La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



domenica 6 febbraio 2011

Dino Buzzati: Bàrnabo diventa Budda

Ma sono come Bàrnabo
aspetto anch'io i briganti
e sulle crode lascio i miei pensieri.
G.I.





















Bàrnabo ha un'esistenza felice. 
È stato assunto come guardiaboschi e vive con i suoi compagni ai piedi delle montagne di San Nicola. Il loro compito è quello di sorvegliare una vecchia polveriera che era utilizzata durante la costruzione della nuova strada, progetto ormai abbandonato.
La vita scorre sempre uguale, le stagioni passano, le giornate di caccia e le feste nel paese vicino ne interrompono la ripetitività. I guardiaboschi, un po' come i soldati della Fortezza Bastiani nel deserto dei Tartari, aspettano un nemico che non arriva. Bàrnabo però è contento; ama i boschi, le montagne e i loro paesaggi rocciosi. I suoi colleghi lo trattano con un po' di sussiego e lui vorrebbe fare qualcosa per conquistarne la stima. Ma, nel tran tran quotidiano, le occasioni sembrano mancare.
Poi un giorno i banditi arrivano davvero e Antonio Del Colle, il capo dei guardiaboschi è ucciso.
La squadra si organizza e cerca gli assassini. Bàrnabo ha l'occasione di vendicare Del Colle ma nel momento cruciale, atteso da tempo, la paura ha il sopravvento e non spara.
Sarà radiato dal corpo e dovrà abbandonare le montagne per fare il contadino in pianura. Solo dopo anni riuscirà a tornare lassù. Le guardie sono state trasferite nel paese vicino; serve qualcuno per occuparsi della casa tra i boschi e per accogliere, ogni tanto, la pattuglia quando farà la sua ronda. Bàrnabo accetta, spera ancora che tutto possa tornare come prima.

Spesso nelle storie di Dino Buzzati il fantastico si mischia al reale in modo particolare. Non è presentato come un mondo estraneo, non è fantascienza. Al contrario, sembra proprio assumere sembianze realistiche. In qualche sorta Buzzati sembra mostrarci un mondo in cui la realtà è più vasta di quella percepita dalla ragione e ingloba aspetti al di là del razionale.
A volte la narrazione si muta quasi in fiaba, come nel Mistero del bosco vecchio, e i personaggi sono alberi, venti e gnomi, altrove il realismo è più predominante ma anche in questi casi sempre traspare una possibile presenza enigmatica che agisce e influenza gli avvenimenti.
Come in Bàrnabo delle montagne, il primo romanzo dello scrittore. Qui il fantastico è nell'atmosfera più che nella storia. Montagne e boschi sembrano esprimere la loro presenza, commentando le azioni degli uomini. I riflessi del sole sulle rocce, il vento che scuote gli alberi sottolineano e intervengono, accompagnando le scelte di Bàrnabo.
Gli uccelli osservano e giudicano. La cornacchia ferita trovata sulle crode e che ha assistito alla sconfitta di Bàrnabo lo ha forse seguito nel suo esilio in pianura. È la stessa che, quieta, si posa una sera sul davanzale della finestra? Sembra voler dire qualcosa. È la voce di quattro anni prima, la stessa che era risuonata nella foresta dopo il misterioso colpo di fucile e che era salita anche tra le pareti altissime, rimandata di eco in eco.
Anche la luce si esprime, considera e valuta. Ritornato nella casa dei guardiaboschi Bàrnabo ha aperto le finestre. La luce, che non era più abituata ad entrare si è disposta malamente, con delle spiacevoli ombre.
Perchè questo ritorno sembra trasformarsi in una disfatta completa. Quand'era in pianura Bàrnabo viveva nella speranza di tornare, di riavere il suo posto, riscattare il suo sbaglio. Poteva pensare che lassù le cose fossero restate come un tempo. Adesso che vede la casa vuota, che si accorge che tutto è finito, che non sarà mai più guardiaboschi sente che tutto è rimasto come prima, ma non è la stessa cosa. Per quanto si sforzi, neppure nelle giornate più belle Bàrnabo sa trovare la bellezza di certe mattine quando era guardiaboschi.
Definitivamente solo, cercherà di rivivere i tempi passati ma il rimpianto e il rimorso lo tormentano e lo attristano.

Non si può non provare simpatia per Bàrnabo. Ha vissuto a lungo rimpiangendo una punizione che in fondo credeva meritata. Ha voluto tornare sulle montagne di San Nicola sapendo che, anche nel migliore dei casi, sarebbe restato solo per lunghi mesi. Fino all'ultimo ha creduto di poter indossare di nuovo la divisa dei guardiaboschi. Perchè aveva l'impressione che solo così avrebbe ritrovato la felicità di un tempo e la sua vita avrebbe avuto uno scopo.
I guardiaboschi hanno promesso di venire e lui ha preparato con tanta cura la cena per accoglerli. Eppure Bàrnabo aspetterà invano, è ancora un'illusione, nessuno si farà vivo. Quando scopre il suo errore, lui che fino ad allora ha accettato ogni cosa con sottomissione, lascia esplodere la sua collera.
Allora un tremito improvviso scuote Bàrnabo; si alza di scatto balbettando parole confuse nello stanzone solitario. Poi afferra le molle del focolare e giù un terribile colpo sul tavolo spaccando un piatto in due pezzi. Perchè aveva fatto di tutto...
Tutto sembra perso. I momenti felici del passato non torneranno nemmeno per una sera. Bàrnabo vede la sua vita come un fallimento. Anche le montagne sembrano ostili. Poi, quando ha perso ogni speranza, ritrova i banditi.
Può finalmente riscattare la sua paura, uccidendoli e vendicando il suo capo. Riaquistando la stima dei suoi compagni. Chissà se sono gli stessi che hanno ucciso Del Colle? Bàrnabo pensa di sì. Ma in fondo che importa. Li ha sotto tiro, questa volta non trema.
Ma Bàrnabo non spara:
Stavolta non è per paura, ma qualcosa si è davvero fermato, qualcosa è rimasto indietro con la fuga del tempo. Barnàbo in silenzio ha un sorriso. Il suo fucile si abbassa, le sue mani sono allentate. Si sente un'aria felice tra le crode inondate di sole. Lontani profumi della foresta.
Bàrnabo ha capito. Ha trovato la via.

2 commenti:

  1. Buzzati è un grande scrittore perché riesce a scriovere storie all'apparenza semplici, ma in realtà "cariche" di un esistenzialismo ironico, distaccato e felicemente amaro... almeno, per quel che so. Questo post mi fa venire il desiderio di leggere Bàrnabo delle montagne... grazie

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  2. Il deserto dei Tartari è stato, credo, il mio primo libro in assoluto. Senza conoscerlo ho insistito affinché mia mamma me lo regalasse, comprandolo dall'edicola dove era in vendita come primo volume di una collana sui grandi narratori. A fatica, arrivai in fondo, leggendo ogni sera per il tempo in cui due caramelle alla liquerizia si squagliavano in bocca.

    Non ricordo quasi nulla di quel testo, ma in compenso ho letto, più adulto, molti dei volumi che tu qui richiami. Bellissimo Chatwin e meravigliosa nei capitoli iniziali Solnit. A un camminatore fa quasi male il meccanicismo con cui smonta molte filosofie del cammino, ma ho sempre pensato che essere critici con se stessi non significhi rinnegare i propri ideali, ma solo renderli relativi. E quindi in assoluto diventare più tolleranti.

    Buon cammino e buona scrittura,
    silvio

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