venerdì 13 dicembre 2013
Antonio Gramsci
Bisogna
disabituarsi e smettere di concepire la
cultura come sapere enciclopedico, in cui l'uomo
non è visto se non sotto forma
di recipiente da empire e stivare di dati
empirici; di fatti bruti e sconnessi
che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come
nelle colonne di un
dizionario per poter poi in ogni occasione
rispondere ai vari stimoli del mondo
esterno. Questa forma di cultura è veramente
dannosa specialmente per il
proletariato. Serve solo a creare degli spostati,
della gente che crede di
essere superiore al resto dell'umanità perché ha
ammassato nella memoria una
certa quantità di dati e di date, che snocciola ad
ogni occasione per farne
quasi una barriera fra sé e gli altri. Serve a
creare quel certo
intellettualismo bolso e incolore, cosí bene
fustigato a sangue da Romain
Rolland, che ha partorito tutta una caterva di
presuntuosi e di vaneggiatori,
più deleteri per la vita sociale di quanto siano i
microbi della tubercolosi o
della sifilide per la bellezza e la sanità fisica
dei corpi. Lo studentucolo
che sa un po' di latino e di storia, l’avvocatuzzo
che è riuscito a strappare
uno straccetto di laurea alla svogliatezza e al
lasciar passare dei professori
crederanno di essere diversi e superiori anche al
miglior operaio specializzato
che adempie nella vita ad un compito ben preciso e
indispensabile e che nella
sua attività vale cento volte di più di quanto gli
altri valgano nella loro. Ma
questa non è cultura, è pedanteria, non è
intelligenza, ma intelletto, e contro
di essa ben a ragione si reagisce. La cultura è
una cosa ben diversa. È
organizzazione, disciplina del proprio io
interiore, è presa di possesso della
propria personalità, è conquista di coscienza
superiore, per la quale si riesce
a comprendere il proprio valore storico, la
propria funzione nella vita, i
propri diritti e i propri doveri. Antonio Gramsci
domenica 10 novembre 2013
John Steinbeck: Furore (nuova traduzione)
L'anno
scorso ho pubblicato un post per raccontare la mia scoperta di Furore
di John Steinbeck: qui.
Un libro sorprendente, inaudito nell'Italia fascista degli anni
quaranta, sia per la forza della narrazione sia per lo stile,
lontanissimo dal linguaggio spesso
aulico ed
evanescente della
letteratura nostrana. Strano dicevo, che un'opera
del genere fosse riuscita a passare tra le maglie della censura del
Min.cul.pop. il famigerato ministero della cultura popolare.
Per
più di settant'anni si è continuato a leggere la versione tradotta
da Carlo Coardi, (tra l'altro sembra sia uno pseudonimo) pensando che
fosse la buona. Essa è sopravvissuta al regime fascista finito da un
pezzo. L'Italia è cambiata; certo non sono scomparsi i problemi di
censura anche se quest'ultima è ormai più velata e subdola, ma
insomma... Eppure il libro di Steinbeck è stato pubblicato e
ripubblicato per tutto questo tempo sempre nella stessa versione.Ecco quindi che la nuova presentazione del libro fatta dall'editore Bompiani, curata da Luigi Sampietro e con la traduzione di Sergio Claudio Perroni arriva come una piccola bomba: in pratica Perroni ci dice che quello che è stato letto fino ad oggi non è il romanzo scritto da John Steinbeck.
È il quotidiano La Repubblica (09/11/2013) che per primo ha diffuso la notizia.
Certo conoscevamo l'espressione consacrata: traduttore, traditore, ma in questo caso sembra che il proverbio debba essere preso alla lettera. Non si tratta solo di qualche parola scelta male o di qualche difetto di stile; tra la versione di Carlo Coardi e quella di Carlo Perroni c'è un fossato. Alla sua uscita, nonostante fosse già stato edulcorato da una mano pudibonda, Furore fu considerato dai suoi detrattori (Prezzolini tra tutti) alla stregua un romanzo pornografico.
