martedì 17 aprile 2012
Abbazia di San Giovanni in Venere (Ch)
Basta allontanarsi di qualche chilometro dalla costa di Fossacesia e dalla foce del Sangro per arrivare su questa collina, come un balcone sul mare.
Nello spazio è un viaggio breve, ma sufficiente ad allontanare d'un tratto il moderno cicalio del turismo di spiaggia; nel tempo si parte lontano, percorrendo e ritroso, almeno negli indizi e nei vocaboli, millenni di storia.
Un antico tempio consacrato a Venere Conciliatrice ha lasciato il nome all'abbazia benedettina che, già prima del VII secolo, ne occupò il sito.
La tradizione ricorda un primo gruppo di monaci, tra i quali un certo Martino, proveniente dal cenacolo di Benedetto a Cassino o forse più semplicemente da uno dei tanti eremi della Maiella. Costruirono una chiesetta e un cellaio per abitazione. Vennero poi, dopo l'anno Mille, gli architetti cistercensi ad ingrandirli e a modificarli.
Le vicissitudini del tempo e soprattutto il terremoto del 1627 avevano danneggiato gravemente la chiesa e il chiostro. Solo a partire dal 1965, quando i padri Passionisti ne presero possesso, si cominciò a ricostruire il convento e poi l'insieme del monumento.
Dedicata a san Giovanni, l'abbazia volge le spalle all'Adriatico e si apre su un fresco bosco mentre, sul lato opposto si affaccia su una campagna punteggiata di ulivi.
Il luogo appare solitario, solo qualche persona passeggia attorno alle mura.
Sulla facciata in mattoni spicca, attorno al portale, il marmo bianco dei gravi bassorilievi scolpiti con scene bibliche, nel XIII secolo.
Il chiostro si raccoglie attorno al suo giardino; interrompe la luce smagliante dell'estate rifiutando allo sguardo l'orizzonte che spazia lontano, per ricreare nell'ombra il luogo di raccoglimento e di meditazione. Solo le cime della piccola schiera di cipressi si agitano al vento che viene dal mare.
sabato 7 aprile 2012
Théodore Monod: Il viaggiatore delle dune
Scienziato, ittologo, naturalista, archeologo, filosofo, esploratore e soprattutto grande camminatore, Théodore Monod ha attraversato il ventesimo secolo a piedi, coniugando ricerca scientifica e ricerca filosofica. Sempre pronto a difendere i princìpi in cui credeva.
Il viaggiatore delle dune è forse il più conosciuto dei moltissimi libri che Monod ha scritto.
Méharées è il titolo originale. La parola è derivata da méhari che, nei paesi arabi, sta ad indicare un dromedario da corsa. È quindi un po' il corrispondente di cavalcata ma per un cammello; impossibile da tradurre in italiano.
Nel libro Monod racconta, con leggerezza e autoironia, la sua prima esperienza nel Sahara, le tappe, gli incontri, le scoperte, di un viaggio che poi è durato tutta una -lunga- vita.
Nato nel 1902 e morto nel 2000, non ha praticamente mai smesso di percorrere il deserto africano, a dorso di dromedario ma spesso a piedi anzi, volendo sempre camminare il più possibile, per chilometri e chilometri. Almeno due o tre ore di marcia, spesso molte di più. Dopo un buon numero di chilometri, cambio di veicolo: in sella.
Figlio e nipote di pastori protestanti, era destinato a seguire gli studi di teologia che lo avrebbero portato sui passi dei suoi predecessori. Ci racconta che furono forse le numerose visite nei giardini del museo di storia naturale di Parigi, dove, bambino, la madre lo portava spesso, a far nascere in lui la passione per le scienze naturali.
E fu così che Monod rinunciò alla teologia per la ricerca scientifica. Era piuttosto il mondo marino ad interessarlo. Ma poi, nell'oceano Atlantico, a largo della Mauritania, dove si trovava, inviato dai suoi professori, è affascinato dalla distesa di sabbia e pietre che confina con quella d'acqua.
