La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



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venerdì 13 dicembre 2019

Castel del Monte, ricordo di una nevicata.


Penso che, per me come per molti, sia impossibile, risalendo con il pensiero verso gli anni dell’infanzia, d’identificare un momento preciso in cui situare i primi fatti realmente vissuti e che, avendo resistito alle vicissitudini e alle peripezie della vita sono ancora oggi presenti nella nostra memoria. Più andiamo indietro nel tempo, più ci inoltriamo in un’età nella quale l’esperienza personale – l’evento realmente conosciuto - si amalgama e si stempera nel racconto udito da altri e che, a poco a poco, abbiamo ricostruito nella nostra mente fino ad assumerlo come frutto di una testimonianza viva che ci appartiene.
Così è della prima casa in cui ho abitato della quale non ho molti ricordi. Anzi, sicuramente sono ricordi di seconda mano, di storie raccontatemi da altri più che vissute.
Sono nato in un giorno di autunno ormai inoltrato e ho passato nel paese d’origine solo tre inverni. I miei genitori avevano affittato una modesta abitazione in quello che ancora oggi si chiama “Rione Orientale”. È un nome che mi è sempre piaciuto; fa pensare ad un mondo lontano e un po’ favoloso ma è anche un po’ incongruente associato com’è alla montagna rude su cui era stato costruito.
Ancora oggi i luoghi non sono cambiati; si entra nel paese antico passando sotto l’arco di San Rocco, addossato alla chiesa omonima. La casa è poco lontano, dopo una stradina che, lasciata la piazzetta scende verso il centro del borgo. È in cima ad una scalinata esterna che dal basso verso l’alto si allargava verso due porte, una vicina all’altra. Noi stavamo a sinistra e la porta accanto era quella di una donna che io ricordo anziana ma che probabilmente non lo era. I miei genitori si erano installati lì dopo il loro matrimonio ed era in quella casa che io ero nato.
Mio padre che fino ad allora si era accontentato di mestieri poco proficui, era stato costretto, dopo la mia nascita a cercare un lavoro più redditizio e, come molti altri, era partito per una regione del nord dove a quei tempi le fabbriche cominciavano ad assumere abbastanza facilmente.
Io ero restato con mia madre, nell’attesa di una sistemazione meno precaria e di un ricongiungimento programmato. La vita scorreva tranquillamente, mia madre aiutava le sua che aveva una piccola attività, faticosa e, anch’essa, poco redditizia. Quando usciva per andare da lei o per fare qualche commissione mi lasciava solo e, per evitare che facessi capricci e farmi capire che non dovevo allontanarmi, mi dava un incarico di grande responsabilità dicendomi di fare la guardia alla casa e di non fare entrare nessuno. Così quando una volta la vicina mi chiese di prendere un po’ di brace dalla stufa per accendere il suo fuoco io, perentorio, le impedii di entrare cosciente dell’incarico ricevuto: nessuno era nessuno. Naturalmente quando la donna raccontò la storia a mia madre ci furono commenti ironici nei miei confronti e io, vedendo i sorrisi complici delle due donne, non ero proprio convinto di potermi ritenermi orgoglioso per aver rispettato il mio difficile incarico, cosciente di non aver capito qualcosa che si era tramato alle mie spalle.
Ogni tanto toccava a me “andare a fare la spesa”. Mia madre mi affidava il portamonete con qualche spicciolo e io mi recavo in una delle due macellerie che, vicino alla piazzetta erano una di fronte all’altra. Naturalmente non sapevo contare e dopo aver chiesto quello che mi era stato detto, davo il portamonete alla padrona della bottega che prendeva i soldi corrispondenti. Io ero fiero di questi piccoli-grandi incarichi a tal punto che un giorno, incontrata nel negozio una zia, non la salutai nemmeno, tutto preso dal mio dovere. Naturalmente quest’ultima si offese e mia madre dovette poi scusarsi per il mio comportamento.
Il secondo inverno passato lassù fu particolarmente nevoso.
Eravamo, mi pare, verso fine dicembre, la neve era cominciata a scendere silenziosamente durante la notte e la mattina copriva già ogni cosa. Solo l’impronta di qualche passo rompeva l’uniformità del manto bianco e lasciava apparire le pietre arrotondate dell’antico selciato. Uno zio, il fratello di mia madre, era passato velocemente per assicurarsi che tutto andasse bene e poi era andato nella sua bottega che era poco lontana. Affacciato alla porta, guardavo affascinato quel paesaggio bianco per me nuovo ed intrigante. Più tardi il vento si levò e dovetti rinunciare velocemente a quello spettacolo, richiamato da mia madre che giustamente voleva preservare il caldo della stufa.
Per tutta la giornata la bufera continuò impetuosa, la neve si incollava ai vetri della finestra lasciando la stanza quasi nel buio. Andammo a dormire molto presto, non erano tempi di televisione e la radio stentava ad arrivare fin lassù.
Il mattino seguente la bufera era cessata ma la neve continuava a cadere. Mia madre, che voleva andare a fare qualche spesa, aprì la porta e si accorse stupita che la scalinata era quasi completamente coperta, uscire era impossibile.
La genitrice non si perse d’animo. Non avevamo molte riserve ma di farina ce n’era abbastanza. Chembrenne (fare la pasta a mano) fu dunque la soluzione che le venne facilmente et ovviamente in mente.
Passammo così due giorni, completamente isolati e senza notizie del mondo esterno. Il terzo giorno finalmente spuntò il sole. Aprimmo la porta. L’aria era tersa e il cielo brillava di uno splendido blu, ancora più acceso dal contrasto con lo spesso manto bianco che copriva ogni cosa. La scalinata era completamente coperta e la neve arrivava quasi alla soglia della nostra casa. Era impossibile attraversare quello spazio.
Fu lo zio a venire da noi. Sentimmo bussare alla porta e lo vedemmo, sorridente e felice, con ai piedi un paio di sci, con i quali aveva attraversato il paese ed era arrivato fino all’uscio superando agevolmente e senza sforzo il dislivello che in tempi normali era il piano inferiore.

