La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



sabato 12 aprile 2014

Minatori nel nord della Francia

Tra il nord della Francia e il Belgio, il bacino minerario occupa una vasta regione che dal dipartimento del Passo di Calais arriva fino alla città di Charleroi. È in sostanza la stessa lunga vena che poi continua verso la Ruhr tedesca.  
Scoperti nel XVIII secolo, questi giacimenti di carbone furono fruttati in maniera sempre più intensa nei secoli successivi, soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale e poi in seguito fino al progressivo abbandono a partire dagli anni 1960; l'ultima miniera del nord della Francia chiuderà il 21 dicembre 1990. 
La "fosse 19" a Loos-en-Gohelle, oggi sede culturale
  Tra il 1720 e il 1990 migliaia di minatori scesi nelle gallerie profonde fino a 1000 metri, scavate per più di 100.000 chilometri hanno estratto più di 2 miliardi di tonnellate di carbone.

A partire dagli anni 1920, Italiani, polacchi, poi algerini e marocchini sono arrivati dai loro paesi per lavorare in condizioni durissime in gallerie anche di solo 40 centimetri di larghezza ad una temperatura che poteva raggiungere i sessanta gradi.
I "Grandi uffici" della compagnia mineraria a Lens
Molti sono morti, uccisi dalle esplosioni del grisù o della polvere di carbone, altri si sono ammalati di silicosi, tutti hanno passato una vita di fatica lontano dal loro paese, spesso vittime del razzismo che all'epoca in questa regione non conosceva ancora i rom ma i ritals (gli italiani) e i polaks e i bougnules (gli arabi).
I "terrils" gemelli a Loos-en-Gohelle. Il più alto arriva a 186 metri.
 Gli accordi bilaterali tra la Francia e i paesi d'origine dei minatori prevedevano l'arrivo di manodopera a buon mercato in cambio della vendita di carbone a prezzi più bassi.

I minatori avevano un salario più alto rispetto agli altri operai. Ma probabilmente questo non bastava per convincerli ad accettare un lavoro così duro. Le società minerarie gareggiavano tra di loro, cercando di attirare gli operai più esperti anche con vantaggi in natura: tra questi un'abitazione relativamente confortabile in quartieri composti da case tutte uguali. 
Panorama dalla cima del "terril".
 Ma le cités, i quartieri dei minatori avevano anche un altro scopo. Chiesa, stadio, negozi, scuole, previdenza sociale e ambulatorio, tutto apparteneva alla società mineraria che riusciva così a tenere sotto controllo i suoi dipendenti in una sorta di regime totalitario che si occupava di loro e delle loro famiglie fino alla morte, dirigendo non solo il loro lavoro ma anche ogni attività del tempo libero: solo i cimiteri erano esclusi dal sistema. Le cité vivevano in uno stato di quasi autarchia. Si volevano evitare i contatti e gli scambi con gli abitanti dei paesi del circondario ma anche quelli con i minatori delle altre unità produttive. Le abitazioni rispettavano uno schema e un codice preciso: la casa del caposquadra era un po' più grande di quella del minatore, quella dell'ingegnere era una ricca abitazione borghese, quella del direttore una sorta di castello. Un elemento importante era il giardino o piuttosto l'orto presente in ogni casa. Il minatore era caldamente invitato a coltivare le proprie verdure ed una guardia della società mineraria passava per verificare le condizioni dell'orto, facendo multe ai refrattari. Si controllava così il tempo libero degli operai, tempo tolto ad un'eventuale attività sindacale o politica. 