La prima impressione è ambivalente: Sinistro paese. Il primo albero- una piccola acacia- è a quarantacinque chilometri da qui. La terra, pulita, scarnificata fino all'osso, polverizzata al soffio dei secoli, è morta. Il vento, che soffia sulle dune coronate da un leggero velo di polvere, canta un ciclo ormai compiuto e il riposo definitivo di un suolo che non conoscerà più la pioggia.
Un attimo di indecisione, tra l'oceano posseduto e quello desiderato poi finalmente l'autorizzazione gli è data: una carovana si dirige verso il Senegal, sarà la sua partenza per un'escursione infinita.
Abbandona l'oceano marino per l'altro.
Emblematico è il verso di Walt Withman che precede il racconto:"Imbarchiamoci anche noi, anima mia! Con gioia, lanciamoci sui mari senza piste!".
Théodore Monod descrive il paesaggio come uno scienziato: geografo, botanico, geologo, ma mai con pedanteria anzi prendendo un po' in giro l'attitudine saccente degli eruditi; racconta un mondo sconosciuto (negli anni trenta ampie regioni erano ancora inesplorate) e difficile, fatto di tappe interminabili tra punti d'acqua lontanissimi, giornate infuocate e notti di gelo ma lo fa con allegria, a volte quasi con spasso. Il suo è un viaggio nello spazio ma anche nel tempo, alla ricerca dei segni del passato, reperti di popoli scomparsi e di paesaggi preistorici. Cercherà per anni una meteorite alta più di quaranta metri che qualcuno aveva visto dalle parti di Chinguetti, nel Sahara occidentale: Un ufficiale racconta di aver raggiunto, in condizioni romanzesche, in segreto, di notte, accompagnato da un solo individuo (ormai morto purtroppo), il blocco di metallo enorme e misterioso del quale gli indigeni nasconderebbero accuratamente il luogo e anche l'esistenza.
È una vita ridotta all'essenziale, nella quale ogni oggetto deve essere veramente necessario per non diventare un inutile ingombro. E nell'essenziale il viaggiatore ritrova l'essenza della vita; si sbarazza poco a poco delle ultime inutilità consumeriste.
Appena l'oasi, le sue case, la sua vita facile e comoda,- pensate , un letto, del camembert, delle sedie, del pane!- saranno scomparse all'orizzonte, ricomincerà la vita selvaggia, elementare, brutale e spoglia quanto si vuole ma, bisogna riconoscerlo, perfettamente salubre.
Sempre «piacevole», no; sana, sì, e piena di insegnamenti per dei «civilizzati» che hanno finito con il confondere l'accessorio e l'essenziale, e con l'ingombrare la loro esistenza con una folla di elementi artificiali, di bisogni fattizi, di inutilità malsane che essi considerano ingenuamente come l'«indispensabile».
Théodore Monod diventa una sorta di asceta, rinuncia a molte cose ma mai alla curiosità per il mondo, all'osservazione scientifica e nemmeno agli interventi pubblici per difendere i principi in cui credeva: antimilitarista ma anche antinucleare, non violento, vegetariano, contro la vivisezione e la corrida. Ogni anno, ricordava con quattro giorni di digiuno le vittime delle bombe nucleari statunitensi su Hiroshima e Nagasaki.
Firma il manifesto per sostenere i 121 insubordinati durante la guerra d'Algeria.
Benché funzionario dello Stato, persisto a torto o a ragione, nel considerarmi come un uomo libero. D'altronde se ho venduto allo Stato una parte della mia attività cerebrale, non gli ho consegnato il cuore, né l'anima... Ed è rendere servizio a Cesare stesso il sapere a volte, guardandolo negli occhi, dirgli di no. Ciò può spingerlo a riflettere perché anche Cesare ha un'anima.
E quando il presidente Mitterrand nel 1988 lo invita alle celebrazioni per la festa nazionale del 14 luglio, Monod risponde così:
Signor Presidente,
La prego di scusarmi ma non potrò assistere al ricevimento del 14 luglio al quale lei mi ha invitato.
Continuo a sperare vivamente che verrà un giorno in cui la festa nazionale non sarà più solo militare e vedrà sfilare anche i tagliaboschi, i ferrovieri, i minatori, i maestri, gli infermieri, e non più solo gli uomini di guerra.
