La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



domenica 18 agosto 2013

Emeric Fisset: L'ebbrezza del camminare

L'ivresse de la marche, tradotto in italiano con lo stesso titolo: L'ebbrezza del camminare e pubblicato dalle edizioni Ediciclo, è un libretto di una novantina di pagine. Esile ma ricco di idee. Un piccolo manuale di filosofia del viandante che si legge rapidamente ma che si medita lungamente; un'acuta riflessione sul senso del camminare e sulle sue implicazioni.
L'autore non è solo un teorico - tra l'altro responsabile di una casa editrice francese Transboréal che ha come tema essenziale il viaggio a piedi - ma, prima di tutto, un appassionato viaggiatore. Ha percorso strade e sentieri ai quattro angoli del mondo, dall'Asia all'Africa all'America: a piedi, in bicicletta, con gli sci. Nel 1984 è
Partito da Parigi e, dopo aver attraversato diciassette paesi, è arrivato, due anni e 12500 chilometri dopo, a Roma.
Dal 1999 viaggiava per il mondo in compagnia di Julie Boch con la quale aveva camminato in Sudamerica o nella penisola della Kamchatka, nell'estremo oriente russo. Il loro sodalizio ha avuto un tragico epilogo nell'estate del 2011. Mentre i due si dirigevano verso le sorgenti dell'Ob, su una strada in costruzione, lontano da tutto, Julie Boch è morta, vittima di un impensabile incidente stradale. Per perpetuare il suo impegno per la condivisione delle conoscenze e promuovere i lavori di ricercatori che testimoniano alte qualità intellettuali – acutezza dell'osservazione, curiosità universale, distanza critica – e morali – etica dell'azione, generosità, disinteresse – di cui lei ha dato prova, Emeric Fisset ha fondato la Società degli amici di Julie Boch.
In questo breve saggio, che a Julie Boch è dedicato, Emeric Fisset, alla maniera del filosofo americano Henry David Thoreau, fa l'apologia del viaggio a piedi.
Viaggio quindi, non escursione, trekking, passeggiata con andata e ritorno programmati da parcheggio a parcheggio. Viaggio senza tappe prestabilite, senza tempi prestabiliti, senza record da battere e senza data di ritorno.
Secondo Fisset viaggiare in questo modo implica l'abbandonarsi allo spazio e al tempo. Dopo aver stabilito una direzione o una meta, lasciarsi trasportare dagli eventi e dalla casualità degli incontri e della strada.
Viaggiare a piedi permette di riallacciare il contatto con gli altri esseri: umani, animali e vegetali. I nomi dei luoghi attraversati si iscrivono perennemente nella memoria meglio che in un atlante geografico. Percorrere a piedi un territorio dà alla sua scoperta una sensazione di ebbrezza appunto, impossibile da dimenticare.
Camminare soli piuttosto che in compagnia facilita - rende quasi obbligatorio - l'incontro, il contatto con l'altro a cui chiedere un'informazione, un posto per dormire o solo un bicchiere d'acqua.
E anche se lo scambio si limita a luoghi comuni - per un francese ci saranno le inevitabili domande sul calciatore famoso o sulla torre Effeil - piuttosto che su questioni culturali o artistiche, esso sarà nondimeno proficuo e ricco. Sarà il contatto umano, al di là delle incomprensioni e della barriera linguistica che, miracolosamente, riuscirà a creare legami profondi. Così Emeric Fisset descrive l'incontro con due anziani contadini nel nord della Finlandia. Nessuna possibilità di scambio linguistico con due persone che probabilmente non si erano mai allontanate dalla loro isba. Eppure una relazione forte e intensa si stabilisce, sorprendente e straordinaria: [...] per tutta la sera, nel nostro desiderio di scambio, parlammo ciascuno nella propria lingua materna e ci capimmo. Grazie alla disponibilità mentale in cui li aveva portati il loro isolamento invernale, grazie alla sensibilità acutissima che il lungo cammino aveva sviluppato in me, percepivamo come per magia, le vibrazioni della lingua dell'altro senza conoscerne minimamente né il vocabolario né la grammatica.
Partire così all'avventura significa rinunciare alla sicurezza di un pasto e di un letto. È questo il primo sforzo del sedentario che vuole diventare nomade. Superato lo scoglio, abbandonata la preoccupazione che l'allontanamento dalle persone care procura, si entra nel nuovo spazio di vita. E poi paradossalmente - dice Fisset - più l'umanità ci è lontana più apprezzeremo il suo contatto e ce ne sentiremo partecipi. Ma soprattutto il viandante deve spogliarsi di tutti di orpelli che fanno del viaggio un evento. Rinunciare all'idea di impresa sportiva e alla luce dei proiettori che ne è spesso associata, alle ragioni pseudoscientifiche o falsamente umanitarie (camminare per aiutare, per raccogliere fondi, per far conoscere...)
Il viaggio verso una destinazione diventa così, senza volerlo, pellegrinaggio, non solo perché la fatica, le privazioni (fame, sete, solitudine) ne fanno quasi un percorso ascetico ma anche grazie al contatto e all'esposizione permanente agli elementi atmosferici e naturali; perché la meta, a poco a poco idealizzata, assume, anche al di fuori di ogni riferimento religioso, il carattere del sacro.

