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venerdì 13 dicembre 2019
Castel del Monte, ricordo di una nevicata.
Penso
che, per me come per molti, sia impossibile, risalendo con il pensiero verso
gli anni dell’infanzia, d’identificare un momento preciso in cui situare i
primi fatti realmente vissuti e che, avendo resistito alle vicissitudini e alle
peripezie della vita sono ancora oggi presenti nella nostra memoria. Più
andiamo indietro nel tempo, più ci inoltriamo in un’età nella quale
l’esperienza personale – l’evento realmente conosciuto - si amalgama e si
stempera nel racconto udito da altri e che, a poco a poco, abbiamo ricostruito
nella nostra mente fino ad assumerlo come frutto di una testimonianza viva che
ci appartiene.
Così
è della prima casa in cui ho abitato della quale non ho molti ricordi. Anzi,
sicuramente sono ricordi di seconda mano, di storie raccontatemi da altri più
che vissute.
Sono
nato in un giorno di autunno ormai inoltrato e ho passato nel paese d’origine
solo tre inverni. I miei genitori avevano affittato una modesta abitazione in
quello che ancora oggi si chiama “Rione Orientale”. È un nome che mi è sempre
piaciuto; fa pensare ad un mondo lontano e un po’ favoloso ma è anche un po’
incongruente associato com’è alla montagna rude su cui era stato costruito.
Ancora
oggi i luoghi non sono cambiati; si entra nel paese antico passando sotto
l’arco di San Rocco, addossato alla chiesa omonima. La casa è poco lontano,
dopo una stradina che, lasciata la piazzetta scende verso il centro del borgo.
È in cima ad una scalinata esterna che dal basso verso l’alto si allargava
verso due porte, una vicina all’altra. Noi stavamo a sinistra e la porta
accanto era quella di una donna che io ricordo anziana ma che probabilmente non
lo era. I miei genitori si erano installati lì dopo il loro matrimonio ed era
in quella casa che io ero nato.
Mio
padre che fino ad allora si era accontentato di mestieri poco proficui, era
stato costretto, dopo la mia nascita a cercare un lavoro più redditizio e, come
molti altri, era partito per una regione del nord dove a quei tempi le
fabbriche cominciavano ad assumere abbastanza facilmente.
Io
ero restato con mia madre, nell’attesa di una sistemazione meno precaria e di
un ricongiungimento programmato. La vita scorreva tranquillamente, mia madre
aiutava le sua che aveva una piccola attività, faticosa e, anch’essa, poco
redditizia. Quando usciva per andare da lei o per fare qualche commissione mi
lasciava solo e, per evitare che facessi capricci e farmi capire che non dovevo
allontanarmi, mi dava un incarico di grande responsabilità dicendomi di fare la
guardia alla casa e di non fare entrare nessuno. Così quando una volta la
vicina mi chiese di prendere un po’ di brace dalla stufa per accendere il suo
fuoco io, perentorio, le impedii di entrare cosciente dell’incarico ricevuto:
nessuno era nessuno. Naturalmente quando la donna raccontò la storia a mia
madre ci furono commenti ironici nei miei confronti e io, vedendo i sorrisi
complici delle due donne, non ero proprio convinto di potermi ritenermi
orgoglioso per aver rispettato il mio difficile incarico, cosciente di non aver
capito qualcosa che si era tramato alle mie spalle.
Ogni
tanto toccava a me “andare a fare la spesa”. Mia madre mi affidava il
portamonete con qualche spicciolo e io mi recavo in una delle due macellerie
che, vicino alla piazzetta erano una di fronte all’altra. Naturalmente non
sapevo contare e dopo aver chiesto quello che mi era stato detto, davo il
portamonete alla padrona della bottega che prendeva i soldi corrispondenti. Io
ero fiero di questi piccoli-grandi incarichi a tal punto che un giorno,
incontrata nel negozio una zia, non la salutai nemmeno, tutto preso dal mio
dovere. Naturalmente quest’ultima si offese e mia madre dovette poi scusarsi
per il mio comportamento.