domenica 10 novembre 2019

Colore del cielo

Ricordo quando, ancora bambino, arrivavo con la corriera sulla piazza del paese. C'era sempre molta gente e i passeggeri, prima della fermata erano già in piedi, allungavano il collo a destra e a sinistra, cercavano con lo sguardo una madre, un padre, un fratello o una sorella venuti ad aspettarli.
Il dialetto che nella città del nord era riservato alle conversazioni familiari diventava improvvisamente lingua ufficiale, le sonorità così particolari, specifiche e ristrette a quel territorio, riempivano la piazza con i loro timbri e con la loro peculiare pronuncia.
Rapidamente quella piccola folla di disperdeva, a poco a poco la piazza ritrovava la sua calma consueta, lo scroscio dell'acqua della fontana riprendeva il sopravvento nel silenzio del luogo.
Ma la prima impressione che mi colpiva, superando la curiosità per lo spazio circostante, era il colore del cielo. Nella città del nord ero abituato, anche nei giorni più chiari, ad un celeste tenue e evanescente, un po' più limpido solo nei rari giorni di vento.
Quassù il blu esplodeva, quasi irreale. Il grande albero vicino all'abbeveratoio – a quell'epoca era molto più rigoglioso - contrastava con la sua chioma lussureggiante, come un fuoco d'artificio e si apriva il quel cielo luminoso. Il verde delle foglie accentuava l'emergere della volta di un cobalto abbagliante. Restavo affascinato e impressionato da quel colore così intenso e perentorio e per un momento mi guardavo attorno. Cercavo negli altri l'espressione di meraviglia che potesse confermare la realtà del mio sentimento di fronte ad un evento imprevedibile ed a una cosa inaspettata. Il distacco e l'indifferenza che vedevo attorno a me, senz'altro dovuti all'abitudine, mi lasciavano perplesso.