lunedì 12 agosto 2013

Dante Aloisi;

Una modesta locandina, affissa qua e là nelle vie del paese, invitava alla presentazione di un libro di poesie sulla terrazza di uno dei bar del posto: avvenimento raro che ci ha attirati incuriositi e anche un po' ammirativi per un'iniziativa non banale.
Il poeta, dal nome – è stato fatto notare – forse predestinato, è Dante Aloisi, un giovane studente in fisica ma anche appassionato di filosofia e poi (soprattuto?) di poesia.
Ad accompagnare Dante Aloisi erano due relatori che hanno sottolineato l'uno, Giancarlo Giustizieri, l'interesse stilistico della raccolta, l'altro, Claudio Amicantonio, le implicazioni filosofiche della visione del mondo del poeta.
Gli interventi degli specialisti sono stati inframezzati dalla suggestiva lettura di alcune delle liriche fatta da due attori in un tono più che convincente, accompagnati da un gruppo corale che, assieme ai tuoni cupi di un temporale (che però si è limitato alla minaccia), ha dato all'avvenimento un fascino tutto particolare.
Dante Aloisi ha solo venticinque anni, giovane è stato detto, ma se il “mestiere di poeta” richiede studio e ricerca, non è detto che occorra attendere un'età canonica per esprimere cose nuove e farlo con pertinenza; dopotutto Rimbaud -senza voler fare confronti intempestivi- non aveva che 17 anni quando scrisse gli ultimi suoi versi.
Nei testi di Dante Aloisi traspare un universo che molto ha in comune con il pessimismo leopardiano. Il mondo che ci circonda funziona e si struttura su falsi valori: materialismo, consumismo, necessità di prevalicare gli altri per affermarsi; un continuo e inutile affannarsi dell'Uomo verso una sorte che è già scritta e che è uguale per tutti: Si ascoltano voli/che non hanno meta,/si lanciano voci/che neanche il vento porta./In fondo ognuno/ha freddo,/ma nessuno se ne cura;/non più di quel male/che il dolore si dà dentro. 
Il bisogno di pensare, di analizzare il reale per cercare di capirlo, anche se in definitiva può apparire velleitario, è però necessario, perché come diceva l'Ulisse, personaggio dell'”altro” Dante: fatti non fummo per viver come bruti.
Nel nichilismo che sembra prevalere, la poesia appare come un rifugio, un momento se non appagante, almeno lenitivo nella condanna senza appello che è la vita: Regola non v'è/in questo strano gioco/impossibile è vincere/perdere è certezza.
Rispetto alla visione leopardiana, la Natura non ha però sempre quel ruolo di matrigna che il poeta recanatese le ha tante volte attribuito. Essa è fortemente presente nelle liriche di Aloisi. A volte dura e impietosa: il cafone più in là/dà tremende zappate,/ed il sole lo cuoce/e di lui non si cura ma altrove confortante e serena: La soffusa dolcezza/di una notte silente,/tra febbrili luccichii/su un manto di pece,/si ode la pace/di Terra dormente.
Dante Aloisi è legato a Castel del Monte, alle sue montagne e alla sua gente. I paesaggi e i volti che animano le sue poesie non sono astratti frutti dell'immaginario ma sono quelli concreti di queste valli e di questi colli. E spesso lo spunto autobiografico emerge con sensibilità e affetto come nei versi di Saluto a Giovanni: In memoria di un grand'uomo/che alle lacrime/preferisce sorriso e sudore.