Il
secondo inverno passato lassù fu particolarmente nevoso.
Eravamo,
mi pare, verso fine dicembre, la neve era cominciata a scendere silenziosamente
durante la notte e la mattina copriva già ogni cosa. Solo l’impronta di qualche
passo rompeva l’uniformità del manto bianco e lasciava apparire le pietre
arrotondate dell’antico selciato. Uno zio, il fratello di mia madre, era
passato velocemente per assicurarsi che tutto andasse bene e poi era andato
nella sua bottega che era poco lontana. Affacciato alla porta, guardavo
affascinato quel paesaggio bianco per me nuovo ed intrigante. Più tardi il
vento si levò e dovetti rinunciare velocemente a quello spettacolo, richiamato
da mia madre che giustamente voleva preservare il caldo della stufa.
Per
tutta la giornata la bufera continuò impetuosa, la neve si incollava ai vetri
della finestra lasciando la stanza quasi nel buio. Andammo a dormire molto
presto, non erano tempi di televisione e la radio stentava ad arrivare fin
lassù.
Il
mattino seguente la bufera era cessata ma la neve continuava a cadere. Mia
madre, che voleva andare a fare qualche spesa, aprì la porta e si accorse
stupita che la scalinata era quasi completamente coperta, uscire era
impossibile.
La
genitrice non si perse d’animo. Non avevamo molte riserve ma di farina ce n’era
abbastanza. Chembrenne (fare la pasta
a mano) fu dunque la soluzione che le venne facilmente et ovviamente in mente.
Passammo
così due giorni, completamente isolati e senza notizie del mondo esterno. Il
terzo giorno finalmente spuntò il sole. Aprimmo la porta. L’aria era tersa e il
cielo brillava di uno splendido blu, ancora più acceso dal contrasto con lo
spesso manto bianco che copriva ogni cosa. La scalinata era completamente
coperta e la neve arrivava quasi alla soglia della nostra casa. Era impossibile
attraversare quello spazio.
Fu
lo zio a venire da noi. Sentimmo bussare alla porta e lo vedemmo, sorridente e
felice, con ai piedi un paio di sci, con i quali aveva attraversato il paese ed
era arrivato fino all’uscio superando agevolmente e senza sforzo il dislivello
che in tempi normali era il piano inferiore.
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domenica 10 novembre 2019
Colore del cielo
Ricordo
quando, ancora bambino, arrivavo con la corriera sulla piazza del
paese. C'era sempre molta gente e i passeggeri, prima della fermata
erano già in piedi, allungavano il collo a destra e a sinistra,
cercavano con lo sguardo una madre, un padre, un fratello o una sorella venuti ad
aspettarli.
Il
dialetto che nella città del nord era riservato alle conversazioni
familiari diventava improvvisamente lingua ufficiale, le sonorità
così particolari, specifiche e ristrette a quel territorio,
riempivano la piazza con i loro timbri e con la loro peculiare
pronuncia.
Rapidamente
quella piccola folla di disperdeva, a poco a poco la piazza ritrovava
la sua calma consueta, lo scroscio dell'acqua della fontana
riprendeva il sopravvento nel silenzio del luogo.
Ma
la prima impressione che mi colpiva, superando la curiosità per lo
spazio circostante, era il colore del cielo. Nella città del nord
ero abituato, anche nei giorni più chiari, ad un celeste tenue e
evanescente, un po' più limpido solo nei rari giorni di vento.
Quassù
il blu esplodeva, quasi irreale. Il grande albero vicino
all'abbeveratoio – a quell'epoca era molto più rigoglioso -
contrastava con la sua chioma lussureggiante, come un fuoco
d'artificio e si apriva il quel cielo luminoso. Il verde delle foglie
accentuava l'emergere della volta di un cobalto abbagliante. Restavo
affascinato e impressionato da quel colore così intenso e perentorio
e per un momento mi guardavo attorno. Cercavo negli altri
l'espressione di meraviglia che potesse confermare la realtà del mio
sentimento di fronte ad un evento imprevedibile ed a una cosa
inaspettata. Il distacco e l'indifferenza che vedevo attorno a me, senz'altro dovuti all'abitudine, mi
lasciavano perplesso.
domenica 11 dicembre 2016
Elogio del dubbio
Più
che mai, i libri mi sono necessari. Mi offrono il solo rimedio capace
di rendere la realtà accettabile.