Panorama da un "terril" di Loos-en Gohelle
Dopo la seconda guerra mondiale le miniere furono nazionalizzate. Furono allora i dirigenti statali a sostituire l'organizzazione delle compagnie nel ruolo di controllo paternalistico dei minatori. E fu anche necessario allora creare e diffondere tra i lavoratori un sentimento di orgoglio e di fierezza, quella di appartenere ad una sorta di aristocrazia operaia. Questo compito fu assunto in maniera non secondaria dal Partito Comunista Francese e dalla C.G.T. il sindacato da esso controllato. Intriso di nazionalismo e di moralismo non certo rivoluzionari, il segretario del partito Maurice Thorez incitava i minatori a prima lavorare, dopo rivendicare.  
Minatore! Il destino della Francia è nelle tue mani.
Thorez era nato in un paese del bacino minerario ed era stato assunto giovanissimo in una miniera. Era diventato il capo carismatico del P.C.F. e la sua parola, al pari di quella di Togliatti per i comunisti italiani, era indiscutibile. I minatori dovevano secondo Thorez sacrificarsi senza contare per risollevare la Nazione grazie alla vittoria della battaglia del carbone. Ma i comunisti francesi, come gli italiani, furono ben presto esclusi dal governo e le promesse di cambiamento sociale dell'immediato dopoguerra finirono nel dimenticatoio. Nonostante tutto i minatori seppero battersi, per esempio nel 1948 o nel 1963, anche a duro prezzo, prima per ottenere miglioramenti nelle proprie condizioni di vita, poi per cercare di conservare i vantaggi conquistati. E la repressione fu durissima con l'intervento dell'esercito e dei blindati. Con la fine progressiva ma relativamente rapida dello sfruttamento delle miniere la regione ha perso 200.000 posti di lavoro. Anche se non è più la stessa descritta da Emile Zola in Germinale, la zona è economicamente sinistrata e il suo tasso di disoccupazione è il più elevato di Francia. Le cité vivacchiano di contributi statali e di tentativi di riconversione. In questo senso è il progetto, arrivato a buon fine, di iscrizione del bacino minerario tra i beni del patrimonio universale dell'Unesco ed è così, sempre con lo scopo di dinamizzare il territorio, che il museo del Louvre ha aperto su uno degli ex siti, una sede espositiva.
La sede del museo "Louvre-Lens"
Molte delle strutture visibili delle miniere sono state distrutte ma se ne sono conservate alcune come vestigia di quel tempo passato. Restano poi gli emblematici terrils, le colline di scisti e di scorie di estrazione presenti su tutto il territorio. Su uno di questi è stata addirittura installata una pista sintetica di sci. Altri sono diventati rifugi di biodiversità, luoghi per escursioni pedestri e visite pedagogiche di scolaresche. 
Uno stagno sul "terril".
Sono forse il il simbolo più concreto della fatica dei minatori, segno tangibile dei milioni di colpi di piccone che hanno segnato la vita di quegli operai.
 Gli ex minatori stanno poco a poco scomparendo, resta il ricordo di un'epopea di fatica ma anche di lotte e di battaglie.