Montagne brulle e rocciose, estati assolate ed inverni fatti di nebbie e bufere. Un mondo difficile e austero nel quale La Natura mostra/all'uomo irrispettoso/ch'ivi giacque nella bella stagione,/l'odore lento e silenzioso/della morte sovrana.
Numerosi i richiami a Leopardi, come nell'esplicito Infinito: L'ingenua varietà mutevole/di una madre verde,/nei viaggi e nei tempi,/si dipinge, si macchia,/si dona meraviglie;/tra immobili picchi/declivi ardui scoscesi,/sprofonda di pensieri,/nei rivi disseta,/e plana sui pini/distende tra faggi,/riposa sull'erbe speranze. Un omaggio a Leopardi quindi ma anche un richiamo a un certo universo panico dannunziano, quello per esempio della Pioggia nel pineto.
È nel divagare tra le pietre di queste montagne, nei silenzi invernali fatti di rari incontri che Dante Aloisi trova la sua ispirazione. Non lupo solitario però; cosciente del mondo circostante, impegnato nella comunità (è consigliere comunale ma non solo) il giovane poeta ha scelto una strada difficile e che può apparire velleitaria ma che in fondo svela una fiducia nella natura umana e una volontà di resistenza al presente che va lodata: Qualcuno scrive/per lasciare un ricordo./Qualcuno scrive per ottenere gloria dal suo pensare./Qualcuno scrive/per trovare conforto/negli occhi di chi leggerà./ Io scrivo/per insegnare alle persone/la bellezza dell'uomo,/la migliore creatura di un creato mai creato,/e la sua tragica caducità,/in un eterno inafferrabile.

venerdì 5 luglio 2013

Pratola Peligna



Ad una prima impressione Pratola Peligna sorprende per la sua luminosità. Forse perché invece della pietra troviamo, almeno nei quartieri più recenti, belle palazzine dai colori caldi e con fiori al balcone.







Le statue sul frontone del teatro cittadino si stagliano contro l'azzurro del cielo e sembrano osservare i due ragazzi che chiacchierano da una finestra all'altra. La piazzetta è animata da un gruppo di anziani che, snobbando i tavolini del bar approfittano del muretto vicino. La fontana con i suoi quatto cigni sputanti acqua copre un po' con il suo gorgoglio le voci della gente.
Abruzzo paesano. Né quello cittadino dei capoluoghi, né quello turistico delle spiagge, delle montagne o dei parchi; anche se questi ultimi non sono lontani. Al centro della valle Peligna, con il Morrone a fare da sipario, Pratola vi accoglie senza enfasi ma con una certa leggerezza.
Il paese ha saputo resistere meglio di altri all'emigrazione che ha svuotato tanti borghi e mostra, almeno in apparenza, una certa vitalità.
Meta di fervore religioso, il santuario della madonna della Libera attira ancora ai nostri giorni devoti e pellegrini.
Come spesso, in questa regione ricca di santuari e di vestigia di misticismo, la spiritualità si mescola alla superstizione, alle credenze e alle leggende ed è da questo crogiolo che si tramanda una cultura popolare che sembra destinata a sopravvivere ancora a lungo.
Ogni anno nel mese di maggio, un nutrito gruppo di pellegrini: la Compagnia di Gioia dei Marsi percorre, attraverso la montagna i trenta chilometri che separano Gioia da Pratola per onorare l'immagine miracolosa della madonna.



