La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



venerdì 20 settembre 2013

Radici

Francesco Guccini incide nel 1972 nell'album Radici una delle canzoni (quella che dà il titolo al disco) più riuscite della sua lunga carriera. Sulla copertina la foto color seppia di una famiglia tradizionale, del primo Novecento forse. Uomini con baffi e panciotto, donne con lunghe gonne e tutti con l'aria un po' impettita, di chi si è messo in ghingheri per la fotografia ma che è pronto a tornale al lavoro nei campi. Sul retro una foto più moderna sulla quale il cantante si mette in scena con la sua compagna e un gatto. Evidente la volontà di dialogo tra le due immagini, con ciò che è cambiato e ciò che resta. Perché il tema del 33 giri, - come si usava qualche tempo fa le canzoni sono legate da un filo conduttore - è quello delle radici appunto.
È un tema che da quegli ormai lontani anni Settanta non è passato di moda, tutt'altro, ma che non è mai facile da affrontare. La citazione da La luna e i falò, di Cesare Pavese che, non ha caso, è stata scelta per introdurre questo spazio di appunti, è emblematica. L'opposizione, o piuttosto direi il legame, è tra la necessità di avere un luogo in cui riconoscere la propria storia personale e il bisogno di muoversi è di seguire il fischio del treno che sera e mattina correva lungo il Belbo facendomi pensare a meraviglie, alle stazioni e alle città.*
Oggi tutti cercano le proprie radici necessarie, si dice, per ritrovare valori che un mondo globalizzato ha fatto scomparire. Radici nella tradizione popolare, nell'alimentazione, nella musica. Un'idea che è stata fatta propria dalla cultura cosiddetta alternativa. Così l'artigianato è osservato con interesse, contrapposto all'industria; si riscoprono verdure e legumi che erano stati dimenticati; si riscopre la lentezza come valore positivo opposto alla frenesia del progresso.
Ma lo sguardo indietro, verso le radici, può anche diventare reazionario, riflesso identitario e xenofobo soprattutto quando è ripiegamento sul territorio e sull'etnia. “La terra non mente” era uno degli slogan del regime fascista di Vichy. Il contadino è fonte di saggezza perché più di tutti ancorato allo spazio naturale in cui vive e che lo fa vivere.
Da qui il rigetto e il sospetto per chi non ha legami: lo zingaro o il vagabondo, i senza patria per i quali camminare per il mondo è un fine e non uno spazio tra due luoghi di vita.
Ma l'uomo non è una pianta, non ha radici, ha due piedi e due gambe per camminare e per andare altrove. E poi nemmeno le piante stanno ferme, non si legano ad un terreno: il vento, gli uccelli portano i semi, viaggiano, trovano nuovi spazi**.
* Cesare Pavese: La luna e i falò.
**Jean-Christophe Bailly :Le dépaysement

martedì 10 settembre 2013

Civitella del Tronto

Il 17 marzo 1861 a Torino, il parlamento del regno sabaudo adottava la decisione del re Vittorio Emanuele II di assumere per sé e per i propri discendenti il titolo di Re d'Italia. Era la conseguenza dell'epopea garibaldina e della spedizione piemontese che avevano portato alla, ancora parziale, unificazione della penisola. Che il re conservasse l'epiteto di secondo non è un caso. Il nuovo regno ereditava dal precedente leggi e regolamenti e, soprattutto, lo Statuto Albertino, non certo un esempio di costituzione democratica (il suffragio censitario permetteva a solo il 2% della popolazione – maschile – di votare per un parlamento che tra l'altro non aveva praticamente alcun potere).

Mentre a Torino, dopo la caduta di Gaeta, si festeggiava il nuovo regno, la fortezza borbonica di Civitella del Tronto ancora resisteva. Solo tre giorni dopo, il 20 marzo, la guarnigione si arrese e l'esercito piemontese poté occupare il forte.
Sulla strada che congiunge Teramo ad Ascoli Piceno appare Civitella del Tronto allungata sulle pendici del suo colle; più in alto, sulla cresta, parallela al paese è la fortezza borbonica. Appare, quasi a mezz'aria, tra la costa adriatica e i “Monti Gemelli”, così detti per la loro evidente somiglianza: la Montagna di Campli e, più a nord la Montagna dei Fiori.