Nell'attesa di questi tempi nuovi in cui, inoltre, il ritornello del nostro inno nazionale non sarà più sanguinario e razzista, le porgo i miei distinti saluti.
sabato 31 marzo 2012
La Sacra di San Michele
Arriviamo tra le antiche mura e animate da molti turisti. Le grandi rampe di scale salgono verso la chiesa, proponendo scorci sempre diversi, tra la luce esterna e la penombra degli anfratti.
L'edificio è austero; sculture e affreschi lasciano l'idea di un medioevo rude e violento.
Perché San Michele, l'arcangelo che sconfisse il drago demonio era un santo guerriero, spada alla mano e sguardo severo.
Tra il Mont san Michel in Francia e Gerusalemme, una linea immaginaria passa sul Gargano dove si trova il più antico dei santuari dedicati all'arcangelo.
A metà strada tra la Normandia e la Puglia, sulle rocce del monte Pirchiriano, a quasi mille metri di quota, appare da lontano la Sacra di San Michele, gemella del monumento francese.
| Secondo del Bosco: Affresco dell'Assunzione, particolare |
Un punto strategico, dal quale è possibile controllare tutta la bassa val di Susa.
| Scalone dei morti |
Sembra che già in epoca romana, prima della costruzione del monastero, esistesse qui un posto di controllo sulla strada per la Gallia.
Il monastero divenne ben presto luogo di pellegrinaggio ma anche di tappa per i fedeli che percorrevano una delle varianti della via Francigena, quella che, si dirigeva verso Roma passando dal Moncenisio e dall'abbazia di Novalesa. Trovavano qui un punto di ristoro e di accoglienza, ma per questo era necessario lasciare la strada di fondovalle e risalire fin quassù.
Due percorsi permettono, ancora oggi in un'ora e mezza di cammino, di salire dalla valle alla Sacra. Una bella mulattiera tra i boschi si allunga sui seicento metri di dislivello. Le Alpi fanno corona e, quando l'aria è limpida, il panorama spazia anche verso la pianura.
Quassù, per i più intraprendenti un cartello propone «il sentiero dei Franchi» che, risalendo la val di Susa per sessanta chilometri, percorre a ritroso la via che, secondo la tradizione, ripresa da Alessandro Manzoni nell'Adelchi, Carlo Magno avrebbe percorso per sorprendere l'esercito longobardo accampato nel fondovalle.
mercoledì 21 marzo 2012
Borgogna: il Morvan
(Cesare, De bello Gallico, I, 25.)
Bibracte, capitale degli Edui, alleati di Roma rivive nel racconto di Cesare. Fu qui che il governatore della Gallia sconfisse gli Elvezi che avevano lasciato le loro terre.
All'epoca la regione era un crocevia importante tra i bacini di Loira, Senna, Saona e Yonne. Oggi queste terre sono isolate, ormai lontane dalle moderne vie di comunicazione.
Terra di granito e di boschi. Il Morvan, nel cuore della Borgogna è come un avamposto del Massiccio Centrale. Qui d'inverno fa freddo, piove e nevica spesso nonostante l'altitudine relativamente bassa. Laghi e laghetti, spesso artificiali raccolgono le acque del complicato bacino idrico.
I paesini si nascondono nelle vallette, da lontano ogni volta appare per primo, tra i faggi, il campanile a guglia. Ogni tanto un vide-grenier, «svuota solai» anima le stradine con esposizioni di cianfrusaglie di ogni sorta.
Château Chinon mostra ancora con orgoglio le vestigia, più moderne, di quando il suo sindaco divenne il primo presidente socialista della quinta repubblica. Le sculture mobili di Niki de Saint Phalle sono tra queste. Mitterrand vi abitava per scherzo, non aveva nemmeno una casa e la sua residenza era all'albergo del Vieux Morvan. Ma per ringraziare il paese ha lasciato qui i doni ricevuti durante la sua presidenza. Gli appassionati possono ammirarli nell'ex convento trasformato in museo cittadino: mobili, oggetti d'oro e pietre preziose, sculture africane e tappeti...
