La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



mercoledì 23 gennaio 2013

Monumento a Ofena "...in ricordo dell'intolleranza"

Arrivarono in quarantatrè, - dice il resoconto giornalistico -, da Benevento. In pullman, con a bordo una croce in metallo smontata*. Avevano portato con loro un piano di granito, i mattoni, cemento e l'acqua (l'acqua!). Facevano parte della Confraternita Madonna del Rosario di San Giorgio La Molara.
Era il 2003 e una furiosa polemica aveva opposto Adel Smith, genitore musulmano che non voleva un crocifisso nell'aula della scuola della sua bambina agli altri abitanti di Ofena, sindaco in testa.
Era diventato un caso nazionale. A Verona, mentre partecipava ad una trasmissione televisiva, Adel Smith era stato aggredito a sprangate da militanti di Forza Nuova; lo stesso Adel Smith era stato indagato per offese al Papa e alla Chiesa per aver definito la Chiesa cattolica un'associazione a delinquere*; il Presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi era intervenuto per dichiarare che Il crocifisso è simbolo dei nostri valori* l'ufficiale giudiziario incaricato dal tribunale di rimuovere il crocifisso si era rifiutato appellandosi all'obiezione di coscienza*.
Il crocifisso è restato al suo posto.
foto La Repubblica
E ormai, dalle 12,30 del 1° novembre 2003*, sulla piazza di Ofena, ne troneggia un altro, di tre metri d'altezza, montato in due ore* sul suo basamento, dai confratelli della Madonna del Rosario di San Giorgio La Molara (Bn)
Nel corso della cerimonia Anna Rita Coletti, sindaco di Ofena (diventata in questa occasione membro onorario della Confraternita), parlando della croce ha dichiarato: 
Questa rimarrà in ricordo dell'intolleranza di un individuo che pensava di fare rimuovere il crocifisso dalle pareti di una scuola e non vi è riuscito.*

Poco lontano in una via d'Ofena, una lapide ricorda la memoria di Giordano Bruno e Francisco Ferrer che sacrificarono la loro vita per la libertà di pensiero, vittime entrambi del rogo e del piombo clericale. (Ma questo fortunatamente nessuno lo aveva detto ai membri della Confraternita e forse il sindaco l'aveva dimenticato.)
(* La Repubblica)

mercoledì 16 gennaio 2013

Elio Vittorini: Conversazione in Sicilia

Silvestro Ferrauto, un siciliano emigrato a Milano dove lavora come tipografo, riceve una lettera dal padre Costantino che gli dice di aver lasciato la moglie per andare a vivere con un'altra donna a Venezia. Silvestro decide di tornare in Sicilia in occasione dell'onomastico della madre Concezione.
Comincia così un viaggio in treno attraverso tutta l'Italia, viaggio costellato di incontri con personaggi emblematici.
Nel suo paese natale, Silvestro ritrova la madre con la quale discute a lungo attorno ad un pasto composto da una sola aringa. L'uomo ricorda il mondo felice della sua infanzia ma i suoi ricordi non coincidono con quelli della madre che gli parla di miseria e stenti.
Silvestro incontra altri personaggi, un arrotino, un panniere, un soldato. Lunghe discussioni che si estendono come melopea, fatte di taciti sottintesi, di allusioni e di ripetizioni ossessive. Giunge una lettera che annuncia la morte in guerra del fratello Liborio. Il ritorno del padre, da lui non riconosciuto, induce Silvestro a ripartire verso il nord.
Elio Vittorini pubblicò per la prima volta Conversazione in Sicilia a puntate sulla rivista Letteratura. Un romanzo che è stato letto con chiavi differenti, da testo onirico a parabola antifascista. Lo stile singolare della scrittura non facilita la classificazione. Ed è forse questo il pregio principale del libro, superare i codici, quelli del realismo o dell'ermetismo, del simbolismo e dell'allegoria.
In preda ad astratti furori, Vittorini sente l'angustia della società che lo circonda e che il regime ha creato. Iscritto al Partito Fascista, aveva creduto in un suo preteso carattere rivoluzionario ma già nel 1929 sulla rivista Solaria si era scagliato contro il provincialismo della cultura italiana. Il suo romanzo Il garofano rosso aveva avuto problemi con la censura, la guerra di Spagna aveva portato un colpo fatale alle sue convinzioni di gioventù. (vorrà andare a combattere a fianco dei repubblicani).
Conversazione in Sicilia è l'espressione di questo stato d'animo. Un libro che restarà spesso incompreso anche dopo la caduta del regime, quando il carattere allusivo del testo mal si accorderà con i canoni di un neorealismo pedagogico al servizio del grande partito dei lavoratori e che avrebbe preferito scrittori più ligi alla linea e capaci di educare il popolo. Vittorini si impegnerà a fondo nel dibattito culturale del dopoguerra su questi temi. Considerato uno dei «padri» del Neorealismo non accetterà però mai l'idea dello scrittore come pifferaio della rivoluzione. Per Vittorini la cultura doveva essere ricerca della verità e non predicazione della verità.
Su questa incompatibilità, lo scrittore, che aveva aderito nel 1942 al Partito Comunista, lo lascierà nel 1948, suscitando il celebre sarcarmo di Togliatti:Vittorini se n'è gghiuto e soli ci ha lasciati.