Con
il tempo che passa, non so più esattamente che cosa contenga la mia
biblioteca. Siccome non sono mai riuscito a decidermi a metterli in
ordine, i miei libri si sono accumulati, anno dopo anno, in vicinanze
eteroclite. Mi succede di scoprire un romanzo che credevo perso, tra
una guida turistica e un libro di cucina.
Mi
succede anche di non ritrovare più il testo di cui avrei bisogno e
di maledire la mia pigrizia e il mio disordine. In fondo,
quest'anarchia non mi dispiace. Mi sembra così di sfuggire alla
consuetudine e al prevedibile per serbare qualche sorpresa. Ho a
volte l'impressione che la mia biblioteca sia quella di uno
sconosciuto, e che essa nasconda tesori dimenticati che riaffiorano
in superficie nel momento meno atteso, come se qualcun altro li
avesse nascosti lì.
Questo
sdoppiamento non mi sconvolge anzi mi affascina.
Ogni
libro ritrovato mi procura la stessa gioia che il ritorno di un amico
perduto.
Éliane
Serdan, La città alta.
Purtroppo i libri sono, per
molti, oggetti sconosciuti. Sfogliare un libro costa fatica.
Figuriamoci leggerlo.
Trovare nuove idee, confrontarle
con le nostre, scoprire punti di vista differenti che permettono di
osservare da un altro angolo lo stesso avvenimento, riscoprire con
uno sguardo originale quello che ci sembrava chiaro ed evidente e che
ora è illuminato da una luce nuova. Tutto ciò dà un senso alla
vita se anche noi crediamo che fatti non fummo per viver come
bruti.
Negli ultimi anni però, con le
nuove tecnologie dell'informazione, qualcuno ha pensato che ci fosse
una scorciatoia, che ogni domanda avesse la sua risposta,
semplicemente, pronta e disponibile. Si è dimenticato così che le
buone domande spesso non hanno risposte e che le cattive non le
meritano.
Sì,
perché cercare nei libri le risposte ci fa scoprire prima di tutto
l'abisso della nostra ignoranza. La nostra sola possibilità è di
attingere con un cucchiaino nell'oceano di idee, teorie, opinioni,
pareri, punto di vista, che gli uomini hanno accumulato nei secoli.
Scrive
Giacomo Leopardi in una lettera a sua sorella Paolina: La
nostra ragione non può assolutamente trovare il vero se non
dubitando; ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con
certezza; e non solo il dubbio giova a scoprire il vero, ma il vero
consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita sa, e sa il più che
si possa sapere.
Ai nostri giorni è più facile
accettare la valanga di informazioni che ci arrivano ogni giorno,
ogni ora, scaricate come da un camion a ribalta da uno schermo di
computer. È così semplice. Se poi, come succede il più delle
volte, queste informazioni sono assennate in tono perentorio,
categorico, energico, è inutile cercare più in là, riflettere,
interrogarsi.
Perché il dubbio, la domanda,
ammettere la propria ignoranza, aver voglia di verificare, sono
concetti superati, arcaici, obsoleti. E se poi se ad un tratto,
malgrado tutto, l'evidenza sembra smentire ciò che fino ad allora si
è considerato certo, la sentenza non è mai definitiva: sì,
d'accordo, ma avrebbe potuto essere.
È difficile cominciare una frase
con un Penso che…, Mi pare che… Ancora più inammissibile
terminarla con ...forse hai ragione.
Bisogna essere Francesco d'Assisi
per ammettere senza vergogna ignorans sum et idiota.
Ecco perché il congiuntivo, il
modo verbale che serve ad esprimere l'incertezza e il dubbio, il
desiderio e l'ignoranza, sta scomparendo a poco a poco dalla lingua.