Ma i tempi fasti sono passati, Château Chinon si è riaddormentata e vede passare solo qualche raro turista.
Passeggiare sui sentieri della regione da una sensazione, piacevole, di spaesamento. Sembra di fare un salto nel passato. Boschi, qualche campo coltivato e poi ancora boschi. Ogni tanto qualche piccola mandria al pascolo. Anche d'estate l'aria è fresca e umida. Lascia fluttuare gli odori di erbe e muschi.
domenica 11 marzo 2012
Salvatore Satta: Il giorno del giudizio
Oggi è uno scrittore riconosciuto ma fino ad allora era destinato a restare nelle memorie degli studiosi e degli studenti delle facoltà di Giurisprudenza come l'autore, tra l'altro, di un monumentale Commentario al Codice di Procedura Civile, culmine di una carriera accademica dedicata al diritto e allo studio della legge. E forse era questa la sua volontà.
Come in una sorta di mise en abîme letteraria, un gioco di scatole cinesi, un narratore senza nome, che ogni tanto interpella il lettore, sta scrivendo un libro:
Scrivo queste pagine che nessuno leggerà, perché spero di avere tanta lucidità da distruggerle prima della mia morte. Scrivere non è il suo mestiere, mi sono reso conto di quanto sia difficile fare la storia, se non addirittura impossibile. La realtà è un flusso continuo di avvenimenti e di incontri, impossibile bloccarla: la vita non si riduce mai a un ritratto o a una fotografia.
Senza commettere l'errore di confondere autore e voce narrante, lo specchio è troppo nitido per non riconoscere i tratti autobiografici di Salvatore Satta. Ma chissà, chi può dire se questa volontà di autocensura fosse sincera oppure se si trattasse di accattivare l'attenzione del lettore, una captatio benevolentiae, che il giurista doveva saper maneggiare alla perfezione.
Perché poi le pagine non furono distrutte.
I familiari, dopo la sua morte appunto, trovarono il dattiloscritto (e poi anche il manoscritto) che Satta aveva cominiciato a scrivere nel 1970.
Una casa editrice, specializzata in opere giuridiche, forse più per stima che per convinzione, decise di pubblicarlo, nel 1977. Il giorno del giudizio non ebbe nessuna eco, sembrava destinato a tornare in quell'oblio da cui mani benevole avevano voluto estrarlo.
Fu tre anni dopo che, in seguito ad un subitaneo e inspiegato interesse, l'editore Adelphi decise di riproporre il romanzo nella propria collezione.
Nacque così un «caso» letterario. Tradotto in 17 lingue, il libro ebbe un successo critico che ancora persiste; considerato da alcuni come una delle opere chiave della letteratura italiana del Novecento.
È un viaggio in un mondo scomparso. Il narratore anonimo ci accompagna in una Sardegna, -più precisamente in quel nido di corvi che è Nuoro-, sulla via tra arcaismo e modernità. Siamo all'inizio del ventesimo secolo: la Pubblica Istruzione è passata dai comuni allo Stato, ma il maestro Mossa si incammina come ogni giorno per i vicoli saltellando con le gambe piegate sui ciotoli mal connessi. Da ogni porta usciva un ragazzo e si univa agli altri, così che in breve tutta la scolaresca gli andava appresso, come attratta da un flauto magico […]. Arriva l'illuminazione elettrica, e i proprietari delle case che non avevano un braccio di ferro con le tazzine di porcellana infisso nel muro si sentivano come diminuiti, perché il senso del nuovo e dell'ignoto era più forte di quello della proprietà. Scoppia la prima guerra mondiale, un avvenimento lontano e un po' astratto, ma le cui coseguenze sono ben reali e portano lo sconforto nelle famiglie che vedono partire i giovani figli.