Danièle Huillet et Jean-Marie Straub erano coppia nella vita (erano, perché Danièle Huillet è morta nel 2006) e nel lavoro cinematografico. Talmente inseparabili che spesso per nominarli li si accomuna in un plurale: Gli Straub.
Sono autori di un cinema esigente, originale e senza concessioni. Il montaggio, la contrazione e l'espansione inabituale delle sequenze, la scansione ritmica delle immagini, l'accentuazione del recitativo dei dialoghi, propongono un linguaggio nuovo e avvincente. Si può parlare nel loro caso di quello che Pasolini definiva cinema di poesia.
Non si sono mai piegati alle leggi del mercato, rinunciando magari al successo di botteghino ma mai alla necessità una ricerca artistica che scavi profondamente nel cuore del reale. Ed è per evitare i compromessi e salvaguardare la loro indipendenza creativa che hanno realizzato le loro opere in modo del tutto artigianale: scrivendo, montando, producendo, filmando in piena autosufficienza.
Huillet e Strob si sono profondamente interessati alla letteratura italiana. Hanno tratto ispirazione da testi di Dante, Pavese, Vittorini per realizzare opere vitali e di grande sensibilità.
Sicilia!, tratto da Coversazione in Sicilia di Elio Vittorini è uno dei film ispirati dall'opera dello scrittore, con il quale il dialogo è continuato negli anni successivi (Operai e contadini, Il ritorno del figliol prodigo).
Eccone un estratto:

martedì 8 gennaio 2013

Antonio Gramsci

In occasione del cambiamento d'anno un amico mi ha mandato un pensiero di Antonio Gramsci.

"(...) Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell'animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travestitismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse." 
A. Gramsci.