La polemica fu aspra tanto che nel 1942 la censura bloccò una seconda edizione del libro che fu ristampato solo nel dopoguerra ma senza modifiche. Gli attuali curatori non hanno corretto soltanto qualche scelta linguistica discutibile, restituendo a Steinbeck il suo vocabolario (anche se tutto sommato, sottolinea Perroni, nel romanzo le parolacce sono pochissime). Carlo Coardi (o chi per lui) aveva stravolto completamente il senso di certe frasi, eliminato le referenze bibliche che avrebbero suscitato il prurito degli ambienti cattolici e soprattutto tagliato completamente passaggi chiave nella narrazione.
È quindi un nuovo romanzo quello che gli italiani non anglofoni hanno oggi a disposizione. Un testo ancora più dirompente, nella cui prosa il soffio epico è permanente, interpella e scuote il lettore.
Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare, io sarò là. Dove c’è uno sbirro che picchia, io sarò là.
Facile capire perché nell'Italia clericofascista del 1940 una frase come questa dovesse sparire.
Ecco quindi che un romanzo, che già nella sua forma edulcorata è stato ammirato da generazioni di lettori, torna alla ribalta, con duplicata potenza. Un ottima notizia ma che ci invita a riflettere ancora una volta sul ruolo del traduttore.
giovedì 24 ottobre 2013
Ennio Flaiano: Tempo di uccidere
Siamo
nel 1947, l'Europa uscita dalla guerra comincia una lenta e difficile
ricostruzione. L'Italia riscopre la democrazia dopo venti anni di
regime totalitario. La prima assemblea eletta democraticamente sta
scrivendo i principi della nuova Costituzione con faticosi
compromessi tra l'area democristiana, uscita vincitrice dalle prime
elezioni libere e quella di sinistra che vorrebbe dare più voce agli
ideali di progresso sociale espressi dalla Resistenza.
Gli
intellettuali progressisti sono animati dalla volontà di raccontare
e di analizzare. Sotto l'impulso della scoperta degli scritti di
Antonio Gramsci, il Neorealismo cerca, con non poche contraddizioni,
uno sbocco progressista alla produzione culturale nel cinema e nella
letteratura.Anche Italo Calvino, altrove non molto sensibile alla tematica realista, dà alle stampe in quest'anno il suo romanzo della resistenza: Il sentiero dei nidi di ragno. Contemporaneamente Primo Levi, reduce dai campi di sterminio nazisti, racconta la sua drammatica esperienza personale in Se questo è un uomo.
È in questo contesto che, solo qualche mese prima di Calvino e Primo Levi, su un registro completamente differente, Ennio Flaiano pubblica il suo unico romanzo: Tempo di uccidere.
Meglio conosciuto per il suo lavoro di sceneggiatore (quasi tutti i film di Fellini, da La dolce vita a Giulietta degli spiriti ma anche La notte di Antonioni, I soliti ignoti di Monicelli e tanti altri), per il suo lavoro di giornalista e per i suoi efficaci aforismi, Flaiano tralascia per una volta l'ironia e il sarcasmo per una scrittura melanconica e amara.
Affronta un tema che per molti italiani apparteneva ormai ad un passato che avrebbero preferito dimenticare: la guerra d'Abissinia. Tra il 1935 e il 1936, c'era stata l'aggressione all'impero del Negus e sette mesi di combattimenti durante i quali l'esercito italiano non esita ad utilizzare (un terribile primato) le armi chimiche contro le popolazioni civili. Sette mesi dopo i quali il duce può proclamare la rinascita dell'impero sui colli fatali di Roma, con nelle vesti ben troppo larghe di nuovo cesare Vittorio Emanuele II.
Ed è proprio nel febbraio del 1947 che il trattato di Parigi mette fine, anche formalmente, allo stato di guerra con l'Etiopia.
Flaiano è nato nel 1910, la sua giovinezza è segnata dal fascismo. È un'epoca che lo ha marcato e della quale conserverà per il futuro scetticismo e disillusione. Non si occuperà mai direttamente di politica ma tra le due Chiese, la cattolica e la marxista, sceglie la terza via, quella di una visione laica della società e dell'impegno in essa. Quest'ultimo si esprime prevalentemente nel suo lavoro di giornalista, manifestando un rigetto della volgarizzazione della società stessa. Ma anche i film di cui scrive la sceneggiatura, per esempio La dolce vita, hanno sovente quest'impronta disincantata e senza illusioni.