giovedì 13 giugno 2013

François-Xavier de Villemagne: Pèlerin d'occident

Ho sentito parlare per la prima volta di François-Xavier de Villemagne (senza però sapere come si chiamasse) a Castel del Monte. Qualcuno mi aveva raccontato la storia di un francese che viaggiava a piedi e che si era rotto un braccio poco prima di arrivare in paese. Sulla piazza aveva chiesto l'indirizzo di un dottore ma era stato accompagnato dalla farmacista perché ormai in questi paesi il medico non c'è che qualche giorno per settimana. La sua frattura sembrava abbastanza grave e, dopo un passaggio all'ospedale di L'Aquila, era tornato in Francia per farsi curare. Ma François-Xavier de Villemagne è un ostinato (sembra che questa sia una qualità intrinseca ai viaggiatori pedestri ) e, pochi giorni dopo, era tornato in Abruzzo, riprendendo il suo periplo là dove l'aveva interrotto. Racconta nel suo libro che appena ritrovatosi sulle strade abruzzesi, un'automobilista gli aveva fatto cenno: era il dottore che lo aveva curato all'ospedale di L'Aquila, sorpreso di rivederlo da quelle parti mentre lo credeva in Francia.

François-Xavier de Villemagne ha un diploma di ingegnere e lavora in banca. Nulla di meno mistico dei dossier finanziari. Ma il suo lavoro lo ha portato in giro per il mondo ed è forse da qui che si è sviluppata la sua passione per i viaggi e per gli incontri.

Villemagne non fa trekking né sfide sportive. Quando decide di prendere un anno sabbatico e di partire per Roma ha in mente il Grand Tour. Vuole seguire le tracce di Goethe, di Stendhal e di tutti gli altri scrittori e poeti che hanno visitato e amato l'Italia. Scoprire i luoghi di Virgilio, quelli del Decamerone e il paese di Dante (la Divina Commedia sarà una delle sue letture durante il viaggio), ammirare le vestigia del passato e i paesaggi immaginati nelle descrizioni lette sui libri.

Ma non è solo l'aspetto culturale a guidare i passi del viaggiatore. Anzi, forse non è il principale.

Se non ci fosse stata, al termine del viaggio, la sede della Chiesa, la Santa Sede forse non mi sarei rimesso in cammino. È un pellegrino dunque. Anche se Villemagne è un po' reticente ad accettare il termine che, nel suo caso, considera riduttivo. Piuttosto, dice, è il richiamo di un'Italia sognata, congiunzione di desideri e di necessità a metterlo in strada. Ma in definitiva ciò che lo spinge a camminare è prima di tutto la sua ricerca spirituale e l'esigenza di approfondire la sua fede cristiana. Non è un caso se il suo precedente viaggio, anche questo raccontato in un libro: Pèlerin d'Orient, lo aveva condotto a Gerusalemme. 6400 chilometri in otto mesi, partendo da Parigi. Quando decide di partire verso l'Italia dunque, la destinazione è per lui evidente: sarà la tomba dell'apostolo Pietro a Roma. Ma a Villemagne non basta scegliere la strada più corta. Vuole uscire dei “sentieri battuti”, in questo caso la classica via Francigena. Per questo progetta un itinerario molto particolare.