martedì 1 gennaio 2013

Il mare d'inverno

Le Petit Jounal era il settimanale francese che aveva ispirato la nostra Domenica del Corriere.
In copertina sempre un disegno a colori che descriveva un avvenimento importante o singolare avvenuto nel mondo.
Le Petit Jounal è anche il nome di un bar nel quale siamo entrati per riscaldarci un po'.
Gli infissi in legno sono lucidi e l'ottone del bel tavolo centrale brilla. Una parete è tappezzata con pagine di vecchi giornali ormai ingialliti, inglesi e italiani. Il Resto del Carlino annuncia la guerra con caratteri cubitali. C'è anche una prima pagina del Petit Journal del 1911: si vede una pattuglia di soldati cinesi che ferma un gruppo di profughi. La didascalia dice che scappano dalla Manciuria colpita dalla peste. Un militare con una lunga treccia che sbuca dal casco, blocca con un gesto imperioso il carro dei profughi. A fianco appare uno scorcio della Grande Muraglia.
Il bar è quasi vuoto ma dalla sala ristorante a fianco si sentono voci e risa. Il padrone discute con due amici e brinda con un bicchiere di birra. Ad un tavolinetto rotondo una coppia con un bambino mangia chiacchierando.
La giornata è ventosa e gli scrosci di pioggia sono frequenti. Nella stada qualcuno prova ad aprire l'ombrello ma il vento è troppo forte.
Le Petit Jounal è uno dei rari locali aperti. È il 25 dicembre, i negozi sono chiusi e anche i bar e i ristoranti hanno preferito abbassare le serrande.
Sul lungomare parecchia gente passeggia, imbaccuccata in sciarpe e maglioni. Molti si avventurano sul molo, fino al faro. Poco lontano è attraccata una nave, pronta a partire per l'Inghilterra. A qualche chilometro da lì parte il tunnel che attraversa il canale della Manica ma i traghetti continuano a funzionare, anche perché sono meno cari.
Il cielo è grigio ed anche il mare ha un colore metallico, di una tonalità un po' più calda: la foga delle onde rimescola la sabbia che ingiallisce l'acqua.
È da poco passato mezzogiorno ma il sole è basso. A tratti, da dietro i palazzoni che fanno barriera, qualche raggio perentorio si infila tra il mare e la spessa coltre di nuvole scure. Il faro è illuminato come davanti ad uno sfondo teatrale. Qualche raffica più violenta solleva la sabbia che colpisce come spilli.
Su un grande parcheggio una friterie, vera istituzione da queste parti, propone cartocci di patatine e salsicciotti.
Sull'immensa spiaggia due ragazzi fanno volare un cervo volante mentre un cane corre abbaiando inseguendo i gabbiani che, quando si avvicina troppo, spiccano il volo e, senza muovere le ali, si lasciano portare dalle raffiche. 
Un uomo con una giacca a vento gialla passa velocemente maneggiando due bastoncini simili a quelli da sci. Dopo qualche minuto non è che un punto colorato nel grigio tra sabbia e cielo, poi scompare.
Bray Dunes è la spiaggia più settentrionale di Francia. Le insegne sono anche in fiammingo e augurano il benvenuto ai belgi che, dal loro paese, scendono verso sud. Qui c'era la dogana ormai abbandonata. 
Le palazzine e le villette sul lungomare sono quasi tutte chiuse, solo qui e là una decorazione natalizia illumina la finestra. A qualche metro prima della frontiera Le Palais du Picon (un liquore amarognolo per «correggere» la birra) è aperto ma quasi vuoto. Un vecchio signore si muove lentamente dietro il bancone. 
Benvenuti in Francia
Di fronte, un'altra friterie aspetta fiduciosa i clienti natalizi. Una coppia di cavalieri si ferma davanti al chiosco e ordina panini con salsiccie. Il proprietario ci consiglia di aspettare il cartoccio di patatine nel bar vicino dove ce lo porterà: Je ne suis pas dépassé par les événements ci assicura.
Nel Palais du Picon una radio trasmette musica leggera e pubblicità. Un gruppo di persone, reduci da un'escursione a piedi, entra nel locale e ordina da bere.
Sono le cinque ed è ormai quasi notte. È ora di rientrare.

