E se ora ritorno al mio paese, e ci
incontro Tacconi Otello, che cosa gli dico? Sono certo che nemmeno
stavolta lui dirà niente, ma quel che gli leggerò negli occhi lo so
fin da ora. E io che cosa posso rispondergli? Posso dirgli, guarda,
Tacconi, lassù mi hanno ridotto che a fatica mi difendo, lassù se
caschi per terra nessuno ti raccatta, e la forza che ho mi basta
appena per non farmi mangiare dalle formiche, e se riesco a campare,
credi pure che la vita è agra, lassù.
Erano già gli anni Sessanta, gli anni
del miracolo economico e
gli italiani sognavano l'utilitaria e il televisore. Le
catene di montaggio delle fabbriche del nord correvano sempre più
veloci. I contadini e i pastori del sud, abbandonavano
già pieni
di rimpianto la loro terra e
partivano verso il promesso benessere del triangolo industriale. Il
paese si trasformava a vista d'occhio; nelle periferie i palazzoni
spuntavano come funghi nella notte, costruiti dagli stessi contadini
meridionali trasformatisi in manovali. L'Italia agricola e
sottosviluppata del dopoguerra vendeva ormai elettrodomestici al mondo
intero, ricercati perché
economici, grazie ai salari
di miseria degli operai: a quel tempo turchi
e bengalesi
erano i nostri padri.
Tra
gli intellettuali poche erano le voci critiche che, come Pasolini,
denunciavano una corsa al progresso che era piuttosto corsa al
profitto degli uni e all'alienazione degli altri.
E
tra le poche, quella di Luciano Bianciardi è
stata presto dimenticata. Solo nel
1993,
grazie al saggio di Pino Corrias Vita
agra di un anarchico,
si è riscoperta l'importanza dello scrittore grossetano. Il
titolo del saggio di
Corrias è
un evidente richiamo
al romanzo che Bianciardi ha pubblicato nel
1962: La vita
agra,
riferimento
doveroso dato il carattere ampiamente autobiografico di quest'ultimo.
La
vita agra
è
la
storia di un intellettuale che lascia la provincia grossetana per
andare a Milano con uno scopo ben preciso: vendicare la morte dei 43
minatori di Ribolla, uccisi nel 1954 da un colpo di grisù nella
miniera della Montedison. L'idea
è di fare esplodere il torracchione,
sede
della società.
Ma
le vita nella metropoli non è facile. Il protagonista deve fare i
conti con una società che a poco a poco tenta di inghiottirlo. Si
rende conto ben presto che il suo gesto isolato non avrebbe senso,
solo una presa di coscienza e un'azione collettiva sarebbero
efficaci.
La
vita agra, -il
titolo è un'evidente
contrapposizione alla Dolce vita
felliniana, uscita due anni prima- , è
un libro vitale e
sostanzioso, un testo che
resta, a distanza di più di cinquant'anni di grande modernità anzi,
a tratti, profetico. È
l'espressione piena
di un pensiero eretico:
Occorre che la gente impari a non collaborare, a non farsi
nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha.
Ma
non e solo il contenuto a fare di questo romanzo un'opera importante.
La scrittura di Bianciardi gioca a spiazzare il lettore fin dalla
divagazione filologica di un incipit che si dilunga nella
rievocazione del quartiere di Brera. Si diverte con sottintesi
letterari che mettono a repentaglio le riminiscenze scolastiche del
lettore, tra Manzoni (il securo napoleonico del Cinque
maggio) e Cassola (si sa come son fatte queste ragazze di
Bube), Carducci e Verga: (e sono capaci di mangiare vivo te
con tutta la casa del nespolo).
E
poi richiami storici più o meno velati come quello di Vittorio
Emanuele III: quel gambecorte di un italiano rimasto sul trono
cinquant'anni, ma cosa comandava quel poveretto sposato con la
montanara pecoraia se a Roma c'era quell'altro, quello tutto nero, a
fare e disfare ogni cosa.
E
ancora accumulazioni di sinonimi, termini tecnici o dialettali,
latinismi...
Bianciardi
sembra irridere i manierismi e la ricerca dello Stile; fa
l'occhiolino a Gadda, altro scrittore fuori dalle forme, e costruisce
un romanzo in cui forma e contenuto operano concretamente nello
stesso senso, nella stessa critica radicale al conformismo.
Paradossalmente
il successo del libro, le interviste, la fama, furono fatali a
Luciano Bianciardi. Lui che quando lavorava da Feltrinelli, era stato
licenziato per scarso rendimento è ormai sotto i riflettori
della celebrità. La società dei consumi che aveva voluto denunciare
è riuscita a fagocitare il libro e il suo autore. Ritiratosi a
Rapallo lo scrittore abbandonerà ogni velleità, morendo alcolizzato
a soli 49 anni, nel 1971.