Da Parigi, attraversa l'est della Francia e poi la Svizzera, non esitando ad una faticosa deviazione verso il Cervino per ammirarne la maestosa sagoma. Qui, passando il colle del Teodulo, sempre con ai piedi i suoi sandali, raggiunge il punto più elevato del suo percorso a 3316 metri. Visita il Sacro monte di Varallo Sesia e ne resta affascinato. Percorre la penisola restando il più possibile sugli Appennini, poi lascia la strada che lo avrebbe condotto direttamente a Roma per proseguire verso la Puglia, fino a Santa Maria di Leuca. È questo un obiettivo intermedio, quasi un pretesto per arrivare il più lontano possibile al limite della penisola: è infatti a Santa Maria di Leuca che, una delle tante tradizioni, situa il luogo in cui sarebbe sbarcato l'apostolo Pietro diretto a Roma. Da qui Villemagne risale verso Matera per poi attraversare la Campania, e arrivare a Roma da sud. Il suo motto è significativo: Scrivere. Viaggiare. Lavorare. In quest'ordine o in un altro. Poco importa. Mai l'uno senza l'altro. Blocco di appunti e matita in mano. Restare aggrappati alla terra e parlare del cielo.

Molti gli incontri fatti durante il viaggio. Villemagne, da buon pellegrino, evita il più possibile gli alberghi e gli ostelli. Ad ogni tappa cerca qualcuno disposto ad ospitarlo, non certo per parsimonia ma per incontrare nuove persone, condividerne qualche momento della giornata. Una pratica fatta di begli incontri ma anche di delusioni, davanti a rifiuti che provengono a volte proprio da coloro, -frati e suore nei conventi- che avrebbero dovuto essere più aperti e sensibili all'esperienza del viaggiatore che va verso Roma.

Il libro di Villemagne è un racconto che appare sincero, non imbellito e nemmeno edulcorato. Ciò può avere una conseguenza spiacevole: devo confessare di aver provato un certo imbarazzo quando, nel suo resoconto, lo scrittore, ospite in una famiglia, non esprime molta benevolenza verso aspetti che non gli sono piaciuti.

Villemagne era partito per ritrovare un'Italia sognata e nel suo viaggio il sogno della letteratura si è intrecciato con la realtà; questo però il viaggiatore, non certo neofita, lo sapeva già dall'inizio. L'arrivo a Roma è conclusione ma il ritorno al quotidiano di fa dolcemente perché la città da scoprire attenua il senso di vuoto che può sorgere al termine di una simile impresa.

Insomma -dice François-Xavier de Villemagne- ciò che mi piace nel viaggio è la promessa. Al limite, arrivare è ben necessario quando si è partiti. “Essere arrivati”, è probabilmente il peggio. E se preferisco il viaggio, è forse perché, sulla terra, le promesse sono raramente mantenute.

Pèlerin d'Occident, pubblicato in francese dall'editore Transboréal non è ancora stato tradotto in italiano.

mercoledì 5 giugno 2013

Cartolina 3


Su questa roccia si aggrappano
Pensieri, giorni e muschi.
Ruvida e dura come i casi della vita,
Spazzata dal vento che gela
La brina del mattino.
Il gracchio si posa e guarda giù
Dove la macchia più chiara
Di un gregge cambia lentamente forma
Seguita dal pastore.
Come una nuvola che si specchia
Sull'erba del prato.
Sorprendente mondo
E senza tempo
Rimasto uguale oggi
Come quando Bruto Sceva e i Vestini
Si battevano in quei campi.