domenica 11 dicembre 2016

Elogio del dubbio

Più che mai, i libri mi sono necessari. Mi offrono il solo rimedio capace di rendere la realtà accettabile.
Con il tempo che passa, non so più esattamente che cosa contenga la mia biblioteca. Siccome non sono mai riuscito a decidermi a metterli in ordine, i miei libri si sono accumulati, anno dopo anno, in vicinanze eteroclite. Mi succede di scoprire un romanzo che credevo perso, tra una guida turistica e un libro di cucina.
Mi succede anche di non ritrovare più il testo di cui avrei bisogno e di maledire la mia pigrizia e il mio disordine. In fondo, quest'anarchia non mi dispiace. Mi sembra così di sfuggire alla consuetudine e al prevedibile per serbare qualche sorpresa. Ho a volte l'impressione che la mia biblioteca sia quella di uno sconosciuto, e che essa nasconda tesori dimenticati che riaffiorano in superficie nel momento meno atteso, come se qualcun altro li avesse nascosti lì.
Questo sdoppiamento non mi sconvolge anzi mi affascina.
Ogni libro ritrovato mi procura la stessa gioia che il ritorno di un amico perduto.
Éliane Serdan, La città alta.
Purtroppo i libri sono, per molti, oggetti sconosciuti. Sfogliare un libro costa fatica. Figuriamoci leggerlo.
Trovare nuove idee, confrontarle con le nostre, scoprire punti di vista differenti che permettono di osservare da un altro angolo lo stesso avvenimento, riscoprire con uno sguardo originale quello che ci sembrava chiaro ed evidente e che ora è illuminato da una luce nuova. Tutto ciò dà un senso alla vita se anche noi crediamo che fatti non fummo per viver come bruti.
Negli ultimi anni però, con le nuove tecnologie dell'informazione, qualcuno ha pensato che ci fosse una scorciatoia, che ogni domanda avesse la sua risposta, semplicemente, pronta e disponibile. Si è dimenticato così che le buone domande spesso non hanno risposte e che le cattive non le meritano.
Sì, perché cercare nei libri le risposte ci fa scoprire prima di tutto l'abisso della nostra ignoranza. La nostra sola possibilità è di attingere con un cucchiaino nell'oceano di idee, teorie, opinioni, pareri, punto di vista, che gli uomini hanno accumulato nei secoli. Scrive Giacomo Leopardi in una lettera a sua sorella Paolina: La nostra ragione non può assolutamente trovare il vero se non dubitando; ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza; e non solo il dubbio giova a scoprire il vero, ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita sa, e sa il più che si possa sapere.
Ai nostri giorni è più facile accettare la valanga di informazioni che ci arrivano ogni giorno, ogni ora, scaricate come da un camion a ribalta da uno schermo di computer. È così semplice. Se poi, come succede il più delle volte, queste informazioni sono assennate in tono perentorio, categorico, energico, è inutile cercare più in là, riflettere, interrogarsi.
Perché il dubbio, la domanda, ammettere la propria ignoranza, aver voglia di verificare, sono concetti superati, arcaici, obsoleti. E se poi se ad un tratto, malgrado tutto, l'evidenza sembra smentire ciò che fino ad allora si è considerato certo, la sentenza non è mai definitiva: sì, d'accordo, ma avrebbe potuto essere.
È difficile cominciare una frase con un Penso che…, Mi pare che… Ancora più inammissibile terminarla con ...forse hai ragione.
Bisogna essere Francesco d'Assisi per ammettere senza vergogna ignorans sum et idiota.
Ecco perché il congiuntivo, il modo verbale che serve ad esprimere l'incertezza e il dubbio, il desiderio e l'ignoranza, sta scomparendo a poco a poco dalla lingua. La sua estinzione non è solo il riflesso di un'evoluzione grammaticale che tende alla semplificazione, essa è il sintomo di un male più profondo e fatale. Non c'è tempo né spazio per l'umiltà dell'ignoranza. C'è solo l'inconfutabilità che nutre con pietanze troppo grasse la mente monotematica dell'uomo moderno.
Si riduce a poco a poco il numero di vocaboli. Sembra che un italiano medio usi circa ottocento parole sulle quasi cinquantamila disponibili e accettabili nella lingua moderna.
Ma queste ottocento parole sono sufficienti a molti per disquisire in un solo impeto di Leggi Costituzionali, composizione geologica del globo terrestre e possibilità di prevederne i movimenti, possibilità ingegneristiche di costruire edifici resistenti a un sisma.
Sono sufficienti, per dissertare di razze umane, più o meno evolute, più o meno predisposte al crimine e al lenocinio.
Aprire la pagina Commenti di un sito di informazione qualsiasi equivale ad un'immersione in un maelstrom senza fondo. È forse un esempio estremo. In effetti le pagine in questione sono semplicemente il prolungamento delle discussioni tenute appoggiati al bancone di un bar. Quello che cambia è solo il pubblico, non più i tre o quattro avventori del locale ma le migliaia di lettori di un giornale. Probabilmente non sono più numerose di un tempo ma solo più evidenti.
Che cosa ci riserva il futuro? Ognuno sembra aver scelto il proprio pifferaio di Hamelin e, affascinato dalla sua musica, segue il suonatore verso il suo destino. Non sa, o preferisce non sapere che ci sono altri strumenti e altre melodie.

