La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



sabato 12 aprile 2014

Minatori nel nord della Francia

Tra il nord della Francia e il Belgio, il bacino minerario occupa una vasta regione che dal dipartimento del Passo di Calais arriva fino alla città di Charleroi. È in sostanza la stessa lunga vena che poi continua verso la Ruhr tedesca.  
Scoperti nel XVIII secolo, questi giacimenti di carbone furono fruttati in maniera sempre più intensa nei secoli successivi, soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale e poi in seguito fino al progressivo abbandono a partire dagli anni 1960; l'ultima miniera del nord della Francia chiuderà il 21 dicembre 1990. 
La "fosse 19" a Loos-en-Gohelle, oggi sede culturale
  Tra il 1720 e il 1990 migliaia di minatori scesi nelle gallerie profonde fino a 1000 metri, scavate per più di 100.000 chilometri hanno estratto più di 2 miliardi di tonnellate di carbone.

A partire dagli anni 1920, Italiani, polacchi, poi algerini e marocchini sono arrivati dai loro paesi per lavorare in condizioni durissime in gallerie anche di solo 40 centimetri di larghezza ad una temperatura che poteva raggiungere i sessanta gradi.
I "Grandi uffici" della compagnia mineraria a Lens
Molti sono morti, uccisi dalle esplosioni del grisù o della polvere di carbone, altri si sono ammalati di silicosi, tutti hanno passato una vita di fatica lontano dal loro paese, spesso vittime del razzismo che all'epoca in questa regione non conosceva ancora i rom ma i ritals (gli italiani) e i polaks e i bougnules (gli arabi).
I "terrils" gemelli a Loos-en-Gohelle. Il più alto arriva a 186 metri.
 Gli accordi bilaterali tra la Francia e i paesi d'origine dei minatori prevedevano l'arrivo di manodopera a buon mercato in cambio della vendita di carbone a prezzi più bassi.

I minatori avevano un salario più alto rispetto agli altri operai. Ma probabilmente questo non bastava per convincerli ad accettare un lavoro così duro. Le società minerarie gareggiavano tra di loro, cercando di attirare gli operai più esperti anche con vantaggi in natura: tra questi un'abitazione relativamente confortabile in quartieri composti da case tutte uguali. 
Panorama dalla cima del "terril".
 Ma le cités, i quartieri dei minatori avevano anche un altro scopo. Chiesa, stadio, negozi, scuole, previdenza sociale e ambulatorio, tutto apparteneva alla società mineraria che riusciva così a tenere sotto controllo i suoi dipendenti in una sorta di regime totalitario che si occupava di loro e delle loro famiglie fino alla morte, dirigendo non solo il loro lavoro ma anche ogni attività del tempo libero: solo i cimiteri erano esclusi dal sistema. Le cité vivevano in uno stato di quasi autarchia. Si volevano evitare i contatti e gli scambi con gli abitanti dei paesi del circondario ma anche quelli con i minatori delle altre unità produttive. Le abitazioni rispettavano uno schema e un codice preciso: la casa del caposquadra era un po' più grande di quella del minatore, quella dell'ingegnere era una ricca abitazione borghese, quella del direttore una sorta di castello. Un elemento importante era il giardino o piuttosto l'orto presente in ogni casa. Il minatore era caldamente invitato a coltivare le proprie verdure ed una guardia della società mineraria passava per verificare le condizioni dell'orto, facendo multe ai refrattari. Si controllava così il tempo libero degli operai, tempo tolto ad un'eventuale attività sindacale o politica. 
Panorama da un "terril" di Loos-en Gohelle
Dopo la seconda guerra mondiale le miniere furono nazionalizzate. Furono allora i dirigenti statali a sostituire l'organizzazione delle compagnie nel ruolo di controllo paternalistico dei minatori. E fu anche necessario allora creare e diffondere tra i lavoratori un sentimento di orgoglio e di fierezza, quella di appartenere ad una sorta di aristocrazia operaia. Questo compito fu assunto in maniera non secondaria dal Partito Comunista Francese e dalla C.G.T. il sindacato da esso controllato. Intriso di nazionalismo e di moralismo non certo rivoluzionari, il segretario del partito Maurice Thorez incitava i minatori a prima lavorare, dopo rivendicare.  
Minatore! Il destino della Francia è nelle tue mani.
Thorez era nato in un paese del bacino minerario ed era stato assunto giovanissimo in una miniera. Era diventato il capo carismatico del P.C.F. e la sua parola, al pari di quella di Togliatti per i comunisti italiani, era indiscutibile. I minatori dovevano secondo Thorez sacrificarsi senza contare per risollevare la Nazione grazie alla vittoria della battaglia del carbone. Ma i comunisti francesi, come gli italiani, furono ben presto esclusi dal governo e le promesse di cambiamento sociale dell'immediato dopoguerra finirono nel dimenticatoio. Nonostante tutto i minatori seppero battersi, per esempio nel 1948 o nel 1963, anche a duro prezzo, prima per ottenere miglioramenti nelle proprie condizioni di vita, poi per cercare di conservare i vantaggi conquistati. E la repressione fu durissima con l'intervento dell'esercito e dei blindati. Con la fine progressiva ma relativamente rapida dello sfruttamento delle miniere la regione ha perso 200.000 posti di lavoro. Anche se non è più la stessa descritta da Emile Zola in Germinale, la zona è economicamente sinistrata e il suo tasso di disoccupazione è il più elevato di Francia. Le cité vivacchiano di contributi statali e di tentativi di riconversione. In questo senso è il progetto, arrivato a buon fine, di iscrizione del bacino minerario tra i beni del patrimonio universale dell'Unesco ed è così, sempre con lo scopo di dinamizzare il territorio, che il museo del Louvre ha aperto su uno degli ex siti, una sede espositiva.
La sede del museo "Louvre-Lens"
Molte delle strutture visibili delle miniere sono state distrutte ma se ne sono conservate alcune come vestigia di quel tempo passato. Restano poi gli emblematici terrils, le colline di scisti e di scorie di estrazione presenti su tutto il territorio. Su uno di questi è stata addirittura installata una pista sintetica di sci. Altri sono diventati rifugi di biodiversità, luoghi per escursioni pedestri e visite pedagogiche di scolaresche. 
Uno stagno sul "terril".
Sono forse il il simbolo più concreto della fatica dei minatori, segno tangibile dei milioni di colpi di piccone che hanno segnato la vita di quegli operai.
 Gli ex minatori stanno poco a poco scomparendo, resta il ricordo di un'epopea di fatica ma anche di lotte e di battaglie.

 

2 commenti:

  1. Gran bel reportage su quel che resta delle miniere di carbone... luoghi che ho conosciuto solo dai racconti dei vecchi minatori quando ero bambino.

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    1. Grazie per il commento barba. In Abruzzo si ricorda ogni anno la catastrofe di Marcinelle, in Belgio che nel 1956 provoco' 262 morti, in maggioranza emigranti italiani. E poi, altro destino, ci furono quelli che tornarono in Italia per lavorare alla realizzazione del traforo del Gran Sasso

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