sabato 29 dicembre 2012

John Steinbeck: Furore

Il chiosco centenario (era li dal 1911) che, aggrappato ad una delle colonne del porticato di piazza Carlo Felice a Torino, vendeva libri usati a lettori dalle modeste risorse, ha ormai chiuso definitivamente i suoi battenti in legno. Gli eredi del fondatore, Giovanni Battista Frogola hanno, da tempo, aperto una libreria lì vicino, sotto i portici della stessa piazza e l'ultimo gestore della bancarella è stato sfrattato dal comune, in nome di una strana modernità che sembra mal sopportare queste reliquie del passato.
Fu lì che comprai per 5000 lire, (il prezzo di copertina era di L.25) un libro della collezione Letteratura edito da Valentino Bompiani: Furore di John Steinbeck.
L'edizione (la settima) è del 1941, XX dell'era fascista come lo precisa il frontespizio. E sorprende un po' scoprire che in quel tempo, dopo vent'anni di dittatura, mentre il paese era in guerra e già erano evidenti i segni della catastrofe, qualcuno pensasse alla pubblicazione del romanzo di uno scrittore come Steinbeck; singolare soprattutto che il MinCulPop, il ministero della cultura popolare incaricato di controllare ogni pubblicazione, non avesse trovato nulla da ridire.
Nel 1940 il regime aveva bloccato l'edizione di Americana, l'antologia curata da Elio Vittorini e alla quale avevano collaborato anche Pavese e Montale e ne aveva permesso la diffusione solo dopo aver imposto una prefazione molto critica nella quale Emilio Cecchi definiva gli Stati Uniti come un paese che, traviato da un falso ideale di benessere, brancola cercando la propria unicità etnica ed etica.
Per Vittorini invece, la letteratura americana esprimeva libertà ed energia, qualità sconosciute in un'Italia chiusa e ridotta ad un'autarchia anche culturale.
Il romanzo di Steinbeck aveva sicuramente questi attributi. Era uscito negli Stati Uniti nel 1939, solo un anno prima quindi, e nel '40 aveva vinto il premio Pulitzer e John Ford ne ne aveva tratto un film.
Furore racconta la storia dei contadini della scodella di polvere, la Dust Bowl, quella regione al centro degli Stati Uniti che nel 1930 fu colpita da una terribile siccità. È la storia degli Okies costretti ad emigrare verso la California scacciati dalla miseria e dalla fame. 
Il titolo originale The Grapes Of Wrath ( I grappoli dell'ira) è tratto da una poesia della scrittrice newyorchese Julia Ward Howe ma, risalendo più lontano, evoca un passo dell'Apocalisse di San Giovanni.
La citazione dell'Apocalisse non è solo aneddotica. Fin dalle prime pagine Furore ci trascina con un soffio biblico: una piaga divina si abbatte sull'Oklahoma. Un sole di piombo brucia la terra, rare nuvole appaiono e poi scompaiono lasciando non pioggia ma solo polvere e desolazione.
Una notte il vento impazzò, zappò furiosamente la terra attorno alle radici del granoturco, e il granoturco si mise a lottare per difesa contro il vento agitando le sue foglie indebolite, ma nella lotta le radici risultarono denudate delle zolle di terra protettrice ed ogni pianta risultò inclinata nella direzione del vento.
