La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



domenica 30 marzo 2014

Fratelli


Candido andò in America
Morì, e solo la fotografia della sua tomba
Tornò ai suoi vecchi.
Chissà cosa aveva trovato
A New York prima di finire
Sotto quella lastra bianca, in quel prato
Che si immagina verde come un prato americano.

Gustavo era andato meno lontano,
Tornò un giorno,
Portava una valigia riempita di pasta.
Lo si incontrava a passeggio
Con il suo cappello elegante
E il suo bastone.
Parlava molto, diceva di sapere
E i rudi abitanti non lo capivano.

Ettore non era mai partito
Aveva venduto il mulo e comprato un trattore,
Continuava a togliere pietre
Per piantare patate.
Ma non era contento
E il figlio lo sapeva bene,
Ogni giorno lo riscopriva.

E Caterina che da anni non aveva
Lasciato la sua sedia di vimini
Con i piedi accanto al braciere
Guardando al di là della porta aperta
Sperava che qualcuno portasse notizie.

mercoledì 19 marzo 2014

Beppe Fenoglio: Il Partigiano Johnny

Johnny sedeva e fumava al limite della pioggia. Fare il partigiano era tutto qui: sedere, per lo più su terra o pietra, fumare (ad averne), poi vedere un o fascisti, alzarsi senza spazzolarsi il dietro, e muovere a uccidere o a essere uccisi, a infliggere o ricevere una tomba mezzostimata, mezzoamata.* 
In poche righe de Il Partigiano Johnny è già evidente il carattere antiretorico della Resistenza descritta da Beppe Fenoglio.
Un'antiretorica che è nel contenuto ma anche nella forma, in una lingua inattesa e inaudita tra le voci del mondo letterario italiano dell'epoca.
Certo, è stato sottolineato, non si tratta che di un abbozzo, senza dubbio lo scrittore non aveva ancora terminato il suo lavoro e non l'avrebbe mai pubblicato così. Ma è forse proprio il carattere grezzo dell'opera a farne emergere la forza e l'originalità. Il testo, soprattutto nella prima parte, è inframezzato di termini, espressioni o intere frasi in inglese (una versione completamente in inglese fu trovata tra le carte) e non si sa se Fenoglio avesse voluto lasciarli in una stesura definitiva: aveva detto, forse non per scherzo, di scrivere in inglese e poi di tradurre in italiano. Ma gli intarsi in inglese non sono la sola particolarità della prosa di questo libro. Fenoglio inventa neologismi, crea da verbi aggettivi e sostantivi o viceversa. Scuote la sintassi, anticipa l'aggettivo, creando un ritmo sorprendente e inaspettato. A più di cinquant'anni dalla sua scrittura, Il Partigiano Johnny colpisce innanzitutto per una prosa fuori dagli schemi che si dispiega in uno stile personalissimo e inconfondibile. È una lingua nuova, nel senso tutto materiale dell'espressione, creata dall'autore e che non assomiglia a nessun'altra:
Guadagnò la breccia, s'inerpicò per il suo coloso sentiero e fu sulle falde della gigantesca, mammutica collina di Mango. Ondosamente incombevano su lui i boschi neri, come carboniosi, e gli aperti, sfuggenti prati, su alcuni dei quali stavano greggi al pascolo, apparentegli così alti ed immoti come una torma di massi erratici arrestati da una mano miracolosa a mezzo dei vertiginosi pendii.*
Per molti versi autobiografico, il libro di Fenoglio è lontano dalla letteratura resistenziale a volte troppo celebrativa dell'immediato dopoguerra. La scoperta e la pubblicazione tardiva del testo furono forse un vantaggio per la sua ricezione; probabilmente la scelta badogliana di Johnny-Fenoglio avrebbe ispirato reticenze più forti in un periodo di speranze epocali che dava poco spazio alle sfumature. Lo scrittore, conservatore nell'animo, non è tenero con i partigiani comunisti.
Il libro fu pubblicato nel 1968, Fenoglio era morto cinque anni prima. Fu l'editore Einaudi ad occuparsene e non fu cosa facile. Tra le carte dello scrittore, si erano trovati due dattiloscritti le cui storie, entrambe incomplete e prive di inizio, si incrociavano. Con una scelta evidentemente (troppo?) arbitraria, i curatori, tra i quali Lorenzo Mondo, decisero di riunire parti delle due stesure per farne un unico racconto: il cambiamento di stile è abbastanza netto e evidente tra la prima e la seconda parte del romanzo.
Inventarono un titolo che mancava.
Mancava anche la data di stesura e un acceso dibattito si aprì subito tra chi collocava Il Partigiano Johnny tra i primi scritti di Fenoglio e chi lo considerava come il primo abbozzo di un grande romanzo sulla Resistenza ancora da completare. Nel 1978 Maria Corti pubblicò un'edizione critica dei due dattiloscritti e ancora negli anni '90 Dante Isella curò una nuova, diversa, edizione. È però la prima, quella del 1968 la versione di cui vi parlo.
Il romanzo si presenta come la ripresa di Primavera di bellezza, pubblicato nel 1959. Il protagonista, (che alla fine del precedente romanzo era morto), è ancora Johnny appunto, studente appassionato di letteratura inglese che decide di unirsi ai partigiani sulle colline delle Langhe.