Tempo di uccidere è lontano dalle tematiche realiste. Se vogliamo invece trovare spunti condivisi da altri scrittori dobbiamo probabilmente cercare tra gli esistenzialisti. In questo senso, essenziale è l'elemento della noia, del disadattamento sociale; non siamo lontani da Lo straniero di Camus. Il protagonista del romanzo è un tenente dell'esercito italiano che, soffrendo per un acuto mal di denti, parte con un camion alla ricerca di un dottore. Una serie di vicissitudini, a volte drammatiche, lo guidano in peripezie dalle quali sembra non trovare via di scampo. Gli avvenimenti, mai osservati in modo oggettivo ma sempre attraverso gli occhi del narratore protagonista, si susseguono senza che egli possa, o voglia, reagire. In un paesaggio di cartapesta, il protagonista, quasi un archetipo dell'antieroe, si perde in un mondo nel quale animali, alberi e rocce appaiono come ombre o silhouettes, quasi una scenografia teatrale dalla quale è impossibile districarsi. Due gruppi di personaggi si contrappongono: i militari, tra i quali è il protagonista e che sono tutti definiti dalla loro funzione: il tenente, il maggiore, il contrabbandiere, il dottore... di fronte sono gli etiopi che invece sono chiamati con il loro nome: Mariam, Johannes, Elias..., nomi dall'eco biblico. Centrale è il tema del tempo cronologico, presente lungo tutto il racconto. Al tempo lineare dei colonizzatori si contrappone l'atemporalità degli indigeni; il tenente perde il contatto con la realtà quando regala il suo orologio che si è fermato e prima di donarlo alla giovane etiope, lo fa ripartire ma a caso. Uscendo dal tempo reale, egli entra nel mondo degli africani. In un continuo susseguirsi di sentimenti contraddittori: rimorso, autogiustificazione, collera, paura della punizione, desiderio di espiazione e poi ancora rimorso, il protagonista è incatenato ad un circolo vizioso dal quale non riesce a sottrarsi. La guerra non è presente se non con le sue conseguenze: i cadaveri di uomini e muli, le capanne abbandonate o bruciate, gli impiccati e soprattutto con i suoi effetti sull'animo umano. È così esclusa ogni, seppur ipotetica, velleità eroica.
Lo scontro tra l'esercito dei colonizzatori e gli etiopi diventa contrapposizione tra l'Africa arcaica, nella quale gli elementi agiscono secondo le energie naturali e il mondo decadente e corruttore dei militari con i quali il contatto si fa attraverso un biglietto di sottomissione che deve essere presentato ad ogni incontro o attraverso il degrado della prostituzione. Tra gli italiani non ci sono personaggi positivi: bramosia di potere, di ricchezza, di possesso guidano le loro azioni. Il tenente segue un destino al quale non è capace di opporsi. L'accidia guida le sue azioni in un vano va e vieni di decisioni prese e poi procrastinate. Ogni scelta risulta sbagliata e lo invischia sempre più in uno stato di malessere fisico e morale. Il legame con il mondo si assottiglia sempre più. Le lettere della moglie, -anch'essa non ha nome ma è definita da un pronome: Lei- conservate in una tasca e rilette ogni tanto, perdono poco a poco la loro consistenza; l'inchiostro scolorisce, la carta della posta aerea diventa carta per sigarette. Con esse si spezza l'ultimo filo che lo legava alla sua vita precedente.
Nell'epilogo della storia anche la confessione delle proprie colpe è vana. Nessuno gli chiederà conto delle sue azioni, segno della prevaricazione su un popolo ma anche dell'inconsistenza di ogni agire umano. Mariam, vittima ignorata, è il simbolo dell'Africa intera: aggredita, sfruttata e dimenticata.
domenica 13 ottobre 2013
Castel del Monte: Città delle tre corone
Tra
Calascio e Castel del Monte la strada provinciale scende
nell'avvallamento carsico della piana di San Marco. È il pomeriggio
ormai inoltrato di un giorno di fine agosto. Il traffico, che è
sempre relativamente scarso è in quest'ora quasi inesistente.
Il
silenzio è interrotto solo dal gracchiare delle cornacchie e da
qualche raffica di vento un po' più forte che scuote gli arbusti e i
rari alberi.
Sulla
sinistra una sterrata si stacca dall'asfalto e sale sul fianco di una
collina.
Di fronte a chi sale, Castel del Monte appare disteso a
mezza costa, con alle spalle un colle più elevato, coperto da una
pineta e sul quale il paese sembra posato.