Nonostante l'estate ormai inoltrata, i prati sono ancora verdi e brillano sotto il sole.
Si entra nel paese passando sotto l'arco della porta medievale. L'antico decumano (oggi corso Mazzini) attraversa il paese in una lunga passeggiata. 
Le belle case di travertino attenuano con la loro ombra il caldo della mattinata e gli anziani abitanti ne approfittano per una pausa e una chiacchierata.

 Qua e là uno spazio si apre sul panorama sottostante da dove sale il rumore lontano di un trattore al lavoro.
Saliamo verso la fortezza alla quale ormai si può accedere con una comoda ma certo non bella scala mobile. 
Piazze e rampe si alternano per centinaia di metri. Le antiche caserme sono state in parte restaurate e occupano esposizioni artistiche. 
Da ogni lato il panorama è bellissimo. Verso sud sono il Gran Sasso e la Maiella.







venerdì 30 agosto 2013

Ome se nasce, brigande se more

È in occasione del centocinquantesimo anniversario dell'unificazione italiana che si è tornati a parlare, anche fuori dai circoli di ricercatori, del fenomeno del brigantaggio nell'Italia meridionale. Una lettura più critica dell'epopea garibaldina e delle sue conseguenze e implicazioni ha riportato alla luce fatti occultati o deformati dalla storiografia ufficiale. L'immagine un po' manichea che vedeva i “liberatori” piemontesi battersi contro le forze reazionarie ostili al progresso sociale non appare più ormai così limpidamente definita.
Quella del brigante è certamente tra le figure che hanno avuto un ruolo importante nel periodo storico immediatamente successivo alla spedizione dei Mille. Sono personaggi che hanno suscitato sentimenti contraddittori: fascino, per la loro immagine di uomini liberi e dalla vita avventurosa; paura, per la violenza e la spregiudicatezza delle loro azioni.
Le ragioni dello svilupparsi del fenomeno furono molteplici: rigetto del nuovo potere e fedeltà ai Borboni, rifiuto del servizio di leva prima inesistente, delusione per le promesse non mantenute dal nuovo potere, senza dimenticare il più banale banditismo dedito a furti e razzie.
A Castel del Monte, sotto l'impulso dell'ex sindaco Mario Basile, appassionato riscopritore della storia locale alla quale ha già dedicato alcuni interessanti libri, uno spettacolo itinerante, ormai alla seconda edizione, nelle vie dell'antico borgo medievale ha ritracciato alcuni aspetti dell'epopea del brigantaggio.
Nelle piazzette del paese, luoghi ideali per la messa in scena dello spettacolo, un gruppo attori amatori ha recitato (e cantato) riportando alla luce fatti di storia locale, inframezzati da considerazioni e letture atte e chiarire e a dare una spiegazione agli avvenimenti.
Uno spettacolo riuscito, di teatro popolare nel miglior senso del termine, che anche grazie all'impegno dei partecipanti (dallo studente al muratore), ha saputo coinvolgere i numerosi spettatori che, per gruppi, si spostavano da una scena all'altra in una suggestiva passeggiata notturna. 





