 Dovete abituarvi anche a questa atrocità del dubbio, a dibattere veramente i problemi, ma veramente, non formalmente, si applaudono sempre i luoghi comuni, bisogna ragionare, non applaudire o disapprovare.                                                                          1975 Pier Paolo Pasolini ai giovani comunisti


sabato 19 dicembre 2015

La passatella

Sarà l'inverno che arriva, sarà la fine dell'anno che, con lo scandire delle ricorrenze, ci fa considerare con maggior raccoglimento lo scorrere implacabile del tempo, l'ora sembra alla rievocazione.
Reminiscenza di aneddoti spesso insignificanti nello scorrere degli avvenimenti ma capaci, come la proverbiale madeleine di Marcel Proust, di riportare a galla stralci di vite passate, di mondi che sembrano ormai lontanissimi nell'accelerazione spettacolare di una modernità che fa sembrare preistorico il decennio precedente.
Così basta un accenno in una pagina di un interessante blog http://www.qualcheriga.it/10-cose-che-ho-imparato-in-abruzzo-nel-2015/ alla passatella per ritrovare immagini del passato ormai dimenticate.
Nel borgo di Castel del Monte le possibilità di svago, soprattutto finita la bella stagione, non sono molte. Lo erano ancor meno quando l'automobile era un privilegio di pochi e quindi più difficile spostarsi. La vita sociale, più di oggi, separava spesso il mondo femminile da quello maschile. Per questi ultimi il ritrovo era la cantina, l'osteria e poi il più moderno bar, dove ritrovarsi dopo il lavoro e passare il tempo tra amici e conoscenti. Questi locali erano relativamente numerosi, quasi quanto le chiese, e tutti molto frequentati.
Si battevano le carte, a tressette, a scopa, a volte a briscola. Ma senza dubbio il gioco che più di tutti appassionava gli astanti e spesso accendeva gli animi era la passatella.
Un gioco antichissimo; pare fosse conosciuto già dagli antichi romani, diffusissimo poi negli ambienti popolari della Roma papalina al punto da provocare tali turbe all'ordine pubblico che, nel XVI secolo, fu necessario l'intervento delle forze dell'ordine del papa Sisto V.
Una partita a carte era solo il pretesto per decidere chi fosse il padrone e chi il sottopadrone. Stava poi a quest'ultimo proporre al primo chi potesse bere e chi no le bevande pagate equamente. Si animavano lunghe discussioni, soprattutto se il padrone e il sottopadrone non erano proprio amici o, peggio, avevano un conto da regolare. Entravano in ballo ripicche, antipatie, rancori, animosità. Chi restava “a secco” era fatto olmo (olmo, forse perché con i rami di questa pianta si legavano le viti e quindi erano vicini al vino ma senza berlo). Oppure, con un fine ancora più perfido, a volte si designava uno zimbello per farlo bere fino all'ubriacatura, la famosa gatta. Succedeva che antiche amicizie fossero messe a dura prova e che, bicchiere dopo bicchiere gli animi si scaldassero è il gioco finisse sovente in rissa.
L'osteria castellana non sfuggiva a questa malasorte. Ed era forse il ricordo di epiche dispute ad accollare epiteti battaglieri ai locali. Oggi Montelepre (il paese di Salvatore Giuliano) ha definitivamente chiuso i battenti mentre Il Vietnam è diventato l'accogliente Rifugio del pastore.

domenica 6 dicembre 2015

Ma la festa dell'Unità non si fa più?