 

domenica 30 marzo 2014

Fratelli


Candido andò in America
Morì, e solo la fotografia della sua tomba
Tornò ai suoi vecchi.
Chissà cosa aveva trovato
A New York prima di finire
Sotto quella lastra bianca, in quel prato
Che si immagina verde come un prato americano.

Gustavo era andato meno lontano,
Tornò un giorno,
Portava una valigia riempita di pasta.
Lo si incontrava a passeggio
Con il suo cappello elegante
E il suo bastone.
Parlava molto, diceva di sapere
E i rudi abitanti non lo capivano.

Ettore non era mai partito
Aveva venduto il mulo e comprato un trattore,
Continuava a togliere pietre
Per piantare patate.
Ma non era contento
E il figlio lo sapeva bene,
Ogni giorno lo riscopriva.

E Caterina che da anni non aveva
Lasciato la sua sedia di vimini
Con i piedi accanto al braciere
Guardando al di là della porta aperta
Sperava che qualcuno portasse notizie.

mercoledì 19 marzo 2014

Beppe Fenoglio: Il Partigiano Johnny

Johnny sedeva e fumava al limite della pioggia. Fare il partigiano era tutto qui: sedere, per lo più su terra o pietra, fumare (ad averne), poi vedere un o fascisti, alzarsi senza spazzolarsi il dietro, e muovere a uccidere o a essere uccisi, a infliggere o ricevere una tomba mezzostimata, mezzoamata.* 
In poche righe de Il Partigiano Johnny è già evidente il carattere antiretorico della Resistenza descritta da Beppe Fenoglio.
Un'antiretorica che è nel contenuto ma anche nella forma, in una lingua inattesa e inaudita tra le voci del mondo letterario italiano dell'epoca.
Certo, è stato sottolineato, non si tratta che di un abbozzo, senza dubbio lo scrittore non aveva ancora terminato il suo lavoro e non l'avrebbe mai pubblicato così. Ma è forse proprio il carattere grezzo dell'opera a farne emergere la forza e l'originalità. Il testo, soprattutto nella prima parte, è inframezzato di termini, espressioni o intere frasi in inglese (una versione completamente in inglese fu trovata tra le carte) e non si sa se Fenoglio avesse voluto lasciarli in una stesura definitiva: aveva detto, forse non per scherzo, di scrivere in inglese e poi di tradurre in italiano. Ma gli intarsi in inglese non sono la sola particolarità della prosa di questo libro. Fenoglio inventa neologismi, crea da verbi aggettivi e sostantivi o viceversa. Scuote la sintassi, anticipa l'aggettivo, creando un ritmo sorprendente e inaspettato. A più di cinquant'anni dalla sua scrittura, Il Partigiano Johnny colpisce innanzitutto per una prosa fuori dagli schemi che si dispiega in uno stile personalissimo e inconfondibile. È una lingua nuova, nel senso tutto materiale dell'espressione, creata dall'autore e che non assomiglia a nessun'altra:
Guadagnò la breccia, s'inerpicò per il suo coloso sentiero e fu sulle falde della gigantesca, mammutica collina di Mango. Ondosamente incombevano su lui i boschi neri, come carboniosi, e gli aperti, sfuggenti prati, su alcuni dei quali stavano greggi al pascolo, apparentegli così alti ed immoti come una torma di massi erratici arrestati da una mano miracolosa a mezzo dei vertiginosi pendii.*
Per molti versi autobiografico, il libro di Fenoglio è lontano dalla letteratura resistenziale a volte troppo celebrativa dell'immediato dopoguerra. La scoperta e la pubblicazione tardiva del testo furono forse un vantaggio per la sua ricezione; probabilmente la scelta badogliana di Johnny-Fenoglio avrebbe ispirato reticenze più forti in un periodo di speranze epocali che dava poco spazio alle sfumature. Lo scrittore, conservatore nell'animo, non è tenero con i partigiani comunisti.
Il libro fu pubblicato nel 1968, Fenoglio era morto cinque anni prima. Fu l'editore Einaudi ad occuparsene e non fu cosa facile. Tra le carte dello scrittore, si erano trovati due dattiloscritti le cui storie, entrambe incomplete e prive di inizio, si incrociavano. Con una scelta evidentemente (troppo?) arbitraria, i curatori, tra i quali Lorenzo Mondo, decisero di riunire parti delle due stesure per farne un unico racconto: il cambiamento di stile è abbastanza netto e evidente tra la prima e la seconda parte del romanzo.
Inventarono un titolo che mancava.
Mancava anche la data di stesura e un acceso dibattito si aprì subito tra chi collocava Il Partigiano Johnny tra i primi scritti di Fenoglio e chi lo considerava come il primo abbozzo di un grande romanzo sulla Resistenza ancora da completare. Nel 1978 Maria Corti pubblicò un'edizione critica dei due dattiloscritti e ancora negli anni '90 Dante Isella curò una nuova, diversa, edizione. È però la prima, quella del 1968 la versione di cui vi parlo.
Il romanzo si presenta come la ripresa di Primavera di bellezza, pubblicato nel 1959. Il protagonista, (che alla fine del precedente romanzo era morto), è ancora Johnny appunto, studente appassionato di letteratura inglese che decide di unirsi ai partigiani sulle colline delle Langhe.