Dopo una prima esperienza, conclusasi drammaticamente, tra i garibaldini comunisti, Johnny si unisce agli azzurri filomonarchici, più vicini alle sue concezioni ideologiche, partecipando alla effimera liberazione di Alba.
Le Langhe, e soprattutto Alba, sono al centro dell'universo di Fenoglio. Lo scrittore ha sempre vissuto nella città in cui era nato nel 1922 e se n'è allontanato solo per brevi periodi. Alba, dove lavorava in una ditta enologica, è anche il centro del suo mondo letterario. Fenoglio è tenacemente legato ad Alba, è là che scrive e di essa parla, della sua gente e delle sue colline. I suoi testi però sono lontanissimi da un eventuale regionalismo e non c'è nulla nei suoi romanzi del bozzetto paesano. Così è per esempio quando il narratore Johnny si sofferma ad osservare la città:
La città episcopale giaceva nel suo millenario sito, coi suoi rossi tetti, il suo verde diffuso, tutto smorto e vilificato dalla luce non luce che spioveva dal cielo, tenace e fissa e livida come una radiazione maligna. Ed il suo fiume – grosso, importante fiume, forse più grande di essa, forse beyond her worth- le appariva dietro, not fullbodied, unimpressive and dull come infantile riproduzione di fiume in presepio. E la mutilazione del ponte che lo varcava, lo squarcio delle bombe inglesi, faceva si che apparisse lampante la collimazione dello sporco cielo con lo sporco ponte. Johnny poteva quasi vedere il traffico del traghetto a valle del ponte; un frettoloso nasty traffico, necessitato da odiati bisogni, ammorbato dalla paura. E la campagna circostante partecipava di quello svilimento, priva del tutto del presmalto della imminente primavera. Oltre il fiume, nella campagna esemplare, gli alberi scuri e sinistri componevano una virgolatura imponente ma misteriosa sul disteso verde smorto, plumbeizzato.*
Johnny-Fenoglio non si considera un eroe e non aspira nemmeno a diventarlo. La sua scelta partigiana è prima di tutto una scelta etica. Si rende conto definitivamente della necessità dell'azione quando partecipa, con altri alla liberazione degli ostaggi, incarcerati dai fascisti come rappresaglia contro i giovani figli renitenti alle armi. Un'azione che all'inizio non è ancora presa di posizione: uno stuolo di ragazzi di una data città aveva fatto il diavolo a quattro unicamente per rimediare ad una porcheria consumata in una detta città.* Ma è in quel momento che il protagonista si rende conto che unirsi ai partigiani è per lui un dovere da compiere, non alla ricerca della gloria ma semplicemente per continuare a sentirsi umano.
La Resistenza è un'interruzione di quella che per lui era l'attività essenziale della sua vita: scrivere. E le due cose gli sembrano inconciliabili: La penna l'ho lasciata a casa e con essa sintassi e grammatica. Per tutto il tempo che starò qui non intendo stringere in mano che un fucile* risponde
 Johnny al capo partigiano che gli propone di scrivere per un giornale.
Sotto la forma del romanzo Fenoglio racconta la sua personale esperienza di vita tra i partigiani. È una vita raramente gloriosa, fatta di pioggia e di fango, di piccolezze umane e di lunghe attese, di paure e di morti poco gloriose: per incidenti stradali o scoppi imprevisti di ordigni. Anche i personaggi più nobili che il protagonista incontra muoiono sconfitti, senza gloria.
Il Partigiano Johnny ha come tela di fondo la Resistenza ma la storia che esso racconta assume un valore universale. Fenoglio ha scritto un libro che parla dell'umanità, delle sue lotte e delle sue debolezze. È stato detto con giustezza che la storia è quella dello scontro tra Achille e Ettore. E Fenoglio preferisce trovarsi dalla parte di Ettore.
Di quell'epopea storica lo scrittore non racconta la grandezza e l'eroismo, l'esultanza della primavera del 1945 ma preferisce parlare delle sconfitte, delle perplessità e delle incertezze dell'inverno che precedette la liberazione dal fascismo. Un tragico inverno segnato dal funesto proclama del generale inglese Alexander che chiedeva, incomprensibilmente, ai particigiani di abbandonare la lotta e di tornare a casa. La storia vissuta da Johnny non è un rettilineo cammino verso la libertà ma è fatta di tortuose svolte, di dubbi, incomprensioni e drammi.
Fu l'esperienza partigiana che permise a Fenoglio di affermare la sua vocazione per la scrittura. Un'esperienza però che, indipendentemente da questo dato, fu un momento essenziale nella sua vita.
Non a caso volle, sulla tomba che lo accolse a soli quarant'anni, due aggettivi riuniti per riassumere il senso della sua esistenza: Partigiano e Scrittore.
*Beppe Fenoglio: Il Partigiano Johnny Einaudi 