Per chi abita all'estero non è facile seguire la vita politica italiana. Molte cose sono cambiate in questi ultimi decenni e il cambiamento sembra accelerarsi sempre più, preso in un vortice che spazza via tutti i punti di riferimento che sembravano inamovibili.
Ciò è ancora più evidente in un contesto particolarmente circoscritto e singolare com'è quello di un paese di montagna come Castel del Monte, malgrado tutto ancora un po' appartato rispetto al mainstream contemporaneo.
Così capita ancora di sentire qualche compaesano abitante all'estero e in vacanza chiedere incuriosito: Ma la festa dell'Unità non si fa più?
Per molti connazionali in effetti, il ritorno al borgo per le vacanze estive era, ed è tuttora, segnato da una serie di avvenimenti culturali che scandiscono il calendario delle giornate estive: la rassegna ovina di Campo Imperatore, la festa di San Donato, la scampagnata di Ferragosto, la festa della classe e, da qualche anno, la “Notte delle streghe”.
Tra queste manifestazioni si inseriva la Festa dell'Unità, un tassello, forse un po' anomalo ma non troppo, nella successione di appuntamenti estivi.
Anomalo perché era forse l'unico non unanimemente accolto nel panorama delle iniziative pubbliche.
Quando, sempre più raramente, si parla di politica, soprattutto per coloro che abitano all'estero, appare la necessità di capire quali siano gli schieramenti in campo e di associarli a schemi conosciuti che più o meno corrispondano.
Così, semplificando all'estremo (ma forse non a torto) fino a qualche anno fa si distinguevano le due fazioni: comunisti e democristiani, sinistra e destra, anticlericali e bigotti. E soprattutto i più giovani, nati all'estero e un po' sperduti nelle sottigliezze arcane del panorama ideologico nostrano, erano sconcertati quando il quadro manicheo non corrispondeva più alle attese.
Certo in un paesino in cui tutti si conoscono, il dibattito politico può rapidamente sviare in un battibecco tra i seguaci di Peppone e quelli di Don Camillo e la schermaglia può avere conseguenze paradossali.
Fu il caso per esempio nel 1980 quando alle elezioni comunali, dopo anni di opposizione, una lista di sinistra, organizzata attorno alla sezione comunista riuscì ad imporsi e a fare eleggere alla carica di sindaco Mario Basile, principale animatore di un gruppo di giovani intraprendenti e motivati, che aveva saputo scuotere l'arcaica e sonnolenta sezione e che resterà poi in carica per i successivi 24 anni.
Per il campo avverso la batosta fu rude e inattesa a tal punto che gli sconfitti decisero -arma letale- di boicottare la festa patronale di San Donato, ritirandosi dalla deputazione incaricata dell'organizzazione dell'evento. La risposta non si fece attendere. Era impossibile infatti per l'amministrazione neoeletta bollare, con un segnale che sarebbe apparso incomprensibile a molti, il nuovo corso e macchiare con un simbolo così inaudito – il vuoto incolmabile lasciato dalla secolare festa - le rosee prospettive future. Ed ecco quindi i militanti comunisti, abbandonate per l'occasione le bandiere rosse e, imbracciati i monumentali sacri stendardi, occuparsi con buona lena del programma di animazione delle festività in onore del santo protettore accompagnando la statua nelle due canoniche processioni tra la chiesa matrice e quella eponima.
L'implicazione dell'amministrazione di sinistra non si smentirà negli anni seguenti anche quando la parte avversa tornerà a più miti consigli riprendendo le redini delle celebrazioni. La partecipazione alla processione religiosa, comunemente accettata dalla maggioranza della popolazione, avrà però delle insospettate conseguenze oltralpe, mettendo nell'imbarazzo il sindaco comunista di Somain, la cittadina francese gemellata con Castel del Monte. Una cartolina raffigurante il santo seguito dai due sindaci verrà utilizzata da un oppositore per denigrare l'incongruo atteggiamento filo clericale del maire comunista.
Tra gli eventi chiave dell'estate castellana si inseriva quindi la Festa dell'Unità, organizzata anch'essa, ma con più congruenza dalla locale sezione del Partito Comunista. Un momento certo festivo ma non sprovvisto di iniziative culturali e di dibattito un po' a controcorrente tra processioni e le messe.
Sulla piazza principale o nella “zona sportiva” le tradizionali grigliate accompagnavano spettacoli più o meno “impegnati”, come si diceva allora. Punto nevralgico di coordinamento era la Casa del popolo, sede di partito ma anche centro di ritrovo e di incontro.
Il destino della Casa del popolo fu forse l'ultimo sussulto vitale e organico (come direbbe Gramsci) del popolo di sinistra castellano. La sfida lanciata tra i castellani e dettata da contingenze locative era chiara: dare una sede definitiva e stabile al Circolo. Fu una mobilitazione all'altezza della posta in gioco. Nelle città del nord Italia ma anche all'estero, i compaesani simpatizzanti e militanti, giovani e meno giovani, furono sollecitati e risposero volentieri partecipando alla colletta che permise l'acquisizione della nuova (ultima) sede dell'istituzione.
Ma poi il Partito Comunista scomparve, la Cosa si trasformò in quercia, poi in ulivo del quale non resteranno che cinque foglie. Terminata la spinta propulsiva dell'amministrazione di sinistra, anche la Casa del popolo perse il suo ruolo di cellula politica. Continuerà a funzionare ancora qualche anno, come circolo ARCI, tenuto aperto da qualche volenteroso pensionato.
Oggi il locale è ancora aperto in occasioni particolari, come sede di esposizioni.