Verso est, al di là di
colle San Marco, si scorge, più lontano, l'abitato di Villa Santa
Lucia e il valico di Forca di Penne.
Il
colle della battaglia deve il
suo nome allo scontro tra l'esercito del console romano Bruto Sceva e
quello delle genti italiche di Aufina, l'odierna Ofena.
Gli
studiosi parlano infatti
della presenza di un
insediamento italico, risalente al primo millennio avanti Cristo e
poi di un
villaggio romano,
nato dopo la famosa
battaglia, situato più in
basso e
al quale fu
attribuito il nome, leggendario,
di Città delle tre corone.
Nome
altisonante ma che in realtà, più
che alla presenza di un monarca, sembra fare
riferimento alle tre barriere difensive che circondavano l'abitato e
la cui collocazione è ancora
riconoscibile negli avvallamenti del terreno.
Il
pagus romano
fu abbandonato e un insediamento relativamente più recente,
Marcianisci, si
sviluppò su un colle vicino.
Fu
da quest'ultimo villaggio, che in epoca medievale, partirono i primi
abitanti di Castel del Monte e della Rocca di Calascio,
accastellandosi in
insediamenti
più al sicuro dalle
scorrerie dei barbari.
Nella
zona archeologica del Colle della battaglia le esili tracce
spingono chi voglia ritrovare i segni di quel lontano passato a far
prova di fantasia e di immaginazione tra le non molte vestigia.
A
parte i tenui resti della cinta difensiva e di una porta carraia, non
rimane, ben evidente, che una postierla, sorta di porta di
emergenza dalla struttura a imbuto, pensata per non fare passare che
una persona per volta.
Ma
è forse proprio l'assenza di monumenti più vistosi a dare a questo
luogo un fascino particolare. Si pensa alla mano di quella persona
che, migliaia di anni fa, ha camminato sul colle e ha raccolto queste
pietre.
Ci si trova ad immaginare la vita di quelle genti. Sentire la
loro presenza, la loro vita quotidiana, le loro preoccupazioni ed i
loro pensieri.
L'uomo
di prima della Storia (è un modo di dire) ci è più vicino di
quanto si potrebbe credere. I suoi desideri, le sue paure e le sue
gioie scorrono ancora nelle nostre vene […].Sapeva che l'albero è
saggezza, che la pietra è presenza, che la via lattea è uno
specchio della semenza, che egli condivide con l'animale la furbizia
e il calore, che il volo dell'uccello è simile al suo spirito
portato via dalla morte, che il canto ha potere sulle paure e sul
risveglio.
Quell'uomo
sapeva varcare lo spazio e il tempo.*
*Olivier
Germain-Thomas: Le Bénares-Kyôto
mercoledì 2 ottobre 2013
Douglas William Freshfield: Il Gran Sasso d'Italia
Douglas
William Freshfield è uno di quei pionieri che, avventurandosi sulle
pendici del Gran Sasso d'Italia, hanno fatto della montagna, al di là
delle sue dimensioni, un luogo epico e memorabile e ciò nonostante
una certa delusione manifestata per una vetta, quella del Corno
Grande che, secondo lui, non meritava troppe attenzioni.
Fu
nel 1878 che l'alpinista e viaggiatore inglese pubblicò su “The
Alpine Journal”, la rivista del Club alpino inglese, il resoconto
della sua personale scoperta della montagna abruzzese; ed è grazie
alla sezione di Isola del Gran Sasso del CAI che oggi possiamo
leggere il resoconto, pubblicato nel 2005, di quell'avventura.Freshfield ebbe la fortuna, grazie alle agiatezze del padre, avvocato e uomo d'affari, di poter scoprire, ancora bambino, le Alpi svizzere, appassionandosi così alla montagna e all'alpinismo. A poco a poco allargò i suoi orizzonti con escursioni veramente innumerevoli sulle Alpi italiane; citiamo tra esse almeno l'Adamello, il giro del Monte Rosa, del Monte Bianco poi un'ascensione di quest'ultimo. Ne trasse poi un libro: The Italian Alps pubblicato nel 1875 che è, a detta dei critici, un'opera originalissima per lo sguardo dell'autore, ricca di spunti estremamente poetici e coinvolgenti. L'inglese viaggiò ancora più lontano, nel medio oriente e sul Caucaso e nel 1893 diventò presidente dell'Alpine club a cui aveva aderito fin dal 1864.