venerdì 7 marzo 2014

Clemente Gemmano


Altro ci vorrebbe
Non solo luce parole e suono
Quando aspettando
A lungo
Passano strani e straordinari pensieri.
Come l'altro il giorno scorre
Finisce, con l'inatteso sole
E poi, ancora giorni
O solo ricordi.

martedì 25 febbraio 2014

Mariusz Wilk: Appunti di un lupo

Prendete delle placchette di ferro, dotate di fori per poterle infilare in uno spago e così tirarle fuori più facilmente dal bagno. Se ne siete sprovvisti, prendete delle vecchie serrature, vecchie chiavi o vecchie catene. Potete usare del ferro non corroso, ma certi preferiscono invece della ferraglia arrugginita, e anche le battiture che schizzano sotto il martello del fabbro. Mettete il metallo e le noci di galla pestate grossolanamente, in un recipiente nel quale si formerà l'acido gallico, che potrete usare per otto o dieci anni. Le noci di galla sono delle escrescenze dovute a particolari insetti, che si formano sulle quercie. Sceglietele con cura perché ce ne sono di dure, di verdi e macchiate, di scolorite. Pestate, spruzzate con acqua mischiata a kwas (o succo di cavolo marinato) e mettete da parte al riparo dalla luce, oppure immergete immediatamente il metallo nella soluzione. Versate poi nell'acido ottenuto un decotto di foglie di quercia, di ontano o di frassino. Strappate la corteccia a primavera, appena la linfa sale, e fatela seccare – la corteccia secca da una tinta più scura. Fate bollire fino a evaporazione in un recipiente di rame. Aggiungete del liquido e scaldate a fuoco basso fino ad ispessimento. Passate in un crivello e pressate. Poi passate in un setaccio più fine e pressate. Infine passate in una tela e pressate di nuovo. Versate quindi questo decotto nell'acido. Per ottenere sali ferrugginosi, aggiungete del miele, della birra d'orzo, o del vino, rosso di preferenza. Mettete il recipiente di tchernilo al riparo della luce e mescolate più volte al giorno. Il processo si effettua lentamente: contate tra i dodici e i quattordici giorni. Temperate con un decotto di luppolo per evitare la muffa. Se il tchernilo passa attraverso la carta aggiungete della gomma di ciliegio per indurirlo; se volete che scorra più facilmente sotto la penna, aggiungete dei chiodi di garofano o dello zenzero...
Questa ricetta di inchiostro (tchernilo) è tratta da un libro di ricette del XVI secolo. Gli scribi del monastero non erano autorizzati a prendere in mano una penna prima di aver fabbricato essi stessi il proprio tchernilo.