martedì 29 settembre 2015

Buzzeche

Trovata una vecchia scatola di pelati bisognava appiattirne l'apertura schiacciandola con una pietra o con un solido colpo di scarpone.
Si poteva allora cominciare a giocare a buzzeche. Non molto originale come gioco, assomigliava alla tradizionale nascondarella ma qualche regola particolare ne faceva l'originalità.
La
classica tana era sostituita dalla scatola, posata per terra in mezzo alla via o meglio al centro di uno spiazzo bello largo. Tana mobile quindi ma che doveva sempre essere riportata al punto stabilito.
Non c'era la conta.
Uno dei giocatori, - spesso il più abile perché era quello che rischiava di essere preso subito -
dava uno o tre calci (mi pare dipendesse dal numero di partecipanti) alla scatoletta, scaraventandola il più lontano possibile.
Era ancora meglio, viste le caratteristiche del paese, quando la scatola di latta rotolava lungo una discesa, spariva sotto un muro o si perdeva tra le ortiche. Mentre lo scalognato prescelto per stare sotto correva per ritrovare la scatoletta e riportarla nel punto prestabilito, gli altri correvano a nascondersi.
Chi teneva la tana doveva scoprire il nascondiglio degli altri; scovato un avversario batteva tre volte la latta per terra, sancendone la cattura. Bisognava fare attenzione però a non allontanarsi troppo dalla scatola che doveva essere sempre lasciata per terra.
Bastava infatti che un giocatore non ancora scoperto desse un calcio alla latta e tutti coloro che erano stati catturati tornavano in libertà.
A volte la scatola volava lontano, sfiorando qualche anziano di passaggio e l'incauto calciatore riceveva i meritati improperi. Il gioco poteva durare a lungo, interrotto dalle ombre della sera o dalla scomparsa della latta persa chissà dove dopo un calcio troppo potente. Mo chi la va a retruvuo' abballe pe se coste!