domenica 18 agosto 2013

Emeric Fisset: L'ebbrezza del camminare

L'ivresse de la marche, tradotto in italiano con lo stesso titolo: L'ebbrezza del camminare e pubblicato dalle edizioni Ediciclo, è un libretto di una novantina di pagine. Esile ma ricco di idee. Un piccolo manuale di filosofia del viandante che si legge rapidamente ma che si medita lungamente; un'acuta riflessione sul senso del camminare e sulle sue implicazioni.
L'autore non è solo un teorico - tra l'altro responsabile di una casa editrice francese Transboréal che ha come tema essenziale il viaggio a piedi - ma, prima di tutto, un appassionato viaggiatore. Ha percorso strade e sentieri ai quattro angoli del mondo, dall'Asia all'Africa all'America: a piedi, in bicicletta, con gli sci. Nel 1984 è
Partito da Parigi e, dopo aver attraversato diciassette paesi, è arrivato, due anni e 12500 chilometri dopo, a Roma.
Dal 1999 viaggiava per il mondo in compagnia di Julie Boch con la quale aveva camminato in Sudamerica o nella penisola della Kamchatka, nell'estremo oriente russo. Il loro sodalizio ha avuto un tragico epilogo nell'estate del 2011. Mentre i due si dirigevano verso le sorgenti dell'Ob, su una strada in costruzione, lontano da tutto, Julie Boch è morta, vittima di un impensabile incidente stradale. Per perpetuare il suo impegno per la condivisione delle conoscenze e promuovere i lavori di ricercatori che testimoniano alte qualità intellettuali – acutezza dell'osservazione, curiosità universale, distanza critica – e morali – etica dell'azione, generosità, disinteresse – di cui lei ha dato prova, Emeric Fisset ha fondato la Società degli amici di Julie Boch.
In questo breve saggio, che a Julie Boch è dedicato, Emeric Fisset, alla maniera del filosofo americano Henry David Thoreau, fa l'apologia del viaggio a piedi.
Viaggio quindi, non escursione, trekking, passeggiata con andata e ritorno programmati da parcheggio a parcheggio. Viaggio senza tappe prestabilite, senza tempi prestabiliti, senza record da battere e senza data di ritorno.
Secondo Fisset viaggiare in questo modo implica l'abbandonarsi allo spazio e al tempo. Dopo aver stabilito una direzione o una meta, lasciarsi trasportare dagli eventi e dalla casualità degli incontri e della strada.
Viaggiare a piedi permette di riallacciare il contatto con gli altri esseri: umani, animali e vegetali. I nomi dei luoghi attraversati si iscrivono perennemente nella memoria meglio che in un atlante geografico. Percorrere a piedi un territorio dà alla sua scoperta una sensazione di ebbrezza appunto, impossibile da dimenticare.
Camminare soli piuttosto che in compagnia facilita - rende quasi obbligatorio - l'incontro, il contatto con l'altro a cui chiedere un'informazione, un posto per dormire o solo un bicchiere d'acqua.
E anche se lo scambio si limita a luoghi comuni - per un francese ci saranno le inevitabili domande sul calciatore famoso o sulla torre Effeil - piuttosto che su questioni culturali o artistiche, esso sarà nondimeno proficuo e ricco. Sarà il contatto umano, al di là delle incomprensioni e della barriera linguistica che, miracolosamente, riuscirà a creare legami profondi. Così Emeric Fisset descrive l'incontro con due anziani contadini nel nord della Finlandia. Nessuna possibilità di scambio linguistico con due persone che probabilmente non si erano mai allontanate dalla loro isba. Eppure una relazione forte e intensa si stabilisce, sorprendente e straordinaria: [...] per tutta la sera, nel nostro desiderio di scambio, parlammo ciascuno nella propria lingua materna e ci capimmo. Grazie alla disponibilità mentale in cui li aveva portati il loro isolamento invernale, grazie alla sensibilità acutissima che il lungo cammino aveva sviluppato in me, percepivamo come per magia, le vibrazioni della lingua dell'altro senza conoscerne minimamente né il vocabolario né la grammatica.
Partire così all'avventura significa rinunciare alla sicurezza di un pasto e di un letto. È questo il primo sforzo del sedentario che vuole diventare nomade. Superato lo scoglio, abbandonata la preoccupazione che l'allontanamento dalle persone care procura, si entra nel nuovo spazio di vita. E poi paradossalmente - dice Fisset - più l'umanità ci è lontana più apprezzeremo il suo contatto e ce ne sentiremo partecipi. Ma soprattutto il viandante deve spogliarsi di tutti di orpelli che fanno del viaggio un evento. Rinunciare all'idea di impresa sportiva e alla luce dei proiettori che ne è spesso associata, alle ragioni pseudoscientifiche o falsamente umanitarie (camminare per aiutare, per raccogliere fondi, per far conoscere...)
Il viaggio verso una destinazione diventa così, senza volerlo, pellegrinaggio, non solo perché la fatica, le privazioni (fame, sete, solitudine) ne fanno quasi un percorso ascetico ma anche grazie al contatto e all'esposizione permanente agli elementi atmosferici e naturali; perché la meta, a poco a poco idealizzata, assume, anche al di fuori di ogni riferimento religioso, il carattere del sacro.

lunedì 12 agosto 2013

Dante Aloisi;