Mariusz Wilk, giornalista polacco nato nel 1955, fece parte dell'opposizione alla dittutura di Jaruzelski e finì anche in prigione. Nel 1991 si stabilì sulle isole russe di Solovki, nel mar Bianco, all'estremo nord del paese, dove restò sei anni. Per Wilk non si trattava di andare in volontario esilio ma, all'indomani del crollo dell'impero sovietico, di cercare un punto di vista emblematico per osservare e raccontare i cambiamenti della società.
Solovki è stata nel passato la sede di un importante monastero, meta di pellegrinaggio per gli ortodossi russi. Dopo la rivoluzione del 1917 divenne luogo di reclusione, uno dei primi gulag sovietici. In una serie di articoli pubblicati in Francia dalla rivista polacca Kultura, Mariusz Wilk (il suo cognome in polacco vuol dire lupo) ne ha descritto il paesaggio rude e affascinante, l'esistenza e il carattere del migliaio abitanti dalla vita inquieta e caotica.

lunedì 10 febbraio 2014

Luciano Bianciardi: La vita agra

E se ora ritorno al mio paese, e ci incontro Tacconi Otello, che cosa gli dico? Sono certo che nemmeno stavolta lui dirà niente, ma quel che gli leggerò negli occhi lo so fin da ora. E io che cosa posso rispondergli? Posso dirgli, guarda, Tacconi, lassù mi hanno ridotto che a fatica mi difendo, lassù se caschi per terra nessuno ti raccatta, e la forza che ho mi basta appena per non farmi mangiare dalle formiche, e se riesco a campare, credi pure che la vita è agra, lassù.

Erano già gli anni Sessanta, gli anni del miracolo economico e gli italiani sognavano l'utilitaria e il televisore. Le catene di montaggio delle fabbriche del nord correvano sempre più veloci. I contadini e i pastori del sud, abbandonavano già pieni di rimpianto la loro terra e partivano verso il promesso benessere del triangolo industriale. Il paese si trasformava a vista d'occhio; nelle periferie i palazzoni spuntavano come funghi nella notte, costruiti dagli stessi contadini meridionali trasformatisi in manovali. L'Italia agricola e sottosviluppata del dopoguerra vendeva ormai elettrodomestici al mondo intero, ricercati perché economici, grazie ai salari di miseria degli operai: a quel tempo turchi e bengalesi erano i nostri padri.
Tra gli intellettuali poche erano le voci critiche che, come Pasolini, denunciavano una corsa al progresso che era piuttosto corsa al profitto degli uni e all'alienazione degli altri.
E tra le poche, quella di Luciano Bianciardi è stata presto dimenticata. Solo nel 1993, grazie al saggio di Pino Corrias Vita agra di un anarchico, si è riscoperta l'importanza dello scrittore grossetano. Il titolo del saggio di Corrias è un evidente richiamo al romanzo che Bianciardi ha pubblicato nel 1962: La vita agra, riferimento doveroso dato il carattere ampiamente autobiografico di quest'ultimo.
La vita agra è la storia di un intellettuale che lascia la provincia grossetana per andare a Milano con uno scopo ben preciso: vendicare la morte dei 43 minatori di Ribolla, uccisi nel 1954 da un colpo di grisù nella miniera della Montedison. L'idea è di fare esplodere il torracchione, sede della società.
Ma le vita nella metropoli non è facile. Il protagonista deve fare i conti con una società che a poco a poco tenta di inghiottirlo. Si rende conto ben presto che il suo gesto isolato non avrebbe senso, solo una presa di coscienza e un'azione collettiva sarebbero efficaci.
La vita agra, -il titolo è un'evidente contrapposizione alla Dolce vita felliniana, uscita due anni prima- , è un libro vitale e sostanzioso, un testo che resta, a distanza di più di cinquant'anni di grande modernità anzi, a tratti, profetico. È l'espressione piena di un pensiero eretico: Occorre che la gente impari a non collaborare, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha.
Ma non e solo il contenuto a fare di questo romanzo un'opera importante. La scrittura di Bianciardi gioca a spiazzare il lettore fin dalla divagazione filologica di un incipit che si dilunga nella rievocazione del quartiere di Brera. Si diverte con sottintesi letterari che mettono a repentaglio le riminiscenze scolastiche del lettore, tra Manzoni (il securo napoleonico del Cinque maggio) e Cassola (si sa come son fatte queste ragazze di Bube), Carducci e Verga: (e sono capaci di mangiare vivo te con tutta la casa del nespolo).
E poi richiami storici più o meno velati come quello di Vittorio Emanuele III: quel gambecorte di un italiano rimasto sul trono cinquant'anni, ma cosa comandava quel poveretto sposato con la montanara pecoraia se a Roma c'era quell'altro, quello tutto nero, a fare e disfare ogni cosa.
E ancora accumulazioni di sinonimi, termini tecnici o dialettali, latinismi...
Bianciardi sembra irridere i manierismi e la ricerca dello Stile; fa l'occhiolino a Gadda, altro scrittore fuori dalle forme, e costruisce un romanzo in cui forma e contenuto operano concretamente nello stesso senso, nella stessa critica radicale al conformismo.
Paradossalmente il successo del libro, le interviste, la fama, furono fatali a Luciano Bianciardi. Lui che quando lavorava da Feltrinelli, era stato licenziato per scarso rendimento è ormai sotto i riflettori della celebrità. La società dei consumi che aveva voluto denunciare è riuscita a fagocitare il libro e il suo autore. Ritiratosi a Rapallo lo scrittore abbandonerà ogni velleità, morendo alcolizzato a soli 49 anni, nel 1971.