Dopo una prima esperienza, conclusasi drammaticamente, tra i garibaldini comunisti, Johnny si unisce agli azzurri filomonarchici, più vicini alle sue concezioni ideologiche, partecipando alla effimera liberazione di Alba.
Le Langhe, e soprattutto Alba, sono al centro dell'universo di Fenoglio. Lo scrittore ha sempre vissuto nella città in cui era nato nel 1922 e se n'è allontanato solo per brevi periodi. Alba, dove lavorava in una ditta enologica, è anche il centro del suo mondo letterario. Fenoglio è tenacemente legato ad Alba, è là che scrive e di essa parla, della sua gente e delle sue colline. I suoi testi però sono lontanissimi da un eventuale regionalismo e non c'è nulla nei suoi romanzi del bozzetto paesano. Così è per esempio quando il narratore Johnny si sofferma ad osservare la città:
La città episcopale giaceva nel suo millenario sito, coi suoi rossi tetti, il suo verde diffuso, tutto smorto e vilificato dalla luce non luce che spioveva dal cielo, tenace e fissa e livida come una radiazione maligna. Ed il suo fiume – grosso, importante fiume, forse più grande di essa, forse beyond her worth- le appariva dietro, not fullbodied, unimpressive and dull come infantile riproduzione di fiume in presepio. E la mutilazione del ponte che lo varcava, lo squarcio delle bombe inglesi, faceva si che apparisse lampante la collimazione dello sporco cielo con lo sporco ponte. Johnny poteva quasi vedere il traffico del traghetto a valle del ponte; un frettoloso nasty traffico, necessitato da odiati bisogni, ammorbato dalla paura. E la campagna circostante partecipava di quello svilimento, priva del tutto del presmalto della imminente primavera. Oltre il fiume, nella campagna esemplare, gli alberi scuri e sinistri componevano una virgolatura imponente ma misteriosa sul disteso verde smorto, plumbeizzato.*
Johnny-Fenoglio non si considera un eroe e non aspira nemmeno a diventarlo. La sua scelta partigiana è prima di tutto una scelta etica. Si rende conto definitivamente della necessità dell'azione quando partecipa, con altri alla liberazione degli ostaggi, incarcerati dai fascisti come rappresaglia contro i giovani figli renitenti alle armi. Un'azione che all'inizio non è ancora presa di posizione: uno stuolo di ragazzi di una data città aveva fatto il diavolo a quattro unicamente per rimediare ad una porcheria consumata in una detta città.* Ma è in quel momento che il protagonista si rende conto che unirsi ai partigiani è per lui un dovere da compiere, non alla ricerca della gloria ma semplicemente per continuare a sentirsi umano.
La Resistenza è un'interruzione di quella che per lui era l'attività essenziale della sua vita: scrivere. E le due cose gli sembrano inconciliabili: La penna l'ho lasciata a casa e con essa sintassi e grammatica. Per tutto il tempo che starò qui non intendo stringere in mano che un fucile* risponde
 Johnny al capo partigiano che gli propone di scrivere per un giornale.
Sotto la forma del romanzo Fenoglio racconta la sua personale esperienza di vita tra i partigiani. È una vita raramente gloriosa, fatta di pioggia e di fango, di piccolezze umane e di lunghe attese, di paure e di morti poco gloriose: per incidenti stradali o scoppi imprevisti di ordigni. Anche i personaggi più nobili che il protagonista incontra muoiono sconfitti, senza gloria.
Il Partigiano Johnny ha come tela di fondo la Resistenza ma la storia che esso racconta assume un valore universale. Fenoglio ha scritto un libro che parla dell'umanità, delle sue lotte e delle sue debolezze. È stato detto con giustezza che la storia è quella dello scontro tra Achille e Ettore. E Fenoglio preferisce trovarsi dalla parte di Ettore.
Di quell'epopea storica lo scrittore non racconta la grandezza e l'eroismo, l'esultanza della primavera del 1945 ma preferisce parlare delle sconfitte, delle perplessità e delle incertezze dell'inverno che precedette la liberazione dal fascismo. Un tragico inverno segnato dal funesto proclama del generale inglese Alexander che chiedeva, incomprensibilmente, ai particigiani di abbandonare la lotta e di tornare a casa. La storia vissuta da Johnny non è un rettilineo cammino verso la libertà ma è fatta di tortuose svolte, di dubbi, incomprensioni e drammi.
Fu l'esperienza partigiana che permise a Fenoglio di affermare la sua vocazione per la scrittura. Un'esperienza però che, indipendentemente da questo dato, fu un momento essenziale nella sua vita.
Non a caso volle, sulla tomba che lo accolse a soli quarant'anni, due aggettivi riuniti per riassumere il senso della sua esistenza: Partigiano e Scrittore.
*Beppe Fenoglio: Il Partigiano Johnny Einaudi 