venerdì 31 luglio 2015

L'Ambrosina

Le vacanze cominciavano quando vedevamo il mare. Lo scoprivamo ad un tratto dal finestrino del treno che correva verso sud lungo la costa. Paesi accesi improvvisamente dal sole che si alzava rosso fuoco e poi subito giallo dall'orizzonte azzurro. A tratti apparivano file di ombrelloni colorati, ancora chiusi, ognuno con una sedia a sdraio, chiusa anch'essa, tutte appoggiate in file ordinate come per un omaggio al sole nascente. Di tanto in tanto si vedeva una barca, sembrava immobile nel quadro del finestrino e poco dopo il porticciolo in un'apparizione rapidissima. Gli oleandri in fiore bianchi e rossi nascondevano l'orizzonte che poi si apriva di nuovo sul riflesso del sole sull'acqua.
Sapevamo che il viaggio stava per finire. Aprendo il finestrino sembrava di sentire un odore particolare, portato dal fresco dell'aria del mattino.
Ma il mare rimaneva nel ricordo come una lunga cartolina, scritta ad un amico lontano, poi spedita e la cui immagine si affievoliva a poco a poco nella memoria. Perché la costa non era la nostra destinazione. Per anni spiagge e ombrelloni resteranno come un universo estraneo, visto come un miraggio dal finestrino di un treno e mai conosciuto concretamente. Arrivati alla stazione scendevamo e ci mettevamo alla ricerca dell'autobus che ci portava verso le montagne. E già qui non era difficile trovare qualche viso noto di persona diretta allo stesso paese, riascoltando così la lingua dell'infanzia mai dimenticata. Immancabilmente c'era un tassista, annoiato nell'attesa dei clienti che spiegava che la corriera non c'era o che sarebbe partita molto più tardi. Ma il trucchetto per rimediare una corsa non funzionava mai.
Eravamo partiti la sera prima dalla stazione della città. La fabbrica di automobili, come allora ancora si usava, aveva chiuso i cancelli per tre settimane e, senza accordi espliciti, ma seguendo la norma dettata dal capogruppo, tutti gli altri stabilimenti avevano seguito la regola. Migliaia di famiglie si erano affrettate lungo i binari dove “diretti” e “direttissimi”, come si chiamavano allora, si erano riempiti in un attimo. I più sfortunati tra i viaggiatori restavano nei corridoi, seduti sulle valigie, rassegnati alla prospettiva di una lunga notte che avrebbe indolenzito le ossa ancora stanche dal lavoro quotidiano alla catena. La città si svuotava, i negozi chiudevano al punto che per i pochi abitanti rimasti i due quotidiani locali pubblicavano le liste di panetterie e altri negozi restati aperti. Più di una vacanza era il ritorno a casa, momentaneo, di chi era arrivato qualche anno prima con migliaia di altri, i napuli come li chiamavano allora quelli che invece parlavano con l'accento del nord e che mal ne sopportatavano la cosiddetta invasione.
Il viaggio di ritorno era per noi relativamente breve, scendevamo dal treno mentre alti viaggiatori contuinuavano il percorso verso la lunga penisola pugliese.
Sulla piazza della stazione cercavamo l'autobus rosso, quasi un'istituzione. Perché la domenica, nella stagione estiva una linea speciale collegava la costa al Gran Sasso. L'idea era sviluppare il turismo locale, portando al fresco delle montagne i cittadini della città costiera. Ma erano piuttosto gli emigrati che tornavano a casa ad approfittare di questa corsa supplementare. I veicoli erano della società “Rossi & Ambrosini” ed è per questo che tutti conoscevano l'autobus delle 9.00 con il soprannome di Ambrosina. La linea regolare aggirava la montagna risalendo la valle del Pescara e poi quella del Tirino. L'Ambrosina invece si dirigeva direttamente verso le pendici orientali del Gran Sasso, attraversando l'entroterra e risalendo verso il valico di Forca di Penne, là dove per secoli erano passate le greggi seguendo il “tratturo magno”. Il percorso inverso a quello seguito da Annibale nella sua discesa verso le Puglie. Brittoli era l'ultimo paese del versante pescarese, poi la strada, che continuava a salire non era più asfaltata e una nuvola di polvere si posava sul rosso vivo dell'autobus. Bisognava chiudere rapidamente i finestrini e, nella giornata estiva, il calore cominciava a farsi sentire. Dopo il valico una lunga discesa finiva all'incrocio con la statale proveniente dalla valle del Tirino. La strada riprendeva il suo aspetto normale e ricominciava a salire verso la nostra meta.
Attraversato l'ultimo villaggio, sull'autobus restavano solo facce più o meno conosciute, parenti più o meno lontani. Si riconoscevano le contrade e a memoria si contavano le curve che mancavano prima di quella fatidica dopo la quale appariva la piramide del paese arroccato sulla montagna.
L'autista annunciava con fragorosi colpi di clacson bitonale l'arrivo a Castel del Monte. Si fermava sulla piazza. Davanti ad un palazzotto occupato dall'esattoria e dal barbiere. Per tutta la lunghezza della facciata correvano tre scalini sui quali stavano seduti gli anziani del paese, quasi tutti con un cappello in testa e bastone tra le mani, commentando e assertendo su fatti e persone. L'arrivo dell'autobus era un'occasione per movimentare un po' la giornata. Poi attorno all'Ambrosina si radunavano parenti e amici, con abbracci e esclamazioni, si scaricavano le valige e, a gruppetti ci si dirigeva verso casa dove il pranzo era già quasi pronto e per alcuni non mancava il brodo di gallina perché, tutti lo sanno... per chi viaggia il brodo con le vularelle, i quadrettini di pasta all'uovo, è una panacea. 
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