L'alba venne, ma non il giorno. Nel cielo grigio apparve un sole rosso, un fioco cerchio rosso che emanava una scialba luce crepuscolare, e col progredire delle ore il crepuscolo ripiombò nella tenebra e il vento fischiò ed urlò sul granturco abbattuto.*
Impossibile resistere al cataclisma. Di fronte ad esso gli uomini, le donne e i bambini, diventano creature umane, esseri umani; l'umano non è che aggettivo, sono esseri viventi, vittime della catastrofe naturale al pari degli altri animali e delle piante.
Ma se gli abitanti di queste terre sono costretti a partire non è solo a causa della siccità. Non è solo la Natura ad essere responsabile del fallimento dei contadini: La banca o l'anonima, intende... vuole... ha bisogno...esige.* 
I latifondisti arrivarono sul posto, o più spesso i loro rappresentanti. Arrivarono in berlina, e saggiavano con le dita la terra povera, e qualche volta facevano eseguire dei sondaggi.*
Furore racconta la storia di un'America proletaria, sconfitta dai grandi meccanismi economici contro i quali questi contadini non possono battersi: È doloroso dicevano i rappresentanti, ma l'Anonima non è responsabile di questa situazione. Voialtri vi trovate su terreni che non vi appartengono. Fuori di qui, in un altro Stato, adesso che viene l'autunno potete mettervi a cogliere il cotone. Potete magari ottenere il sussidio. Perché non andate in California?* 
È una storia di emigrazione, cantata da Woody Guthrie o più recentemente da Bob Dylan e da Bruce Springsteen (The Ghost of Tom Joad), che assomiglia a tutte le altre storie di uomini e donne messisi in cammino alla ricerca di pane e lavoro.
Gli Okies di Steinbeck assomigliano come due gocce d'acqua a tutti gli emigrati di tutti i tempi, le pagine di questo libro sembrano parlare di un mondo quanto mai attuale e che noi conosciamo bene:
Ora gli emigrati sono trasformati in mendichi. Quella gente che aveva vissuto di stenti sui magri prodotti d'un pezzo di terra mediocre, adesso ha l'intero Occidente in cui spaziare. E lo rovistano da un capo all'altro, e le strade sono convertite in fiumane di gente, e gli argini dei corsi d'acqua sono presidiati da falangi di straccioni.*
E come sempre gli abitanti del posto non sono disposti ad accogliere quest'orda di miserabili, difendono la propria casa, il proprio benessere, la propria tranquillità: 
Ed ecco che nel West subentra il panico, ora che i nomadi vanno moltiplicandosi sulla strada. I proprietari sono terrorizzati. Individui che non avevano mai provato la fame, ora vedono questa fame per la prima volta negli occhi degli affamati. Individui che non avevano mai desiderato nulla con vero ardore, ora vedono per la prima volta la rossa fiammata del furore che l'indigenza accende in fondo agli occhi dei mendichi. Ed ecco i frolli cittadini, e i fiacchi abitatori dei sobborgh, organizzarsi a difesa, e dinnanzi all'imperioso bisogno di rassicurare se medesimi persuadersi di essere buoni e chiamare cattivi gli invasori; perché quando si decide a prendere le armi per ammazzare il prossimo, è buona regola che l'uomo pensi così.*
Senz'altro questa storia ci ricorda qualcosa.
*Traduzione di Carlo Coardi.