venerdì 7 marzo 2014

Clemente Gemmano


Altro ci vorrebbe
Non solo luce parole e suono
Quando aspettando
A lungo
Passano strani e straordinari pensieri.
Come l'altro il giorno scorre
Finisce, con l'inatteso sole
E poi, ancora giorni
O solo ricordi.

martedì 25 febbraio 2014

Mariusz Wilk: Appunti di un lupo

Prendete delle placchette di ferro, dotate di fori per poterle infilare in uno spago e così tirarle fuori più facilmente dal bagno. Se ne siete sprovvisti, prendete delle vecchie serrature, vecchie chiavi o vecchie catene. Potete usare del ferro non corroso, ma certi preferiscono invece della ferraglia arrugginita, e anche le battiture che schizzano sotto il martello del fabbro. Mettete il metallo e le noci di galla pestate grossolanamente, in un recipiente nel quale si formerà l'acido gallico, che potrete usare per otto o dieci anni. Le noci di galla sono delle escrescenze dovute a particolari insetti, che si formano sulle quercie. Sceglietele con cura perché ce ne sono di dure, di verdi e macchiate, di scolorite. Pestate, spruzzate con acqua mischiata a kwas (o succo di cavolo marinato) e mettete da parte al riparo dalla luce, oppure immergete immediatamente il metallo nella soluzione. Versate poi nell'acido ottenuto un decotto di foglie di quercia, di ontano o di frassino. Strappate la corteccia a primavera, appena la linfa sale, e fatela seccare – la corteccia secca da una tinta più scura. Fate bollire fino a evaporazione in un recipiente di rame. Aggiungete del liquido e scaldate a fuoco basso fino ad ispessimento. Passate in un crivello e pressate. Poi passate in un setaccio più fine e pressate. Infine passate in una tela e pressate di nuovo. Versate quindi questo decotto nell'acido. Per ottenere sali ferrugginosi, aggiungete del miele, della birra d'orzo, o del vino, rosso di preferenza. Mettete il recipiente di tchernilo al riparo della luce e mescolate più volte al giorno. Il processo si effettua lentamente: contate tra i dodici e i quattordici giorni. Temperate con un decotto di luppolo per evitare la muffa. Se il tchernilo passa attraverso la carta aggiungete della gomma di ciliegio per indurirlo; se volete che scorra più facilmente sotto la penna, aggiungete dei chiodi di garofano o dello zenzero...
Questa ricetta di inchiostro (tchernilo) è tratta da un libro di ricette del XVI secolo. Gli scribi del monastero non erano autorizzati a prendere in mano una penna prima di aver fabbricato essi stessi il proprio tchernilo.

Mariusz Wilk, giornalista polacco nato nel 1955, fece parte dell'opposizione alla dittutura di Jaruzelski e finì anche in prigione. Nel 1991 si stabilì sulle isole russe di Solovki, nel mar Bianco, all'estremo nord del paese, dove restò sei anni. Per Wilk non si trattava di andare in volontario esilio ma, all'indomani del crollo dell'impero sovietico, di cercare un punto di vista emblematico per osservare e raccontare i cambiamenti della società.
Solovki è stata nel passato la sede di un importante monastero, meta di pellegrinaggio per gli ortodossi russi. Dopo la rivoluzione del 1917 divenne luogo di reclusione, uno dei primi gulag sovietici. In una serie di articoli pubblicati in Francia dalla rivista polacca Kultura, Mariusz Wilk (il suo cognome in polacco vuol dire lupo) ne ha descritto il paesaggio rude e affascinante, l'esistenza e il carattere del migliaio abitanti dalla vita inquieta e caotica.

lunedì 10 febbraio 2014

Luciano Bianciardi: La vita agra

E se ora ritorno al mio paese, e ci incontro Tacconi Otello, che cosa gli dico? Sono certo che nemmeno stavolta lui dirà niente, ma quel che gli leggerò negli occhi lo so fin da ora. E io che cosa posso rispondergli? Posso dirgli, guarda, Tacconi, lassù mi hanno ridotto che a fatica mi difendo, lassù se caschi per terra nessuno ti raccatta, e la forza che ho mi basta appena per non farmi mangiare dalle formiche, e se riesco a campare, credi pure che la vita è agra, lassù.