lunedì 27 maggio 2013

Chartres : la Cattedrale

A Chartres, uscendo dalla piazzetta spazzata, con qualsiasi tempo, dal ringhioso vento delle piane, una dolcissima ventata di cantina, attenuata da un profumo fiacco e quasi soffocato d'olio, vi soffia sul viso quando si penetra nelle solenni tenebre della tiepida foresta.
Durtal lo conosceva quel delizioso momento in cui si riprende fiato, ancora storditi dal brusco passaggio da una brezza sferzante ad una vellutata carezza d'aria. Ogni mattina, alle cinque, lasciava la sua casa e, per arrivare nello strano sottobosco, doveva attraversare quella piazza; e come sempre, la stessa gente appariva all'imbocco delle stesse vie; suore con il capo chino, curve, con il velo rialzato, come battendo le ali, mentre il vento si infilava tra le gonne tenute a fatica; poi, piegate in due, donne raggrinzite nei loro vestiti, stringendoseli addosso, avanzavano, con la schiena curva, frustate dalle raffiche. Joris-Karl Huysmans: La Cattedrale

Sono le colonne della cattedrale di Chartres gli alberi delle tiepida foresta di cui parla Huysmans.
Oggi però l'aria è calma e la temperatura primaverile. Qualche nuvola corre nel cielo ma molto lontano. Delle suore nessuna traccia. Il sole ha invitato qualche passante a sedersi ai tavoli del caffé che occupano un lato della via pedonale. Un furgoncino si ferma all'ingresso della via; il passaggio è bloccato da invalicabili paracarri retrattili in metallo. Un citofono mette in contatto l'autista con chi potrebbe abbassarli. L'uomo spiega che deve consegnare delle casse di vino ma sembra che il motivo non sia sufficiente. I cippi restano perentoriamente eretti e il furgoncino deve fare marcia indietro; alla guida un autista dallo sguardo stizzito.

Da lontano la cattedrale appare imponente al centro della cittadina. Situata su una piccola elevazione, la sua massa incombe sulle case di ciò che resta del quartiere medievale. Si dice che la collina, massiccio blocco di granito, fosse già nell'antichità luogo di culto per i popoli celti e sembra che la prima cattedrale gallo-romana risalisse al IV secolo; ma non sono che teorie perché in realtà di quegli edifici non ci sono tracce.

Colpisce a prima vista l'asimmetria della costruzione. A destra una guglia con un semplice tetto ottogonale, appuntito come si deve, fino ai 103 metri di altezza. Si salvò dall'incendio che nel 1194 distrusse quasi interamente la chiesa romanica.
Fu in quell'anno che si decise di ricostruirla in stile gotico. Le nuove concezioni architetturali e filosifiche volevano che lo spazio sacro non fosse più ridotto nella penombra di spesse mura ma che esso fosse pronto ad accogliere la luce, legame simbolico entro l'uomo e dio. 
A sinistra l'alzata della torre è del XIII secolo mentre la guglia, in gotico fiammeggiante, risale al XVI, ed è l'opera di un artista della regione, Jehan de Beauce. Siamo nella Beauce in effetti, prospera regione agricola a sud di Parigi, vero e proprio granaio della Francia, i cui ricchi proprietari sono molto più imprenditori che contadini. Una ricchezza che certamente spiega la presenza di un simile monumento. 
Lo scultore Auguste Rodin lo definì, con un'immagine senza dubbio appropriata, «l'acropoli della Francia». 176 vetrate, 9 portali, innumerevoli scene sacre e personaggi scolpiti sulle facciate e nel coro. 
Se l'opera di Proust è una cattedrale di parole, la chiesa di Chartres è una vera e propria bibbia di pietra e vetro tante sono le storie raccontate sui suoi muri e sulle sue vetrate.
L'edificio è un cantiere permanente (anche oggi l'interno è occupato da impalcature) che nei secoli ha visto, oltre ai restauri, nuove costruzioni aggiungersi o modificare le precedenti. 
Al centro della navata, vicino all'ingresso principale, le lastre del pavimento disegnano un labirinto del diametro di 12 metri. Labirinto antichissimo, che risale alla precedente cattedrale romanica e nel quale è impossibile sbagliare strada perché ha un solo percorso che porta (dopo più di 260 metri) alla rosa centrale. 

