giovedì 18 febbraio 2016
Luigi Mucciante: Castel del Monte e il suo dialetto
Così
scriveva Luigi Mucciante nell'introduzione al suo Vocabolario
del dialetto di Castel del Monte, pubblicato
nel 2007:
Un
motivo puramente affettivo mi ha sollecitato a compilare questo
vocabolario. Non era nelle mie intenzioni per una materia complessa e
così articolata per i suoi aspetti linguistici, e tanto meno lo è
nella conclusione, dare al lavoro un'organicità razionale ed una
completezza sistematica, sia per quanto riguarda l'aspetto
grammaticale che quello lessicale.
Compilare
un dizionario per un dialetto parlato ormai probabilmente solo da
qualche centinaio di persone è certamente un lavoro fatto di
passione e, come lo sottolinea nella prefazione il linguista
Francesco Avolio, un'opera che assume, naturalmente, un carattere
personale e soggettivo. Portata all'estremo, la tesi è che, in
ambito dialettale, cioè in un contesto non classificato, come invece
accade per una lingua di uso più vasto e letterario, da norme
codificate e comunemente accettate, ogni singolo locutore ha, per un
singolo termine, le sue specifiche e personalissime accezioni, la sua
specifica pronuncia, entrambe diverse da ogni altra, anche da quelle
del suo vicino più immediato. A questa prima elementare discordanza
se ne aggiungono altre, secondo i mestieri, il grado di istruzione e
di assimilazione della lingua letteraria, i contatti più o meno
frequenti con altri dialetti.
Per
fare un solo esempio, ormai largamente conosciuto, per quel che
riguarda i paesi di transumanza, come lo era Castel del Monte, è
evidente il divario tra la pronuncia femminile
e quella maschile,
quest'ultima influenzata dai lunghi periodi di contatto con la
parlata del Tavoliere pugliese.
A
ciò va aggiunta, come
d'altronde lo sottolinea Luigi Mucciante nell'introduzione,
la diluizione del dialetto nella lingua nazionale, diluizione sempre
più rapida perché favorita dai mezzi di comunicazione di massa e
dalla frequenza degli scambi e dei contatti esterni ormai
acceleratasi senza comune misura.
Così
termini più arcaici tendono ad essere sostituiti da altri che sono
la derivazione dialettale dall'italiano.
Ad esempio l'espressione
interrogativa Cammó,
probabilmente un antico
gallicismo -dal francese comment-,
tende a scomparire, sostituita da pecché.
Il
relativo isolamento del borgo di montagna ha però, per un tempo,
frenato questa diluizione. Se si escludono le generazioni più
giovani, il dialetto resta, in ambito comunale, ampiamente praticato
e diffuso. Questa pratica è poi favorita con il rientro estivo degli
emigranti dall'estero per i quali esso rappresenta spesso l'unica
lingua comune con gli abitanti.
Castel
del Monte in campo linguistico è una terra di confine. Nel 476 alla
caduta dell'Impero romano d'occidente, il latino parlato non era già
più quello di Augusto. Gradualmente il sistema linguistico
centralizzato si era affievolito analogamente alla potenza
dell'Impero.
Erano
riemersi ormai influssi delle lingue italiche prelatine che avevano
resistito all'uniformazione soprattutto quando si trattava di
esprimere competenze e informazioni di ambito locale; si era
accentuata la presenza di popolazioni entrate recentemente nel
territorio imperiale e che parlavano lingue diverse; si accresce il
divario tra la lingua parlata e quella scritta.
A
poco a poco la contaminazione del latino si accentua in un
processo che dura secoli. Gli studiosi fanno risalire al 960
l'apparizione del primo documento scritto in una nuova lingua.
Sono
i famosi Placiti cassinesi:
Sao
ke kelle terre, per kelle fini che ki contene, trenta anni le
possette parte sancti Benedecti.
Ma
a questo punto lingua scritta e lingua parlata, lingua letteraria
e lingua d'uso hanno già preso strade differenti. La suddivisione
territoriale aveva contribuito a tracciare i confini delle famiglie
dialettali.
In
Abruzzo questa linea di confine separa l'area sabina (
L'Aquila, Carsoli, Tagliacozzo) da quella meridionale. Castel
del Monte si trova quindi al limite nord occidentale di quest'ultima.