Fu proprio nel 1875 che Douglas William Freshfield visitò l'Abruzzo e volle salire sul Gran Sasso.
L'unità
italiana era cosa recentissima, il brigantaggio faceva ancora paura e
non erano numerosi i viaggiatori, soprattutto stranieri, ad
addentrarsi nelle selvagge
contrade abruzzesi. Nei suoi
scritti gli Appennini non hanno niente da invidiare alle Alpi e
il viaggiatore lo esprime in passaggi ricchi di quella poesia a cui
abbiamo accennato in precedenza:
Gli Appennini non sono le Alpi ma il loro scenario ha
caratteristiche e bellezze proprie. Le spaziose valli offrono i più
romantici paesaggi e sulle colline querceti e vigneti a terrazza si
succedono interrotti qua e la dalle grigie mura e torri di una città
medievale o dal biancore di qualche villa semi abbandonata, che
splende tra gli oscuri pinnacoli dei cipressi oranti, raccolti
intorno al suo antico splendore. Sotto il cielo ardente nel punto in
cui esso dispiega il suo ampio arco verso il lontano orizzonte, le
montagne si ergono catena dopo catena ambrate o purpuree a seconda se
spoglie o coperte di alberi con un cerchio di luce dorata lasciato
dall'inverno sulle ampie fronde.
Arrivato
a L'Aquila salì da quel versante verso il Corno Grande e restò
deluso da un paesaggio che secondo lui assomigliava troppo agli
altipiani dell'Asia. La misera prominenza a forma di tenda
situata sopra la principale catena indicata come il G.Sasso non è
l'Ararat. In realtà la più alta vetta dell'Appennino vista
da questo lato è una modesta cosa; ma non disperai.Freshfield decise dunque di spostarsi sull'altro versante, approfittando della nuova linea ferroviaria inaugurata qualche giorno prima. Fu un viaggio che durò un'intera e lunga giornata e che lo portò via Sulmona e Pescara fino a Giulia Nova, da dove una carrozza, in tre ore, lo condusse a Teramo.
Freshfield non aveva idee precise sul luogo di partenza per la sua escursione; da Tossicia non sapeva se dirigersi verso Pietracamela, Isola del Gran Sasso o cercare una pensione più vicina alla montagna.
Fu poi a Casale San Nicola che
incontrò il parroco Don
Matteo D'Arcangelo, generoso
e bonario personaggio che accolse e ospitò
Freshfield e
i suoi accompagnatori,
unendosi poi a loro
per un tratto il giorno seguente.
Ma solo in parte: Io non consiglio a nessuno che consideri una passeggiata in montagna un inutile spreco di energie, di scalare la più alta vetta degli Appennini. Coloro comunque che considerano un panorama come uno dei piaceri del giorno, vedranno una scena singolare con un proprio elemento selvaggio così inatteso nel sud.
Ma, al di là di queste considerazioni che attenuano leggermente l'entusiasmo di Freshfield, resta una narrazione di un alto valore letterario. Il viaggiatore inglese è un relatore gradevole e avvincente, ottimo scrittore in assoluto.
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venerdì 20 settembre 2013
Radici
Francesco
Guccini incide nel 1972 nell'album Radici una delle canzoni
(quella che dà il titolo al disco) più riuscite della sua lunga carriera. Sulla copertina la foto color seppia di una famiglia tradizionale, del primo
Novecento forse. Uomini con baffi e panciotto, donne con lunghe gonne
e tutti con l'aria un po' impettita, di chi si è messo in ghingheri
per la fotografia ma che è pronto a tornale al lavoro nei campi. Sul
retro una foto più moderna sulla quale il cantante si mette in scena
con la sua compagna e un gatto. Evidente la volontà di dialogo tra
le due immagini, con ciò che è cambiato e ciò che resta. Perché
il tema del 33 giri, - come si usava qualche tempo fa le canzoni
sono legate da un filo conduttore - è quello delle radici appunto.
È
un tema che da quegli ormai lontani anni Settanta non è passato di
moda, tutt'altro, ma che non è mai facile da affrontare. La
citazione da La luna e i falò, di
Cesare Pavese che, non ha caso, è stata scelta per introdurre questo
spazio di appunti, è emblematica.