La sua estinzione non è solo il riflesso di un'evoluzione
grammaticale che tende alla semplificazione, essa è il sintomo di un
male più profondo e fatale. Non c'è tempo né spazio per l'umiltà
dell'ignoranza. C'è solo l'inconfutabilità che nutre con pietanze
troppo grasse la mente monotematica dell'uomo moderno.
Si riduce a poco a poco il numero
di vocaboli. Sembra che un italiano medio usi circa ottocento parole
sulle quasi cinquantamila disponibili e accettabili nella lingua
moderna.
Ma queste ottocento parole sono
sufficienti a molti per disquisire in un solo impeto di Leggi
Costituzionali, composizione geologica del globo terrestre e
possibilità di prevederne i movimenti, possibilità ingegneristiche
di costruire edifici resistenti a un sisma.
Sono sufficienti, per dissertare
di razze umane, più o meno evolute, più o meno predisposte al
crimine e al lenocinio.
Aprire la pagina Commenti
di un sito di informazione qualsiasi equivale ad un'immersione in un
maelstrom senza fondo. È forse un esempio estremo. In effetti le
pagine in questione sono semplicemente il prolungamento delle
discussioni tenute appoggiati al bancone di un bar. Quello che cambia
è solo il pubblico, non più i tre o quattro avventori del locale ma
le migliaia di lettori di un giornale. Probabilmente non sono più
numerose di un tempo ma solo più evidenti.
Che cosa ci riserva il futuro?
Ognuno sembra aver scelto il proprio pifferaio di Hamelin e,
affascinato dalla sua musica, segue il suonatore verso il suo
destino. Non sa, o preferisce non sapere che ci sono altri strumenti
e altre melodie.
Dovete abituarvi anche a questa atrocità del dubbio, a dibattere veramente i problemi, ma veramente, non formalmente, si applaudono sempre i luoghi comuni, bisogna ragionare, non applaudire o disapprovare. 1975 Pier Paolo Pasolini ai giovani comunisti
Dovete abituarvi anche a questa atrocità del dubbio, a dibattere veramente i problemi, ma veramente, non formalmente, si applaudono sempre i luoghi comuni, bisogna ragionare, non applaudire o disapprovare. 1975 Pier Paolo Pasolini ai giovani comunisti
sabato 19 dicembre 2015
La passatella
Sarà
l'inverno che arriva, sarà la fine dell'anno che, con lo scandire
delle ricorrenze, ci fa considerare con maggior raccoglimento lo
scorrere implacabile del tempo, l'ora sembra alla rievocazione.
Reminiscenza
di aneddoti spesso insignificanti nello scorrere degli avvenimenti ma
capaci, come la proverbiale madeleine
di Marcel Proust, di riportare a galla stralci di
vite passate, di mondi
che sembrano ormai lontanissimi nell'accelerazione spettacolare di
una modernità che fa sembrare preistorico il decennio precedente.
Così
basta un accenno in
una pagina di un interessante blog
http://www.qualcheriga.it/10-cose-che-ho-imparato-in-abruzzo-nel-2015/
alla passatella
per ritrovare immagini del passato ormai dimenticate.
Nel
borgo di Castel del Monte le possibilità di svago, soprattutto
finita la bella stagione, non sono molte. Lo erano ancor meno quando
l'automobile era un privilegio di pochi e quindi più difficile
spostarsi. La vita sociale, più di oggi, separava spesso il mondo
femminile da
quello maschile. Per questi ultimi il ritrovo era la cantina,
l'osteria e poi il più moderno bar, dove ritrovarsi dopo il lavoro e
passare il tempo tra amici e conoscenti. Questi locali erano
relativamente numerosi, quasi
quanto le chiese, e tutti molto frequentati.
Si
battevano le carte, a tressette, a scopa, a volte a briscola. Ma
senza dubbio il gioco che più di tutti appassionava gli astanti e
spesso accendeva gli animi era la passatella.
Un
gioco antichissimo; pare fosse conosciuto già dagli antichi romani,
diffusissimo
poi negli ambienti popolari della Roma papalina al punto da provocare
tali
turbe all'ordine
pubblico
che,
nel XVI secolo, fu necessario l'intervento delle forze dell'ordine
del papa Sisto V.