Una modesta locandina, affissa qua e là nelle vie del paese, invitava alla presentazione di un libro di poesie sulla terrazza di uno dei bar del posto: avvenimento raro che ci ha attirati incuriositi e anche un po' ammirativi per un'iniziativa non banale.
Il poeta, dal nome – è stato fatto notare – forse predestinato, è Dante Aloisi, un giovane studente in fisica ma anche appassionato di filosofia e poi (soprattuto?) di poesia.
Ad accompagnare Dante Aloisi erano due relatori che hanno sottolineato l'uno, Giancarlo Giustizieri, l'interesse stilistico della raccolta, l'altro, Claudio Amicantonio, le implicazioni filosofiche della visione del mondo del poeta.
Gli interventi degli specialisti sono stati inframezzati dalla suggestiva lettura di alcune delle liriche fatta da due attori in un tono più che convincente, accompagnati da un gruppo corale che, assieme ai tuoni cupi di un temporale (che però si è limitato alla minaccia), ha dato all'avvenimento un fascino tutto particolare.
Dante Aloisi ha solo venticinque anni, giovane è stato detto, ma se il “mestiere di poeta” richiede studio e ricerca, non è detto che occorra attendere un'età canonica per esprimere cose nuove e farlo con pertinenza; dopotutto Rimbaud -senza voler fare confronti intempestivi- non aveva che 17 anni quando scrisse gli ultimi suoi versi.
Nei testi di Dante Aloisi traspare un universo che molto ha in comune con il pessimismo leopardiano. Il mondo che ci circonda funziona e si struttura su falsi valori: materialismo, consumismo, necessità di prevalicare gli altri per affermarsi; un continuo e inutile affannarsi dell'Uomo verso una sorte che è già scritta e che è uguale per tutti: Si ascoltano voli/che non hanno meta,/si lanciano voci/che neanche il vento porta./In fondo ognuno/ha freddo,/ma nessuno se ne cura;/non più di quel male/che il dolore si dà dentro. 
Il bisogno di pensare, di analizzare il reale per cercare di capirlo, anche se in definitiva può apparire velleitario, è però necessario, perché come diceva l'Ulisse, personaggio dell'”altro” Dante: fatti non fummo per viver come bruti.
Nel nichilismo che sembra prevalere, la poesia appare come un rifugio, un momento se non appagante, almeno lenitivo nella condanna senza appello che è la vita: Regola non v'è/in questo strano gioco/impossibile è vincere/perdere è certezza.
Rispetto alla visione leopardiana, la Natura non ha però sempre quel ruolo di matrigna che il poeta recanatese le ha tante volte attribuito. Essa è fortemente presente nelle liriche di Aloisi. A volte dura e impietosa: il cafone più in là/dà tremende zappate,/ed il sole lo cuoce/e di lui non si cura ma altrove confortante e serena: La soffusa dolcezza/di una notte silente,/tra febbrili luccichii/su un manto di pece,/si ode la pace/di Terra dormente.
Dante Aloisi è legato a Castel del Monte, alle sue montagne e alla sua gente. I paesaggi e i volti che animano le sue poesie non sono astratti frutti dell'immaginario ma sono quelli concreti di queste valli e di questi colli. E spesso lo spunto autobiografico emerge con sensibilità e affetto come nei versi di Saluto a Giovanni: In memoria di un grand'uomo/che alle lacrime/preferisce sorriso e sudore.
Montagne brulle e rocciose, estati assolate ed inverni fatti di nebbie e bufere. Un mondo difficile e austero nel quale La Natura mostra/all'uomo irrispettoso/ch'ivi giacque nella bella stagione,/l'odore lento e silenzioso/della morte sovrana.
Numerosi i richiami a Leopardi, come nell'esplicito Infinito: L'ingenua varietà mutevole/di una madre verde,/nei viaggi e nei tempi,/si dipinge, si macchia,/si dona meraviglie;/tra immobili picchi/declivi ardui scoscesi,/sprofonda di pensieri,/nei rivi disseta,/e plana sui pini/distende tra faggi,/riposa sull'erbe speranze. Un omaggio a Leopardi quindi ma anche un richiamo a un certo universo panico dannunziano, quello per esempio della Pioggia nel pineto.
È nel divagare tra le pietre di queste montagne, nei silenzi invernali fatti di rari incontri che Dante Aloisi trova la sua ispirazione. Non lupo solitario però; cosciente del mondo circostante, impegnato nella comunità (è consigliere comunale ma non solo) il giovane poeta ha scelto una strada difficile e che può apparire velleitaria ma che in fondo svela una fiducia nella natura umana e una volontà di resistenza al presente che va lodata: Qualcuno scrive/per lasciare un ricordo./Qualcuno scrive per ottenere gloria dal suo pensare./Qualcuno scrive/per trovare conforto/negli occhi di chi leggerà./ Io scrivo/per insegnare alle persone/la bellezza dell'uomo,/la migliore creatura di un creato mai creato,/e la sua tragica caducità,/in un eterno inafferrabile.