L'opposizione, o piuttosto
direi il legame, è tra
la necessità di avere un luogo in cui riconoscere la
propria storia personale e
il bisogno di muoversi è di seguire il fischio del treno
che sera e mattina correva lungo il Belbo facendomi pensare a
meraviglie, alle stazioni e alle città.*
Oggi
tutti cercano le proprie radici necessarie, si dice, per ritrovare
valori che un mondo globalizzato ha fatto scomparire. Radici nella
tradizione popolare, nell'alimentazione, nella musica. Un'idea che è
stata fatta propria dalla cultura cosiddetta alternativa. Così
l'artigianato è osservato con interesse, contrapposto all'industria;
si riscoprono verdure e legumi che erano stati dimenticati; si
riscopre la lentezza come valore positivo opposto alla frenesia del
progresso.
Ma
lo sguardo indietro, verso le radici, può anche diventare
reazionario, riflesso identitario e xenofobo soprattutto quando è
ripiegamento sul territorio e sull'etnia. “La terra non mente”
era uno degli slogan del regime fascista di Vichy. Il contadino è
fonte di saggezza perché più di tutti ancorato allo spazio naturale
in cui vive e che lo fa vivere.
Da
qui il rigetto e il sospetto per chi non ha legami: lo zingaro o il
vagabondo, i senza patria per i quali camminare per il mondo è un
fine e non uno spazio tra due luoghi di vita.
Ma
l'uomo non è una pianta, non ha radici, ha due piedi e due gambe per
camminare e per andare altrove. E
poi nemmeno le piante stanno
ferme, non si legano ad un terreno: il vento, gli uccelli portano i
semi, viaggiano, trovano nuovi spazi**.
*
Cesare Pavese: La luna e i falò.
**Jean-Christophe
Bailly :Le dépaysement
martedì 10 settembre 2013
Civitella del Tronto
Il 17 marzo 1861 a Torino, il
parlamento del regno sabaudo adottava
la decisione del re Vittorio Emanuele II di assumere per sé
e per i propri
discendenti il titolo di Re d'Italia. Era la conseguenza dell'epopea
garibaldina e della spedizione piemontese che avevano portato alla,
ancora parziale, unificazione della penisola. Che il re conservasse
l'epiteto di secondo
non è un caso. Il nuovo regno ereditava
dal precedente leggi e regolamenti e, soprattutto,
lo
Statuto
Albertino, non
certo un esempio di costituzione democratica (il
suffragio censitario permetteva a solo
il 2%
della popolazione – maschile – di
votare
per un parlamento che tra
l'altro non
aveva praticamente alcun potere).
Mentre
a Torino, dopo la caduta di Gaeta, si festeggiava il nuovo regno, la
fortezza borbonica di Civitella del Tronto ancora resisteva. Solo tre
giorni dopo, il 20 marzo, la guarnigione
si arrese e
l'esercito piemontese poté occupare il forte.
Sulla
strada che congiunge Teramo ad Ascoli Piceno appare Civitella
del Tronto allungata sulle pendici del suo colle; più in alto, sulla
cresta, parallela al paese è la fortezza borbonica. Appare, quasi a
mezz'aria, tra la costa adriatica e i “Monti Gemelli”, così
detti per la loro evidente somiglianza: la Montagna di Campli e, più
a nord la Montagna dei Fiori.
Nonostante
l'estate ormai inoltrata,
i prati sono ancora verdi e brillano sotto il sole.
Si
entra nel paese passando sotto l'arco della porta medievale. L'antico
decumano (oggi corso Mazzini) attraversa il paese in una lunga
passeggiata.
Le belle case di travertino attenuano con la loro ombra
il caldo della mattinata e gli anziani abitanti ne approfittano per
una pausa e una chiacchierata.
Qua
e là uno spazio si apre sul panorama sottostante da dove sale il
rumore lontano di un trattore al lavoro.
Saliamo
verso la fortezza alla quale ormai
si può
accedere
con una comoda ma certo
non bella scala mobile.
Piazze e rampe si
alternano per centinaia di metri. Le
antiche caserme sono state in parte restaurate e occupano esposizioni
artistiche.
Da ogni lato il panorama è bellissimo. Verso sud sono il
Gran Sasso e la Maiella.
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