Una partita a carte era solo il
pretesto per decidere chi fosse il padrone e chi il
sottopadrone. Stava poi a quest'ultimo proporre al primo chi
potesse bere e chi no le bevande pagate equamente. Si animavano
lunghe discussioni, soprattutto se il padrone e il sottopadrone non
erano proprio amici o, peggio, avevano un conto da regolare.
Entravano in ballo ripicche, antipatie, rancori, animosità. Chi
restava “a secco” era fatto olmo (olmo, forse perché con
i rami di questa pianta si legavano le viti e quindi erano vicini al
vino ma senza berlo). Oppure, con un fine ancora più perfido, a
volte si designava uno zimbello per farlo bere fino all'ubriacatura,
la famosa gatta. Succedeva che antiche amicizie fossero messe
a dura prova e che, bicchiere dopo bicchiere gli animi si scaldassero
è il gioco finisse sovente in rissa.
L'osteria castellana non sfuggiva
a questa malasorte. Ed era forse il ricordo di epiche dispute ad
accollare epiteti battaglieri ai locali. Oggi Montelepre (il
paese di Salvatore Giuliano) ha definitivamente chiuso i battenti
mentre Il Vietnam è diventato l'accogliente Rifugio del
pastore.
domenica 6 dicembre 2015
Ma la festa dell'Unità non si fa più?
Per
chi abita all'estero non è facile seguire la vita politica italiana.
Molte cose sono cambiate in questi ultimi decenni e il cambiamento
sembra accelerarsi sempre più, preso in un vortice che spazza via
tutti i punti di riferimento che sembravano inamovibili.
Ciò
è ancora più evidente in un contesto particolarmente circoscritto e
singolare com'è quello di un paese di montagna come Castel del
Monte, malgrado tutto ancora un po' appartato rispetto al mainstream
contemporaneo.
Così
capita ancora di sentire qualche compaesano abitante all'estero e
in vacanza chiedere incuriosito: Ma
la festa dell'Unità non si fa più?
Per
molti connazionali in effetti, il ritorno al borgo per le vacanze
estive era, ed è tuttora,
segnato da una serie di avvenimenti culturali
che scandiscono
il calendario delle giornate estive: la rassegna ovina di Campo
Imperatore, la festa di San Donato, la scampagnata di Ferragosto, la
festa della classe
e, da qualche anno, la “Notte delle streghe”.
Tra
queste manifestazioni si inseriva la Festa
dell'Unità,
un tassello, forse un po' anomalo ma non troppo, nella successione di
appuntamenti estivi.
Anomalo
perché era
forse l'unico
non
unanimemente accolto nel panorama delle iniziative pubbliche.
Quando, sempre più raramente, si parla di politica, soprattutto
per coloro che abitano all'estero, appare
la necessità di capire quali siano
gli schieramenti in campo e di associarli a schemi conosciuti che più
o meno corrispondano.
Così,
semplificando all'estremo (ma forse non a torto) fino
a qualche anno fa si
distinguevano le due fazioni: comunisti e democristiani, sinistra e
destra, anticlericali e bigotti. E soprattutto i più giovani, nati
all'estero
e un po' sperduti nelle sottigliezze arcane del panorama ideologico
nostrano, erano sconcertati quando il quadro manicheo non
corrispondeva più alle attese.
Certo
in un paesino in cui tutti si conoscono, il dibattito politico può
rapidamente sviare in un battibecco tra i seguaci di Peppone e quelli
di Don Camillo e la
schermaglia può avere
conseguenze paradossali.
Fu
il caso per
esempio nel
1980 quando alle elezioni comunali, dopo anni di opposizione, una
lista di sinistra, organizzata attorno alla sezione comunista
riuscì ad imporsi e a fare eleggere alla carica di sindaco Mario
Basile, principale animatore di un gruppo di giovani intraprendenti e
motivati, che
aveva saputo scuotere l'arcaica e sonnolenta sezione e
che resterà poi
in carica per i successivi 24 anni.