venerdì 5 luglio 2013

Pratola Peligna



Ad una prima impressione Pratola Peligna sorprende per la sua luminosità. Forse perché invece della pietra troviamo, almeno nei quartieri più recenti, belle palazzine dai colori caldi e con fiori al balcone.







Le statue sul frontone del teatro cittadino si stagliano contro l'azzurro del cielo e sembrano osservare i due ragazzi che chiacchierano da una finestra all'altra. La piazzetta è animata da un gruppo di anziani che, snobbando i tavolini del bar approfittano del muretto vicino. La fontana con i suoi quatto cigni sputanti acqua copre un po' con il suo gorgoglio le voci della gente.
Abruzzo paesano. Né quello cittadino dei capoluoghi, né quello turistico delle spiagge, delle montagne o dei parchi; anche se questi ultimi non sono lontani. Al centro della valle Peligna, con il Morrone a fare da sipario, Pratola vi accoglie senza enfasi ma con una certa leggerezza.
Il paese ha saputo resistere meglio di altri all'emigrazione che ha svuotato tanti borghi e mostra, almeno in apparenza, una certa vitalità.
Meta di fervore religioso, il santuario della madonna della Libera attira ancora ai nostri giorni devoti e pellegrini.
Come spesso, in questa regione ricca di santuari e di vestigia di misticismo, la spiritualità si mescola alla superstizione, alle credenze e alle leggende ed è da questo crogiolo che si tramanda una cultura popolare che sembra destinata a sopravvivere ancora a lungo.
Ogni anno nel mese di maggio, un nutrito gruppo di pellegrini: la Compagnia di Gioia dei Marsi percorre, attraverso la montagna i trenta chilometri che separano Gioia da Pratola per onorare l'immagine miracolosa della madonna.



giovedì 13 giugno 2013

François-Xavier de Villemagne: Pèlerin d'occident

Ho sentito parlare per la prima volta di François-Xavier de Villemagne (senza però sapere come si chiamasse) a Castel del Monte. Qualcuno mi aveva raccontato la storia di un francese che viaggiava a piedi e che si era rotto un braccio poco prima di arrivare in paese. Sulla piazza aveva chiesto l'indirizzo di un dottore ma era stato accompagnato dalla farmacista perché ormai in questi paesi il medico non c'è che qualche giorno per settimana. La sua frattura sembrava abbastanza grave e, dopo un passaggio all'ospedale di L'Aquila, era tornato in Francia per farsi curare. Ma François-Xavier de Villemagne è un ostinato (sembra che questa sia una qualità intrinseca ai viaggiatori pedestri ) e, pochi giorni dopo, era tornato in Abruzzo, riprendendo il suo periplo là dove l'aveva interrotto. Racconta nel suo libro che appena ritrovatosi sulle strade abruzzesi, un'automobilista gli aveva fatto cenno: era il dottore che lo aveva curato all'ospedale di L'Aquila, sorpreso di rivederlo da quelle parti mentre lo credeva in Francia.

François-Xavier de Villemagne ha un diploma di ingegnere e lavora in banca. Nulla di meno mistico dei dossier finanziari. Ma il suo lavoro lo ha portato in giro per il mondo ed è forse da qui che si è sviluppata la sua passione per i viaggi e per gli incontri.

Villemagne non fa trekking né sfide sportive. Quando decide di prendere un anno sabbatico e di partire per Roma ha in mente il Grand Tour. Vuole seguire le tracce di Goethe, di Stendhal e di tutti gli altri scrittori e poeti che hanno visitato e amato l'Italia. Scoprire i luoghi di Virgilio, quelli del Decamerone e il paese di Dante (la Divina Commedia sarà una delle sue letture durante il viaggio), ammirare le vestigia del passato e i paesaggi immaginati nelle descrizioni lette sui libri.