Molte sono le interpretazioni sul valore simbolico di questo labirinto: cammino dell'uomo verso dio, pellegrinaggio di ripiego per coloro che non potevano farlo realmente, percorso meditativo di preghiera...Fino al più pragmatico canonico Souchet che nel XVII secolo non vi vedeva che un diverimento per sciocchi, sul quale chi non ha niente di meglio da fare perde tempo a correre e a girare.
Ancora ai giorni nostri è possibile fare l'esperienza del labirinto ma bisogna aspettare il venerdì, quando le sedie che di solito occupano la navata sono tolte apposta.

sabato 18 maggio 2013

Dalle parti di Proust

Nogent-le-Rotrou è una cittadina di provincia, sous-prefecture come dicono i francesi, mettendo nella definizione un po' di sufficienza. L'immancabile centro commerciale accoglie il viaggiatore, poi ampie piazze trasformate in parcheggi e viali alberati occupati nell'ora serale da stormi di cornacchie gracidanti. Non è un luogo sgradevole ma nemmeno molto animato se non nella breve via pedonale nella quale sembrano concentrarsi quasi tutti i negozi cittadini.
Sulla vetrina di una panetteria un manifestino invita ad una conferenza su Marcel Proust.
L'occasione è il centenario del primo libro de Alla Ricerca del tempo perduto: Dalla parte di Swann, pubblicato infatti nel 1913, e la conferenza è organizzata dalla Società degli amici di Marcel Proust e degli amici di Combray.
Combray è, nel romanzo, il nome del borgo in cui si svolgono le «avventure» del giovane protagonista in vacanza. Il vero nome del paese, dove si può oggi visitare la casa della zia Léonie, è Illiers, anzi era perché, caso più unico che raro, dopo la morte dello scrittore, il borgo è stato ribattezzato Illiers-Combray, assumendo il nome fittizio che gli aveva dato lo scrittore.
Illiers-Combray si trova ad una trentina di chilometri da qui ed è anche per questo che la conferenza si svolge a Nogent.
Nella salle des fêtes comunale, (sala polivalente immancabile in ogni comune francese) il pubblico è abbastanza numeroso. Molti sembrano conoscersi (senz'altro amici dell'associazione). Prima della conferenza la presidente ricorda le prossime iniziative: Visita alla casa di Zia Léonie, nella quale Proust abitò, proiezione di un film, cena al ristorante Les aubepines (il famoso biancospino del romanzo)...
Poi lascia la parola alla studiosa che ci parla delle vicissitudini inerenti la scrittura e la pubblicazione dell'opera di cui si festeggia l'anniversario.
Un'opera davvero fuori dal comune quella di Proust. Definita opera cattedrale proprio perché il contenuto è nella stessa struttura, nei muri, nelle colonne, nelle nicchie e nelle guglie. Un'opera divisa in molti volumi per esigenze editoriali ma che l'autore avrebbe voluto vedere pubblicata in un solo libro.
Centinaia di pagine di fitta scrittura, risultato di ore ed ore di lavoro solitario in una stanza chiusa a tutte le voci del mondo, con le pareti tappezzate di sughero per attenuare i rumori della strada. La Ricerca è un romanzo di cui Proust scrive dapprima l'inizio e la fine, romanzo che poi si dilata a poco a poco, si amplifica dall'interno con ramificazioni e aggiunte che ne accrescono il corpo fino ad un risultato eccezionale, e non solo per la lunghezza. Anche materialmente lo scrittore ha dovuto trovare un sistema per poter integrare le sue aggiunte. Dopo aver riempito i margini del quaderno, quando ormai non aveva più spazio, incollava sui bordi dei pezzi di carta (les paperoles) che poi ripiegava dopo averli riempiti di scrittura. Non stupisce del tutto il fatto che il primo manoscritto presentato all'editore fosse rifiutato costringendo l'autore a pubblicarlo a sue spese.
I sette libri che alla fine compongono questa cattedrale hanno una concezione unitaria che solo dopo la lettura dell'ultimo, Il tempo ritrovato, appare evidente. Anche per questo alla pubblicazione dei primi volumi, molti critici rimasero sconcertati e non riuscirono a capire il senso dell'opera. Chi è questo scrittore che per pagine e pagine ci parla delle sue giornate, che ci racconta nei minimi dettagli gli avvenimenti della sua fanciullezza, le sue avventure che poi avventure non sono perché fatte di mille banalità insignificanti? Come ad esempio quel biscottino immerso nel té (la famosa madeleine) che innesca il flusso dei ricordi e mette in modo un processo che sembra non finire mai. Frasi lunghissime, al punto da diventate proverbiali, con incisi che si inseguono, si intrecciano, si annodano e ne dilatano la forma.
Al termine di Settecentododici pagine di questo manoscritto (almeno settecentododici, perché molte pagine hanno un numero ornato di un bis, ter, quater, quinque), dopo l'immensa desolazione che si prova nel sentirsi annegare in insondabili sviluppi e l'esasperante impazienza di non poter riemergerne, non si ha alcuna, alcuna nozione di ciò di cui si tratta. A che cosa serve tutto ciò? Che cosa significa? Dove ci porta? Impossibile saperlo! Impossibile poterlo dire! Così scrive, un po' esasperato in effetti, nel suo rapporto il critico che lavorava per l'editore a cui Proust aveva presentato il manoscritto. 
Ma, senza intaccare il carattere unitario del racconto, tutte le aggiunte non disperdono la narrazione anzi ne cuciono i lembi e ne stringono i legami.
Come dice Jean-Yves Tadié che ha curato l'edizione critica della Recherche per l'editore Gallimard:
I fatti non immediatamente spiegati, i segreti o i misteri dei personaggi, un narratore impenetrabile a se stesso, il ritorno dei temi, le ripetizioni, lo svelarsi progressivo, tutti procedimenti tecnici che sono il riflesso dell'interrogazione centrale. E questa interrogazione, il principio attorno al quale si struttura l'opera, è quella che ruota attorno all'analisi e all'approfondimento della vocazione di scrittore: la Ricerca è dunque l'apprendistato con il quale Proust diventa scrittore.