Molti non sapevano neppure contro chi la guerra si combattesse, né dove si trovavano quei posti che ogni giorno venivano a galla nei bollettini che attaccavano alle vetrine del caffé Tettamanzi. Fin dai primi giorni, il governo aveva mandato al confino una ventina di persone, che si erano sparse per il paese. Non si capiva chi fossero: poi si seppe che erano ebrei austriaci e tedeschi, i quali risiedevano a Milano e non avevano voluto lasciare l'Italia. Nessuno fino a quel giorno aveva sentito nominare gli ebrei, fuori dalla Bibbia [...]
Attraverso la storia della città, che comincia con la decisione, quasi leggendaria, del vescovo Roich di allontanare la sede della diocesi dagli acquitrini della costa per trasferirla su quello sperone del monte Ortobene, il narratore, che ha una certa somiglianza con il più giovane dei figli di Don Sebastiano Sanna, ci presenta, con acume e ironia, gli abitanti del borgo, poveri e ricchi, nobili e popolani.
Una moltitudine di personaggi, attratti sulla scena da un racconto che sembra avvolgersi in un turbinio pertetuo, appaiono e poi scompaiono, in un incessante susseguirsi di ritratti sempre ricchi di nitidezza e di profondità.
Di ritorno nei luoghi dell'infanzia, passeggiando nel cimitero cittadino, l'anonima guida richiama in vita, un po' alla maniera di Edgard Lee Master nella sua Antologia di Spoon River gli attori di un teatro umano e li raffigura, nelle loro debolezze e nelle loro virtù.
Sono stato, di nascosto, a visitare il cimitero di Nuoro. Sono arrivato di buon mattino, per non vedere e non essere veduto. Sono sceso a Montelongu, là dove allora Nuoro finiva e cominciava, all'orlo di San Pietro, e mi sono avviato per le piccole strade della mia lontanissima infanzia.
C'è chi ha trascorso la vita ad accumulare ricchezze, chi l'ha consacrata al rancore o alla vendetta e chi ha fatto una scelta definitiva, inalterabile per tutta una vita, in una società in cui ogni atto pubblico, dalla nascita alla morte, è codificato e immutabile. Appaiono uomini e donne richiamati alla luce, per l'ultima volta da un mondo perduto. Le loro strade si incrociano, si ritrovano, si ingarbugliano. Perché la vita di ognuno non è nulla presa singolarmente al di fuori della comunità e dei luoghi nella quale essa si esprime e dalla quale prende consistenza. Ora la vita di Don Sebastiano e di Donna Vincenza non era soltanto la loro, era la grande casa in cui convivevano, erano i figli che la popolavano, la gente che vi andava per mille faccende, era Nuoro intera alla quale essi appartenevano e che ad essi apparteneva, come in una misteriosa comunione. Forse solo la musica nella sua astrattezza potrebbe rappresentare questa comunione di angeli o di diavoli che sia, e forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale.
Ed è così che corre alla rovina Pietro Catte cercando un pane migliore di quello di grano, in un mondo sconosciuto in cui avrebbe voluto moltiplicare la ricchezza ereditata dalla zia. Cade in un inganno e perde ogni cosa. Nello spaventoso turbinio, c'era un punto fermo soltanto, ed era Nuoro. Nuoro era la realtà del mondo, e i suoi occhi bovini la fissavano, non vedevano altro. Era la coscienza morale, il luogo e il giorno del giudizio: la coscienza che si è fissata nelle pietre e nelle persone. Dopo il fallimento della sua impresa non gli resta che impiccarsi alla grande quercia dove ritrova il fantasma della zia.
La storia che l'ignoto narratore ci racconta è il suo tentativo, l'ultimo, facendo rivivere l'intera comunità di ritrovare un senso alla propria vita. Ma non è che un attimo, nel giorno del giudizio resta il silenzio del tempo come sola salvezza perché la sola condizione di una buona morte è l'oblio.
domenica 4 marzo 2012
Cartolina 2
Le nuvole sono salite dalla valle
Con il silenzio della sera.
Nelle strade vuote
La luce dei lampioni
Disegna un alone giallo e mesto.
Un cane abbaia
Risponde al rumore improvviso dell'autobus
Che entra in paese.
Un richiamo lo fa tacere.
