henry David Thoreau (filosofo), di Aldo Leopold (cacciatore/conservazionista) ed altri, e che è contraria all’uso di massa dell’ambiente; seppure la ricreazione fisica e spirituale sia uno dei fini della sua preservazione, e conciliabile l’uso corretto di certa parte delle risorse naturali rinnovabili
Il Wilderness e diventato un vero e proprio genere letterario e ha prodotto opere di grande valore poetico ma anche etico e filosofico. Tra le molte, alle quali si è accennato anche in queste pagine, ricordiamo quelle di Thoreau, Walden, i libri di Bruce Chatwin o anche l'ammaliante libro di Nan Sheper, La montagna vivente.
Bisogna aggiungere alla lista il nome di Robert Macfarlane, scrittore, insegnante, giornalista e alpinista inglese, nato nel 1976 e che ha scritto delle pagine appassionate ed avvincenti su questo argomento.
Non saprei dire adesso quando mi innamorai della selvaticità, so solo che così fu e che il bisogno che ne provo resterà sempre forte in me. Da bambino, ogni volta che leggevo wildness, fantasticavo di spazi vasti, remoti, senza contorni. Isole solitarie al largo delle coste atlantiche. Foreste sconfinate e azzurro luce nivea che cadeva su terreni segnati da orme di lupi. Vette scheggiate di ghiaccio e conche glaciali coperte da laghi profondissimi. E l'immagine di luogo selvaggio che da sempre serbavo in cuore era questa: un posto boreale, invernale vasto, isolato, elementare, che metteva alla prova il viaggiatore con le sue asperità. Raggiungere un luogo selvaggio, per me, voleva dire inoltrarsi fuori dalla storia umana.
Così nel suo libro Luoghi selvaggi edito da Einaudi, Macfarlane descrive il desiderio, quasi irrefrenabile di andare alla ricerca di spazi inesplorati o almeno privi di tracce umane. Luoghi selvaggi (il titolo originale è The wild places) è diviso in capitoli-luoghi: l'isola, la valle, la foresta, la brughiera, la foce… ed è racchiuso tra due capitoli consacrati al faggeto. Sorprendentemente il suo viaggio comincia infatti vicino a casa, a un chilometro e mezzo dal proprio quartiere di Cambridge, dove, sulle orme del Barone rampante di Italo Calvino, trova un universo fantastico. A poco a poco la ricerca di spazi selvaggi lo porta sempre più lontano, studiando sulle cartine i luoghi, non segnati, lontani da, paesi, strade, linee ferroviarie.
Ma dopo aver percorso in lungo e in largo le regioni più desolate del suo paese, lo scrittore si accorge che il “selvaggio” è soprattutto un concetto mentale. Sono i sensi, acuiti e affinati dall'ambiente circostante che mutano lo stato d'animo disponendolo ad un più stretto e profondo legame con lo spazio naturale che ci circonda.
La natura selvatica dimorava anche qui, a poco più di un chilometro dalla città in cui vivevo. Assediata da strade e edifici, minacciata in gran parte dei suoi rifugi, agonizzante in alcuni. Ma in quel momento la terra sembrava riecheggiare in una luce selvaggia.

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