Ma non è solo l'aspetto culturale a guidare i passi del viaggiatore. Anzi, forse non è il principale.

Se non ci fosse stata, al termine del viaggio, la sede della Chiesa, la Santa Sede forse non mi sarei rimesso in cammino. È un pellegrino dunque. Anche se Villemagne è un po' reticente ad accettare il termine che, nel suo caso, considera riduttivo. Piuttosto, dice, è il richiamo di un'Italia sognata, congiunzione di desideri e di necessità a metterlo in strada. Ma in definitiva ciò che lo spinge a camminare è prima di tutto la sua ricerca spirituale e l'esigenza di approfondire la sua fede cristiana. Non è un caso se il suo precedente viaggio, anche questo raccontato in un libro: Pèlerin d'Orient, lo aveva condotto a Gerusalemme. 6400 chilometri in otto mesi, partendo da Parigi. Quando decide di partire verso l'Italia dunque, la destinazione è per lui evidente: sarà la tomba dell'apostolo Pietro a Roma. Ma a Villemagne non basta scegliere la strada più corta. Vuole uscire dei “sentieri battuti”, in questo caso la classica via Francigena. Per questo progetta un itinerario molto particolare.

Da Parigi, attraversa l'est della Francia e poi la Svizzera, non esitando ad una faticosa deviazione verso il Cervino per ammirarne la maestosa sagoma. Qui, passando il colle del Teodulo, sempre con ai piedi i suoi sandali, raggiunge il punto più elevato del suo percorso a 3316 metri. Visita il Sacro monte di Varallo Sesia e ne resta affascinato. Percorre la penisola restando il più possibile sugli Appennini, poi lascia la strada che lo avrebbe condotto direttamente a Roma per proseguire verso la Puglia, fino a Santa Maria di Leuca. È questo un obiettivo intermedio, quasi un pretesto per arrivare il più lontano possibile al limite della penisola: è infatti a Santa Maria di Leuca che, una delle tante tradizioni, situa il luogo in cui sarebbe sbarcato l'apostolo Pietro diretto a Roma. Da qui Villemagne risale verso Matera per poi attraversare la Campania, e arrivare a Roma da sud. Il suo motto è significativo: Scrivere. Viaggiare. Lavorare. In quest'ordine o in un altro. Poco importa. Mai l'uno senza l'altro. Blocco di appunti e matita in mano. Restare aggrappati alla terra e parlare del cielo.

Molti gli incontri fatti durante il viaggio. Villemagne, da buon pellegrino, evita il più possibile gli alberghi e gli ostelli. Ad ogni tappa cerca qualcuno disposto ad ospitarlo, non certo per parsimonia ma per incontrare nuove persone, condividerne qualche momento della giornata. Una pratica fatta di begli incontri ma anche di delusioni, davanti a rifiuti che provengono a volte proprio da coloro, -frati e suore nei conventi- che avrebbero dovuto essere più aperti e sensibili all'esperienza del viaggiatore che va verso Roma.

Il libro di Villemagne è un racconto che appare sincero, non imbellito e nemmeno edulcorato. Ciò può avere una conseguenza spiacevole: devo confessare di aver provato un certo imbarazzo quando, nel suo resoconto, lo scrittore, ospite in una famiglia, non esprime molta benevolenza verso aspetti che non gli sono piaciuti.

Villemagne era partito per ritrovare un'Italia sognata e nel suo viaggio il sogno della letteratura si è intrecciato con la realtà; questo però il viaggiatore, non certo neofita, lo sapeva già dall'inizio. L'arrivo a Roma è conclusione ma il ritorno al quotidiano di fa dolcemente perché la città da scoprire attenua il senso di vuoto che può sorgere al termine di una simile impresa.

Insomma -dice François-Xavier de Villemagne- ciò che mi piace nel viaggio è la promessa. Al limite, arrivare è ben necessario quando si è partiti. “Essere arrivati”, è probabilmente il peggio. E se preferisco il viaggio, è forse perché, sulla terra, le promesse sono raramente mantenute.

Pèlerin d'Occident, pubblicato in francese dall'editore Transboréal non è ancora stato tradotto in italiano.