Forse
anche per questa situazione particolare (isolamento geografico e
nello stesso tempo contatto con aree differenti (l'aquilana e la
pugliese) hanno fatto di Castel del Monte un'isola dialettale
nell'abito regionale. Anche qui un solo esempio: il sistema assai
complesso degli articoli determinativi. Ru è infatti
l'articolo singolare che traduce l'italiano il, originale
anche rispetto ai comuni vicini. Ma, in casi particolari, come lo
spiega con precisione Luigi Mucciante, lo stesso il diventa le
(da pronunciare con la e muta).
Al
di là dell'accurato studio linguistico, Castel del Monte e il suo
dialetto è un libro che ci propone l'immagine di una comunità
in un momento storico preciso e irripetibile. I vocaboli del libro ci
raccontano un universo scomparso nel quale la dote della sposa le
béglie veniva portato in corteo, sulla testa delle donne e sopra
i muli appositamente 'nzullunete (infiocchettati), o alla fine
di un lavoro impegnativo c'era ru cuapecanale (il rinfresco).
Nell'evoluzione linguistica, ininterrotta e inarrestabile abbiamo la
fotografia di un mondo passato, uno strumento non solo per gli
studiosi e la cui importanza aumenterà probabilmente col tempo.
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Luigi Mucciante
domenica 7 febbraio 2016
Tournai e la sua cattedrale
Arriviamo
a Tournai seguendo il fiume Schelda che qui, nel Belgio francofono si
chiama Escaut.
Il
corso d'acqua è canalizzato ed è un'importante via di comunicazione
tra Olanda e Francia. L'ultima chiusa prima della città si sta
svuotando e una chiatta attende ormeggiata poco lontano. Una
bicicletta è appoggiata sul pontone; i vasi di gerani e le tendine
dei finestrini rallegrano l'abitazione della famiglia dei
battellieri.
In
lontananza appare il ponte à Trous,
simbolica porta d'ingresso nella città.
Ora che si sta progettando
l'allargamento del canale per permettere il passaggio di chiatte più
grandi il destino di questo storico ponte sembra segnato, è una
strettoia che impedirebbe il passaggio delle barche, dovrà
quindi essere, se non eliminato, almeno sostanzialmente modificato.
Ma non tutti sono d'accordo, il
monumento storico ha trovato i suoi difensori.
Nel
tardo mattino Tournai appare sonnolenta.
Pochi passanti, qualche
ciclista lungo la via che costeggia il canale, un gruppo di giovani
seduti
sulle panchine.
La grande
piazza centrale è animata dagli zampilli della fontana che si alzano
e si spengono in un balletto perpetuo. La torre municipale -il
beffroi- ricorda il ricco e
agiato passato della borghesia cittadina che lo fece costruire nel
XII secolo. È il più antico
del Belgio, in quella che fu anch'essa una delle più antiche città
di questa regione d'Europa, prima capitale del regno dei Franchi.
Ma
è la cattedrale di Notre Dame
che si impone sugli altri edifici con la sua massa sproporzionata.
Ricordo del tempo in cui il vescovo di Tournai controllava quasi
tutte le Fiandre.
Da lontano le torri della cattedrale spuntano sopra i tetti, infagottate nelle impalcature.
Immenso
vascello grigio che domina la città con i suoi cinque campanili e
che conosce oggi un restauro che è smisurato quanto l'edificio. La
tempesta del 1999 ha accentuato lo squilibrio del coro e del
transetto, in particolare la torre Brunin.
Rapidamente,
sono state prese delle misure provvisorie per stabilizzare
l'edificio.
Nel 2000, la cattedrale è iscritta al patrimonio
dell'UNESCO. Da allora gli esperti studiano le soluzioni tecniche per
consolidare il coro mentre procede il restauro della navata romanica.
Perché
l'immensa cattedrale ha una parte gotica e una romanica. È un
edificio sorprendente, che non assomiglia a nessuna delle altre
cattedrali sparse per l'Europa. Nel miscuglio di stili si perde forse
l'eleganza del gotico e la potente armonia del romanico ma la
singolarità della struttura e le sue straordinarie dimensioni
sorprendono e sbalordiscono.
La cattedrale prima dei lavori. Foto di Ad Mesken |
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