L'acqua della fontana
Gorgoglia poi ad un tratto si ferma
Lasciando sorgere l'eco
Di un passo lento, quasi zoppicante.
L'uomo cammina un po' curvo,
Il cappello calcato sulla fronte
Porta un tabarro di tempi passati
Le mani dietro la schiena.
Come ogni sera
Ripete gli stessi passi
Una vecchia lettera in tasca
Con la notizia di un ritorno.
Si ferma vicino alla fontana
Mentre lo zampillo si riaccende
E i fanali che tagliano la nebbia
annunciano l'autobus.
Scendono due ragazzi
e si allontanano in fretta.
L'uomo aspetta ancora un istante
Poi riabbassa lo sguardo e si allontana.
domenica 26 febbraio 2012
Castel del Monte: San Rocco
In cima alla salita che parte da quella che è oggi la piazza principale del paese è la porta San Rocco, uno degli ingressi nel borgo medievale. Sul lato sinistro si eleva la chiesa omonima. È un solido bastione quadrangolare, costruito su un arco, senza finestre nella parte esterna, e con un piccolo campanile a vela.
Varcata la porta del borgo – appoggiate al muro sono le antiche mole in pietra del mulino comunale – si entra in una bella piazzetta chiusa, dalla parte opposta, da un muro non molto alto che lascia sullo sfondo le montagne delle Riparate.
Sulla sinistra è la facciata quadrata della chiesa, dall'aspetto assai semplice; solo i fregi del portale e le due finestre l'adornano.
L'interno è piccolo, piuttosto una grande cappella che una chiesa. Un bell'altare in legno e oro decora il locale altrimenti spoglio.
Un tempo il pietrone, a fianco del portale, era utilizzato dagli abitanti per garantire i prestiti di denaro: i soldi che passavano di mano erano posati sulla pietra e il gesto diventava una sorta di sacra garanzia impossibile da infrangere senza incorrere in punizioni divine.
La chiesa di San Rocco fu innalzata dagli abitanti di Castel del Monte dopo la peste del 1656 in onore del santo, protettore dalla malattia. I membri di una delle molte congregazioni religiose di cui si vantava il paese eleggevano ogni anno un priore, incaricato di organizzarene le festività.
Da qualche anno la tradizione che si era spenta è stata ripresa. Una processione è organizzata il 16 agosto e una statuetta di san Rocco è portata a spalle per le vie del paese.
Riconoscibile anche dai meno interessati all'iconografia religiosa, la figura di Rocco da Montpellier è tra le più suggestive:
Vestito alla maniera dei pellegrini, con tabarro e cappellaccio, il santo porta una zucca-borraccia e si appoggia su un lungo bastone. La sua gamba sinistra è scoperta per mostrare la piaga dovuta alla malattia e ai suoi piedi è accucciato l'immancabile cagnolino.
Il cane è importante. Secondo una bella tradizione popolare ricordata ancora da qualche anziano casteldelmontese è grazie a lui se l'umanità può ancora mangiare il pane:
Nu jurne che gl'ómmene r'avìjane davere fatte 'ngazzà, Ddie glele velè fa pagà.
A quire tembe la spica de grane era piena de vache fin'a 'nderra. La mene de Ddie l'acchiappa da sotte i chemenza a tiré pe levà tutte le vache.
Sande Rocche, che stia loche che ru canucce sii, vedé quele che stia a succede i dicé a ru Segnore: pe caretà, lassane nu puguigle pe da' a magnà a stu canucce che non t'a fatte nende!
I è accusci che Ddie lassé la cima de la spica e che gl'ómmene se pone angora magnà le pane.
Un giorno gli uomini avevano suscitato l'ira divina e il Signore volle punirli.
A quei tempi la spiga di grano era riempita di chicchi dalla base fino alla sommità. La mano divina la prese dalla base e cominciò a tirare togliendo tutti i chicchi.
San Rocco era presente con il suo cagnolino, vide quello che stava succedendo e disse al Signore: per carità, lasciane una manciata per nutrire questo cagnolino che non ti ha fatto niente di male! Ed è così che Dio lasciò la cima della spiga e che gli uomini possono ancora mangiare il pane.
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