mercoledì 1 gennaio 2014

Albert Camus: Taccuini

Si tratta prima di tutto di tacere - sopprimere il pubblico e sapersi giudicare. Equilibrare un'attenta cultura del corpo con un'attenta coscienza del vivere. Abbandonare ogni pretesa e intraprendere una duplice opera di liberazione – dal denaro e dalle proprie vanità e bassezze. Vivere in regola. Due anni non sono troppi in una vita per riflettere su un solo punto. Occorre liquidare ogni stato anteriore e mettere tutte le proprie forze prima di tutto nel non disimparare nulla, poi, pazientemente, nell'imparare.

lunedì 23 dicembre 2013

Cesare Pavese: La luna e i falò

Sono colline le Langhe, ma che sentono già la montagna, soprattutto quando la nebbia ne gela le creste e si accumula nelle valli. I filari di vigna appaiono neri e contorti nella luce ovattata del pomeriggio. Tra le robinie qualche cornacchia svolazza gracchiando e scende quasi a sfiorare l'acqua del Belbo che sembra immobile. Uscendo dal paese di Santo Stefano, si passa sotto la collina di Gaminella una collina come un pianeta*, sulla strada che va verso Canelli. Dall'altro lato del fiume il pendio che risale è quello del Salto con le creste, coi grandi prati che sparivano sulle cime*. In basso, al fianco dello stradone* sul muro della casa in cui nacque, una lapide ricorda Cesare Pavese.
Sono i luoghi di molte pagine dell'opera dello scrittore ma soprattutto sono quelli dell'ultimo romanzo: La luna e i falò, pubblicato nella primavera del 1950, pochi mesi prima della morte.
Pinolo Scaglione, l'amico falegname la cui bottega era poco lontano dalla casa in cui lo scrittore aveva passato l'infanzia, glielo aveva suggerito: perchè non scrivi un libro su questi posti e Pavese gli aveva risposto che ci stava pensando. Così Pinolo diventò il Nuto del romanzo e lo accompagnò ancora una volta, forse l'ultima, sui sentieri e tra i campi, raccontandogli le storie recenti o più antiche -Te ne conto una-* che lo scrittore avrebbe trasformato nel libro.
L'ultimo romanzo di Cesare Pavese fu scritto in qualche mese, tra il settembre e il novembre del 1949 e concluse un periodo di intensa attività narrativa. Nel giugno dell'anno successivo lo scrittore riceveva il premio Strega per La bella estate, ultima apparizione pubblica prima della morte in una stanza d'albergo davanti alla stazione di Torino.
La luna e i falò è epilogo e sintesi dei temi pavesiani. Il dialogo è tra Anguilla, il trovatello tornato, con qualche soldo in tasca, a Santo Stefano dopo aver percorso il mondo e Nuto che invece il suo viaggio lo ha fatto tra i borghi e la fiere: Coi colleghi di banda che istruiva lui sotto una tettoia il sabato sera alla Stazione, arrivavano sulla festa leggeri e spediti; poi per due tre giorni non chiudevano più la bocca né gli occhi via il clarino il bicchiere, via il bicchiere la forchetta, poi di nuovo il clarino, la cornetta, la tromba, poi un'altra mangiata, poi un'altra bevuta e l'assolo, poi la merenda, il cenone, la veglia fino al mattino*.
Ma ora Nuto ha lasciato le feste e il clarino, ha ripreso la bottega del padre e provvede di bigonce e di torchi tutta la valle fino a Camo*.