Erano già gli anni Sessanta, gli anni del miracolo economico e gli italiani sognavano l'utilitaria e il televisore. Le catene di montaggio delle fabbriche del nord correvano sempre più veloci. I contadini e i pastori del sud, abbandonavano già pieni di rimpianto la loro terra e partivano verso il promesso benessere del triangolo industriale. Il paese si trasformava a vista d'occhio; nelle periferie i palazzoni spuntavano come funghi nella notte, costruiti dagli stessi contadini meridionali trasformatisi in manovali. L'Italia agricola e sottosviluppata del dopoguerra vendeva ormai elettrodomestici al mondo intero, ricercati perché economici, grazie ai salari di miseria degli operai: a quel tempo turchi e bengalesi erano i nostri padri.
Tra gli intellettuali poche erano le voci critiche che, come Pasolini, denunciavano una corsa al progresso che era piuttosto corsa al profitto degli uni e all'alienazione degli altri.
E tra le poche, quella di Luciano Bianciardi è stata presto dimenticata. Solo nel 1993, grazie al saggio di Pino Corrias Vita agra di un anarchico, si è riscoperta l'importanza dello scrittore grossetano. Il titolo del saggio di Corrias è un evidente richiamo al romanzo che Bianciardi ha pubblicato nel 1962: La vita agra, riferimento doveroso dato il carattere ampiamente autobiografico di quest'ultimo.
La vita agra è la storia di un intellettuale che lascia la provincia grossetana per andare a Milano con uno scopo ben preciso: vendicare la morte dei 43 minatori di Ribolla, uccisi nel 1954 da un colpo di grisù nella miniera della Montedison. L'idea è di fare esplodere il torracchione, sede della società.
Ma le vita nella metropoli non è facile. Il protagonista deve fare i conti con una società che a poco a poco tenta di inghiottirlo. Si rende conto ben presto che il suo gesto isolato non avrebbe senso, solo una presa di coscienza e un'azione collettiva sarebbero efficaci.
La vita agra, -il titolo è un'evidente contrapposizione alla Dolce vita felliniana, uscita due anni prima- , è un libro vitale e sostanzioso, un testo che resta, a distanza di più di cinquant'anni di grande modernità anzi, a tratti, profetico. È l'espressione piena di un pensiero eretico: Occorre che la gente impari a non collaborare, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha.
Ma non e solo il contenuto a fare di questo romanzo un'opera importante. La scrittura di Bianciardi gioca a spiazzare il lettore fin dalla divagazione filologica di un incipit che si dilunga nella rievocazione del quartiere di Brera. Si diverte con sottintesi letterari che mettono a repentaglio le riminiscenze scolastiche del lettore, tra Manzoni (il securo napoleonico del Cinque maggio) e Cassola (si sa come son fatte queste ragazze di Bube), Carducci e Verga: (e sono capaci di mangiare vivo te con tutta la casa del nespolo).
E poi richiami storici più o meno velati come quello di Vittorio Emanuele III: quel gambecorte di un italiano rimasto sul trono cinquant'anni, ma cosa comandava quel poveretto sposato con la montanara pecoraia se a Roma c'era quell'altro, quello tutto nero, a fare e disfare ogni cosa.
E ancora accumulazioni di sinonimi, termini tecnici o dialettali, latinismi...
Bianciardi sembra irridere i manierismi e la ricerca dello Stile; fa l'occhiolino a Gadda, altro scrittore fuori dalle forme, e costruisce un romanzo in cui forma e contenuto operano concretamente nello stesso senso, nella stessa critica radicale al conformismo.
Paradossalmente il successo del libro, le interviste, la fama, furono fatali a Luciano Bianciardi. Lui che quando lavorava da Feltrinelli, era stato licenziato per scarso rendimento è ormai sotto i riflettori della celebrità. La società dei consumi che aveva voluto denunciare è riuscita a fagocitare il libro e il suo autore. Ritiratosi a Rapallo lo scrittore abbandonerà ogni velleità, morendo alcolizzato a soli 49 anni, nel 1971.

mercoledì 1 gennaio 2014

Albert Camus: Taccuini

Si tratta prima di tutto di tacere - sopprimere il pubblico e sapersi giudicare. Equilibrare un'attenta cultura del corpo con un'attenta coscienza del vivere. Abbandonare ogni pretesa e intraprendere una duplice opera di liberazione – dal denaro e dalle proprie vanità e bassezze. Vivere in regola. Due anni non sono troppi in una vita per riflettere su un solo punto. Occorre liquidare ogni stato anteriore e mettere tutte le proprie forze prima di tutto nel non disimparare nulla, poi, pazientemente, nell'imparare.