Per
il campo avverso la batosta fu rude e inattesa a tal punto che gli
sconfitti decisero -arma letale- di boicottare la festa patronale di
San Donato, ritirandosi dalla deputazione
incaricata dell'organizzazione dell'evento.
La risposta non si fece attendere. Era impossibile infatti per
l'amministrazione neoeletta bollare, con un segnale che sarebbe
apparso incomprensibile a molti, il nuovo corso e macchiare con un
simbolo così inaudito – il vuoto incolmabile lasciato dalla
secolare festa - le rosee prospettive future. Ed ecco quindi i
militanti comunisti, abbandonate per l'occasione le bandiere rosse e,
imbracciati i monumentali sacri stendardi, occuparsi con buona lena
del programma di animazione delle festività in onore del santo
protettore accompagnando la statua nelle due canoniche processioni
tra la chiesa matrice e quella eponima.
L'implicazione
dell'amministrazione di sinistra non si smentirà negli anni seguenti
anche quando la parte avversa tornerà a più miti consigli
riprendendo le redini delle celebrazioni. La partecipazione alla
processione religiosa, comunemente accettata dalla maggioranza della
popolazione, avrà però delle insospettate conseguenze oltralpe,
mettendo nell'imbarazzo il sindaco comunista di Somain, la cittadina
francese gemellata con Castel del Monte. Una cartolina raffigurante
il santo seguito dai due sindaci verrà utilizzata da un oppositore
per denigrare l'incongruo atteggiamento filo clericale del maire
comunista.
Tra
gli
eventi
chiave dell'estate
castellana si
inseriva quindi
la
Festa dell'Unità,
organizzata anch'essa,
ma con più congruenza dalla
locale sezione del Partito Comunista. Un momento certo festivo ma non
sprovvisto di iniziative culturali e di dibattito un po' a
controcorrente tra processioni e le messe.
Sulla
piazza principale o nella “zona sportiva” le tradizionali
grigliate accompagnavano spettacoli più o meno “impegnati”, come
si diceva allora. Punto nevralgico di coordinamento era la Casa
del popolo,
sede di partito ma anche centro di ritrovo e di incontro.
Il
destino della Casa del popolo fu
forse l'ultimo sussulto vitale e organico (come direbbe Gramsci) del
popolo di sinistra castellano. La sfida lanciata
tra i castellani e
dettata
da contingenze locative era chiara:
dare una sede definitiva
e stabile al Circolo.
Fu
una
mobilitazione all'altezza della posta in gioco. Nelle
città del nord Italia ma anche all'estero, i compaesani
simpatizzanti e militanti, giovani e meno giovani, furono sollecitati
e risposero volentieri
partecipando alla colletta che permise l'acquisizione della nuova
(ultima) sede dell'istituzione.
Ma
poi il Partito Comunista scomparve, la Cosa
si
trasformò in quercia, poi in ulivo del quale non resteranno che
cinque foglie. Terminata la spinta
propulsiva
dell'amministrazione di sinistra, anche la Casa
del popolo
perse il suo ruolo
di cellula politica. Continuerà a funzionare ancora qualche anno,
come circolo ARCI, tenuto aperto da qualche volenteroso pensionato.
Oggi
il
locale è
ancora aperto in occasioni particolari, come sede di esposizioni.
martedì 29 settembre 2015
Buzzeche
Si poteva allora cominciare a giocare a buzzeche. Non molto originale come gioco, assomigliava alla tradizionale nascondarella ma qualche regola particolare ne faceva l'originalità. La classica tana era sostituita dalla scatola, posata per terra in mezzo alla via o meglio al centro di uno spiazzo bello largo. Tana mobile quindi ma che doveva sempre essere riportata al punto stabilito. Non c'era la conta. Uno dei giocatori, - spesso il più abile perché era quello che rischiava di essere preso subito -
dava
uno o tre calci (mi pare dipendesse dal numero di partecipanti) alla
scatoletta, scaraventandola il più lontano possibile.