Nuto è uomo che riflette, che conosce i suoi simili e che sa cos'è vivere. Non si è mai tirato indietro, neanche quando la guerra civile è arrivata in quei posti. Per Anguilla è un fratello maggiore, una guida: A me piace parlare con Nuto; adesso siamo uomini e ci conosciamo; ma prima, ai tempi della Mora, del lavoro in cascina, lui che ha tre anni più di me sapeva già fischiare e suonare la chitarra, era cercato e ascoltato, ragionava coi grandi, con noi ragazzi, strizzava l'occhio alle donne*. E l'amico sorprende Anguilla che non è più il ragazzino di un tempo, spiegandogli adesso che la terra bisogna ascoltarla, che c'è del vero nel mito del falò che rigenera i campi.
Questa è nuova - dissi-. Allora credi anche nella luna? La luna -disse Nuto-, bisogna crederci per forza. Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi. Una tina la devi lavare quando la luna è giovane. Perfino gli innesti, se non si fanno ai primi giorni della luna, non attaccano*.
Anguilla ha scoperto crescendo che al di là di quelle colline c'è un mondo più grande; che nemmeno il mare è confine. Il piroscafo lo ha portato in America e lui l'ha attraversata, fino alle rive di un altro oceano. Ed è laggiù che ha deciso di tornare indietro: Ero arrivato in capo al mondo, sull'ultima costa, e ne avevo abbastanza. Allora cominciai a pensare che potevo ripassare le montagne*. Non a casa, perchè la sua casa non sa dove sia, ma nei luoghi dell'infanzia, in quello che appare come un tempo se non felice almeno di speranze e di possibilità: Da quando, ragazzo, al cancello della Mora mi appoggiavo al badile e ascoltavo le chiacchere dei perdigiorno di passaggio sullo stradone, per me le colline di Canelli sono la porta del mondo*.
Ma il mondo visto con gli occhi di un ragazzo è scomparso con l'infanzia. Anguilla se ne accorge quando vede che i noccioli sulla collina di Gaminella sono stati tagliati. Non è che un dettaglio ma che sembra aprirgli gli occhi sulla realtà presente. Il casotto in cui aveva vissuto e ora occupato da gente ancora più misera. Valino, il mezzadro, sfoga la sua rabbia sulle donne e sul figlio. In Cinto, il ragazzino sciancato figlio del mezzadro, vede se stesso bambino: Cos'avrei dato per vedere il mondo con gli occhi di Cinto, ricominciare in Gaminella come lui, con quello stesso padre, magari con quella gamba - adesso che sapevo tante cose e sapevo difendermi. Non era mica compassione che provavo per lui, certi momenti lo invidiavo*.
Ma la storia finisce nel dramma, e un altro falò distrugge il casotto. Una possibile speranza rimane per Cinto che scampa al massacro e trova in Nuto un padre adottivo. Ad Anguilla non resta che una nuova partenza, un nuovo imbarco. Nella riva, degli uccelli facevano baccano e qualcuno svolava in libertà sulle viti. - Un fico me lo mangio,- dissi,- non fa più danno a nessuno-. Presi il fico, e riconobbi quel sapore*.
L'epilogo del libro è lasciato a Nuto che racconta la storia di Santa, la ragazza della Mora, spia dei fascisti, uccisa dai partigiani. Un altro falò che ha lasciato il segno sulle colline.
Sarà anche l'epilogo dell'opera narrativa di Cesare Pavese. Qualche mese dopo chiuderà il suo diario preannunciando il suicidio, il vizio assurdo che lo aveva accompagnato per troppo tempo: Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, amore, disillusione, destino, morte. Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.**
*Cesare Pavese: La luna e i falo'
**Cesare Pavese: Il mestiere di vivere