mercoledì 12 dicembre 2012

Robert Louis Stevenson: In viaggio con un asino nelle Cévennes

Uno dei primi libri, se non sbaglio, che ha fatto scoprire Stevenson agli amanti dello stile- ricco di affascinanti dimostrazioni della sua tendenza a vedere il mondo come una bohème non proprio raffinata, ma glorificata e pacificata. Ricordo benissimo di aver provato alla lettura, ormai più di dieci anni fa, l'impressione di vedere il viso dell'autore, allora sconosciuto dal pubblico, apparire ai miei occhi per la grazia di uno stile.
Henry James

Camminare con un asino non è solo avere accanto un animale da soma capace di portare i bagagli o eventualmente i bambini. L'animale, dall'intelligenza non comune, diventa un singolare compagno di viaggio; compagno da capire, da accettare con le sue qualità e la sue particolarità. L'andatura lenta permette di apprezzare l'aspetto meditativo del camminare, impregnarsi nell'ambiente circostante senza lasciarsi sopraffare da un eventuale aspetto agonistico o semplicemente sportivo del trekking. Il carattere specifico dell'animale spinge il camminatore ad instaurare con lui una relazione di comprensione e di compassione intesa non come "pietà" dell'uomo nei confronti di specie inferiori ma come possibilità comune di confrontarsi con il reale e di capirlo. (Ralph R. Acampora). 
È un'attività che si sta sviluppando anche in Italia dove sono abbastanza numerose le strutture che propongono animali e assistenza per esperienze di questo tipo. A Tagliacozzo, in Abruzzo abbiamo conosciuto Il Casale le Crete http://www.casalelecrete.it/index.htm, gestito da appassionati sostenitori del camminare lento che mettono a disposizione i mansueti compagni par escursioni sul vicino monte Velino. È un'idea che viene dalla Francia ed il precursore ne è probabilmente lo scrittore scozzese Robert Louis Stevenson che fece conoscere la sua esperienza in un libro diventato celebre: In viaggio con un asino nelle Cévennes. 
Nel 1978, in occasione del centesimo anniversario del viaggio di Stevenson, è stato creato un percorso che ricalca, il più esattamente possibile, quello dello scrittore scozzese. 
L'itinerario Stevenson è diventato un richiamo turistico, un tentativo di rivitalizzare, anche economicamente, questa regione della Francia ricca di attrative per gli amanti di spazi naturali ancora abbastanza preservati. Attraverso le valli e i colli delle Cévennes, si possono percorrere numerosi sentieri, sostando anche nei molti gites d'étape pronti ad accogliere il viandante. Percorsi che possono essere, per l'appunto, effettuati anche in compagnia degli asini che le strutture del luogo mettono a disposizione. 
Il massiccio delle Cévennes, propagine meridionale del massiccio Centrale, culmina ai 1669 metri del monte Lozère. Non è quindi alta montagna; il territorio però, assai impervio, spesso boscoso, è di difficile accesso e ciò ne ha preservato il carattere selvaggio, rude e nello stesso tempo suggestivo. Robert Louis Stevenson è stato qui nell'autunno del 1878. Un periodo della sua vita piuttosto complicato, in cui, per riassumere, aveva voglia di cambiare aria. Il suo viaggio nelle Cévennes durò una dozzina di giorni. Percorse il massiccio da nord a sud, partendo da Monastier per arrivare a Saint Jean du Gard. Non fu un viaggio di tutto riposo. Improvvisi e torrenziali acquazzoni (caratteristici della regione), percorsi apparentemente semplici che si trasformavano in labirinti, indicazioni sbagliate, misero a dura prova la volontà del camminatore. Stevenson aveva comprato un'asina, grigia e grande come un topolino, e l'aveva chiamata Modestina, a causa della prima impressione che gli aveva procurato il suo carattere. I rapporti con la sua compagna non furono subito ottimi. I due non si capivano. Modestina (senz'altro perché caricata male) camminava molto lentamente. Molte erano le occasioni per fermarsi: un cardo saporito, la porta aperta di una casa, un asino del sesso opposto. Stevenson, non molto paziente, per farla avanzare la batteva, magari a malincuore ma in modo assai violento. A poco a poco però Modestina diventa una vera e propria compagna di avventura. I'io del narratore si trasforma in noi, l'asina partecipa alle decisioni dell'uomo, esprime il suo parere, impone il suo punto di vista. Non a caso il titolo del libro che racconta questa spedizione mette in avanti l'accompagnatore rispetto al luogo.
Il somaro non ama la strada diritta, preferisce prendere la via che si perde tra i campi, preferisce sostituire il vagabondare al percorso segnato. Il viaggio si trasforma in erranza, riserva sorprese e svela un mondo affascinante. Stevenson ama le notti passate sotto le stelle, i momenti in cui il giorno si spegne o quando la prima luce appare e la realtà sembra trasformarsi. Feci un giro d'orizzonte, per sapere in quale parte dell'universo mi ero appena svegliato. Ulisse arenatosi ad Itaca e l'animo in preda alla dea non si era smarrito così piacevolmente. Avevo cercato un'avventura per tutta la mia vita, una semplice avventura senza passione, come quelle che capitano ogni giorno ad eroici viaggiatori e ritrovarmi così, un bel mattino, per caso, all'angolo di un bosco del Gévaudan, straniero al mondo circostante come il primo uomo sulla terra, continente perduto, era come trovare la realizzazione di una parte dei miei sogni quotidiani.

Nessuna locanda, nessun albergo, neanche il più accogliente, potrà competere con un cielo di stelle e con lo spettacolo di un'alba che spunta tra i colli:

Quando mi svegliai di nuovo (domenica 29 settembre) molte stelle erano scomparse. Solo le più brillanti compagne della notte ardevano ancora, visibili sopra il mio capo. Lontano, verso est, scorsi una fine foschia luminosa sull'orizzonte, come era stato per la via lattea, quando mi ero svegliato la volta prima. Il giorno era vicino. Accesi la lanterna e, alla sua tenue luce, misi le scarpe e abbottonai i gambali, poi ruppi un po' di pane per Modestina, riempii una borraccia alla fontana e accesi il fornellino ad alcol per fare bollire un po' di cioccolata. Le nebbia bluastra si stendeva nel vallone dove avevo piacevolmente dormito. Presto una larga stiscia arancione, con sfumature d'oro, avvolse le creste dei monti del Vivarais. Una gioia grave si impadronì del mio animo di fronte a questo graduale e dolce spuntar del giorno.
E quando Modestina sarà dicharata «inabile», Stevenson concluderà un viaggio impossibile da proseguire senza l'animale che ne era diventato elemento essenziale. 
Il racconto di Stevenson è ricco di paesaggi, di riflessioni e di aneddoti, spesso intrisi di intelligente ironia o autoironia anche se non esente da una certa misoginia. I personaggi incontrati, in una regione carica di storia (le lotte tra cattolici e protestanti Camisardi la cui comunità è ancora presente e vivace), la natura, descritta con sapienza e con sensibilità, le considerazioni e le meditazioni del viaggiatore, immergono il lettore nello spazio naturale, ne fanno sentire i suoni e gli odori, l'umidità della sera e il caldo del sole, il rumore del vento e i gridi degli animali. 
Alla ricerca di un contatto panico con il mondo, come dice Stevenson in un passagio, diventato ormai celebre, del libro: Io non viaggio per andare in qualche posto ma per viaggiare; viaggio per il piacere di viaggiare. L'essenziale è muoversi; provare un po' più da vicino le necessità e i rischi della vita, lasciare il soffice letto della civiltà e sentire sotto i piedi il granito terrestre con, a volte, la lama tagliente della selce.

martedì 4 dicembre 2012

Gran Sasso d'Italia: Il ghiacciaio de Calderone

Salire sulla montagna più imponente del massiccio del Gran Sasso è un'esperienza sorprendente. Le crode e le guglie trasformano l'Appennino: abbiamo l'impressione di ritrovare qui un angolo di Dolomiti scivolato a sud.
Il punto di vista di eleva, nettamente, aldilà di ogni altra cima circostante, l'orizzonte si allarga all'infinito verso un mare Adriatico che si vede chiaramente e un Tirreno che si intuisce.
Il calcare delle rocce brilla al sole e quasi si confonde con le ultime chiazze di neve che hanno resistito, protette dall'ombra.

Rivolta verso nord, sul versante teramano, la cresta del Corno Grande racchiude, come in uno scrigno il ghiacciaio del Calderone.
Si continua a chiamarlo così, anche se ormai è stato declassato a semplice nevaio: uno degli esempi, numerosi, delle conseguenze dei cambiamenti climatici.
Una scomparsa più o meno lenta, secondo le annate, ma che sembra irreversibile. Il ghiacciaio più meridionale d'Europa aveva sottratto questo «titolo» nel XX secolo al Corral del Veleta, nella Sierra Nevada, in Spagna, quando quest'ultimo si era estinto. Ormai sembra seguirlo sulla stessa via.
Pare che il Calderone, così come lo vediamo oggi, sia relativamente moderno. Un antico, grande ghiacciaio, occupava tutto il vallone che va verso i Prati di Tivo ma, scomparso da tempo, si sarebbe riformato solo a partire dal XV secolo.
Ne parla De Marchi nella relazione alla sua prima celebre scalata:
Tutti quelli che non sono stati alla cima dicano che vi è una Fontana in cima. Dico che non vi è Fontana nessuna, ma che vi è bene un gran vallone tra il Monte di Santo Niccola et il Corno Monte, dove sempre vi è la nieve alta quindeci o venti piedi, e più in alcun luocho dove la nieve e ghiaccio sta perpetuamente.
Si arriva quassù salendo dal Rifugio Franchetti, oppure, se si arriva da Campo Imperatore, seguendo la via normale verso la vetta Occidentale per poi deviare verso il passo del cannone.
Ma si può osservare il Calderone anche dalla cresta che sale verso la cima.
È uno spettacolo straordinario; non solo i colori ma anche i suoni sono inconsueti, portati lontano dall'aria rarefatta.