Era ancora meglio, viste le caratteristiche del paese, quando la scatola di latta rotolava lungo una discesa, spariva sotto un muro o si perdeva tra le ortiche. Mentre lo scalognato prescelto per stare sotto correva per ritrovare la scatoletta e riportarla nel punto prestabilito, gli altri correvano a nascondersi. Chi teneva la tana doveva scoprire il nascondiglio degli altri; scovato un avversario batteva tre volte la latta per terra, sancendone la cattura. Bisognava fare attenzione però a non allontanarsi troppo dalla scatola che doveva essere sempre lasciata per terra. Bastava infatti che un giocatore non ancora scoperto desse un calcio alla latta e tutti coloro che erano stati catturati tornavano in libertà. A volte la scatola volava lontano, sfiorando qualche anziano di passaggio e l'incauto calciatore riceveva i meritati improperi. Il gioco poteva durare a lungo, interrotto dalle ombre della sera o dalla scomparsa della latta persa chissà dove dopo un calcio troppo potente. Mo chi la va a retruvuo' abballe pe se coste!
Era ancora meglio, viste le caratteristiche del paese, quando la scatola di latta rotolava lungo una discesa, spariva sotto un muro o si perdeva tra le ortiche. Mentre lo scalognato prescelto per stare sotto correva per ritrovare la scatoletta e riportarla nel punto prestabilito, gli altri correvano a nascondersi. Chi teneva la tana doveva scoprire il nascondiglio degli altri; scovato un avversario batteva tre volte la latta per terra, sancendone la cattura. Bisognava fare attenzione però a non allontanarsi troppo dalla scatola che doveva essere sempre lasciata per terra. Bastava infatti che un giocatore non ancora scoperto desse un calcio alla latta e tutti coloro che erano stati catturati tornavano in libertà. A volte la scatola volava lontano, sfiorando qualche anziano di passaggio e l'incauto calciatore riceveva i meritati improperi. Il gioco poteva durare a lungo, interrotto dalle ombre della sera o dalla scomparsa della latta persa chissà dove dopo un calcio troppo potente. Mo chi la va a retruvuo' abballe pe se coste!
venerdì 31 luglio 2015
L'Ambrosina
Le
vacanze cominciavano quando vedevamo il mare. Lo scoprivamo ad un
tratto dal finestrino del treno che correva verso sud lungo la costa.
Paesi accesi improvvisamente dal sole che si alzava rosso fuoco e poi
subito giallo dall'orizzonte azzurro. A tratti apparivano file di
ombrelloni colorati, ancora chiusi, ognuno con una sedia a sdraio,
chiusa anch'essa, tutte appoggiate in file ordinate come per un
omaggio al sole nascente. Di tanto in tanto si vedeva una barca,
sembrava immobile nel quadro del finestrino e poco dopo il
porticciolo in un'apparizione rapidissima. Gli oleandri in fiore
bianchi e rossi nascondevano l'orizzonte che poi si apriva di nuovo
sul riflesso del sole sull'acqua.
Sapevamo
che il viaggio stava per finire. Aprendo il finestrino sembrava di
sentire un odore particolare, portato dal fresco dell'aria del
mattino.
Ma
il mare rimaneva nel ricordo come una lunga cartolina, scritta ad un
amico lontano, poi spedita e la cui immagine si affievoliva a poco a
poco nella memoria. Perché la costa non era la nostra destinazione.
Per anni spiagge e ombrelloni resteranno come un universo estraneo,
visto come un miraggio dal finestrino di un treno e mai conosciuto
concretamente. Arrivati alla stazione scendevamo e ci mettevamo alla
ricerca dell'autobus che ci portava verso le montagne. E già qui non
era difficile trovare qualche viso noto di persona diretta allo
stesso paese, riascoltando così la lingua dell'infanzia mai
dimenticata. Immancabilmente c'era un tassista, annoiato nell'attesa
dei clienti che spiegava che la corriera non c'era o che sarebbe
partita molto più tardi. Ma il trucchetto per rimediare una corsa
non funzionava mai.