Ma avevo un bel sostare davanti ai biancospini a respirare, a portare dinanzi al mio pensiero, che non sapeva cosa dovesse farne, a perdere e ritrovare  il loro profumo invisibile e persistente, a unirmi al ritmo che lanciava qua e là i loro fiori, con giovanile allegrezza e a intervalli inattesi come certe pause musicali; essi mi offrivano indefinitamente lo stesso incanto con una profusione inesauribile, ma senza lasciarmelo approfondire ulteriormente, come quelle melodie che si possono suonare cento volte di seguito senza penetrare più intimamente nel loro segreto. Me ne allontanavo un momento, per accostarmene poi con forze più fresche. Inseguivo fin sulla scarpata che, dietro la siepe, si inerpicava, in ripido pendio verso i campi, qualche papavero sperduto, qualche fiordaliso rimasto pigramente indietro, che l'ornavano qua e là con i loro fiori come l'orlo di un arazzo in cui appare appena accennato il motivo agreste che trionferà nel centro; rari ancora, distanziati come le case isolate che annunciano già l’approssimarsi di un paese, essi mi avvertivano dell’immensa distesa dove dilagano le messi, dove si accavallano le nubi, e la vista di un solo papavero che innalzava in cima al suo cordame e dava alla sferza del vento la sua fiamma rossa, al di sopra della sua boa untuosa e nera, mi faceva battere il cuore, allo stesso modo del viaggiatore che scorge sulla spiaggia una prima barca arenata che un calafato sta riparando, ed esclama, prima ancora di averlo visto: «Il Mare!».
Marcel  Proust:  Dalla  parte di  Swann