Eravamo
partiti la sera prima dalla stazione della città. La fabbrica di
automobili, come allora ancora si usava, aveva chiuso i cancelli per
tre settimane e, senza accordi espliciti, ma seguendo la norma
dettata dal capogruppo, tutti gli altri stabilimenti avevano seguito
la regola. Migliaia di famiglie si erano affrettate lungo i binari
dove “diretti” e “direttissimi”, come si chiamavano allora,
si erano riempiti in un attimo. I più sfortunati tra i viaggiatori
restavano nei corridoi, seduti sulle valigie, rassegnati alla
prospettiva di una lunga notte che avrebbe indolenzito le ossa ancora
stanche dal lavoro quotidiano alla catena. La città si svuotava, i
negozi chiudevano al punto che per i pochi abitanti rimasti i due
quotidiani locali pubblicavano le liste di panetterie e altri negozi
restati aperti. Più di una vacanza era il ritorno a casa,
momentaneo, di chi era arrivato
qualche anno prima con
migliaia di altri, i napuli
come li chiamavano allora quelli che invece
parlavano con l'accento del
nord e che mal
ne sopportatavano
la cosiddetta
invasione.
Il
viaggio di ritorno era per
noi relativamente breve,
scendevamo dal treno mentre alti viaggiatori contuinuavano il
percorso verso la lunga penisola pugliese.
Sulla
piazza della stazione cercavamo l'autobus rosso, quasi
un'istituzione. Perché la domenica, nella stagione estiva una linea
speciale collegava la costa al Gran Sasso. L'idea
era sviluppare il turismo locale, portando al fresco delle montagne i
cittadini della città costiera. Ma erano piuttosto gli emigrati che
tornavano a casa ad
approfittare di questa corsa supplementare.
I
veicoli erano della
società “Rossi & Ambrosini” ed è per questo che tutti
conoscevano l'autobus delle
9.00 con il soprannome di Ambrosina. La
linea regolare aggirava la montagna risalendo la valle del Pescara e
poi quella del Tirino.
L'Ambrosina invece si
dirigeva direttamente verso
le pendici orientali del Gran Sasso, attraversando l'entroterra e
risalendo verso il valico di Forca di Penne, là
dove per secoli erano passate le greggi seguendo il “tratturo
magno”. Il percorso inverso
a quello seguito da Annibale nella sua discesa verso le Puglie.
Brittoli era l'ultimo paese
del versante pescarese, poi la strada, che continuava a salire non
era più asfaltata e una nuvola di polvere si
posava sul
rosso vivo dell'autobus. Bisognava chiudere rapidamente i finestrini
e, nella giornata estiva, il calore cominciava a farsi sentire. Dopo
il valico una lunga discesa finiva all'incrocio con la statale
proveniente dalla valle del Tirino. La strada riprendeva il suo
aspetto normale e ricominciava a salire verso la nostra meta.
Attraversato
l'ultimo villaggio, sull'autobus restavano solo facce più o meno
conosciute, parenti più o meno lontani. Si riconoscevano le contrade
e a memoria si contavano le curve che mancavano prima di quella
fatidica dopo la quale appariva la piramide del paese arroccato sulla
montagna.
L'autista
annunciava con fragorosi colpi di clacson bitonale l'arrivo a Castel
del Monte. Si fermava sulla piazza. Davanti ad un palazzotto occupato
dall'esattoria e dal barbiere. Per tutta la lunghezza della facciata
correvano tre scalini sui quali stavano seduti gli anziani del paese,
quasi tutti con un cappello in testa e bastone tra le mani,
commentando e assertendo su fatti e persone. L'arrivo dell'autobus
era un'occasione per movimentare un po' la giornata. Poi attorno
all'Ambrosina si radunavano parenti e amici, con abbracci e
esclamazioni, si scaricavano le valige e, a gruppetti ci si dirigeva
verso casa dove il pranzo era già quasi pronto e per alcuni non
mancava il brodo di gallina perché, tutti lo sanno... per chi
viaggia il brodo con le vularelle, i quadrettini di pasta
all'uovo, è una panacea.
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