La luna e i falo'

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949



domenica 19 maggio 2019

Tiziano Terzani, Un indovino mi disse.

Dopo aver guardato nel mio passato, l'indovino parlò dei miei rapporti con i cinque elementi della natura: il fuoco, l'acqua, il legno, il metallo, la terra. “Tu ami il legno”, disse. È vero: appena posso mi circondo di oggetti di legno; fra tutte le essenze preferisco quella del legno di sandalo. “Sei felice se abiti non lontano dall'acqua.” È vero: a Singapore e a Hong Kong siamo sempre vissuti con la vista sul mare; in Italia, dalla casa di campagna, a Orsigna, si sente il fragore del torrente. Poi disse quella frase che avrebbe determinato la mia vita di un anno. “Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell'anno non volare. Non volare mai.” Poi, come una consolazione, aggiunse: “Se sopravvivi a un incidente aereo, vivrai fino all'età di ottantaquattro anni”.*
Vediamo nelle fotografie che lo ritraggono, come l’Asia ha cambiato Tiziano Terzani anche fisicamente, al di là del naturale e logico invecchiamento, trasformando la figura di un giovane e intraprendente giornalista in quella di un saggio, quasi un guru di quell’India che aveva amato e in cui aveva trascorso una parte importante della sua vita. L'aspetto fisico non è che la parte visibile di un'evoluzione intellettuale, diremmo quasi spirituale. Conoscere l'oriente ha portato Tiziano Terzani ad impregnarsi di quelle culture, tra loro diverse ma tutte ugualmente ricche e profonde, che permettono di relativizzare l'apparente predominanza della civiltà occidentale.
Nato in una modestissima famiglia, - fu solo l'insistenza di un professore delle medie a convincere i genitori di fargli proseguire gli studi - egli racconta che i suoi genitori dovettero comprargli a rate i pantaloni lunghi necessari per frequentare il ginnasio. Terzani era diventato giornalista per vocazione, una profonda vocazione che maturò col tempo; aveva rinunciato a un tranquillo e sicuro impiego alla Banca Toscana, suscitando così la perplessità dei genitori, per un ipotetico e incerto futuro che non si era ancora concretizzato. Fu grazie ad una borsa di studio che poté andare negli Stati Uniti dove, in California, studiò il cinese e dove, a New York, fece un breve ma significativo stage al New York Times. Finì poi per accettare un posto all'Olivetti di Ivrea dove ebbe la possibilità di viaggiare in tutta l'Europa, e poi, per la prima volta, in Asia. Tornato in Italia cominciò una carriera di giornalista ma sempre con il desiderio di diventare corrispondente in Asia. Fu in Germania al settimanale Der Spiegel che trovò una risposta positiva e uno sbocco alla sua passione.
Singapore, Hong Kong, la Cina, da dove sarà poi espulso, pagando così una libertà d’espressione che non poteva essere tollerata, la Thailandia, l’India, furono i suoi paesi di residenza ma anche d’adozione. Racconterà anche il Laos, il Vietnam, dove assisterà alla fuga degli americani e alla nascita della Repubblica Popolare.
Di tutti questi paesi osserverà con interesse ma anche con diffidenza, il passaggio dal mondo tradizionale e delle civiltà arcaiche, alla modernità; analizzerà i tentativi, a volte fallimentari, a volte catastrofici (come nella Cambogia dei Khmer rossi) di costruire un progresso fondato su società alternative a quelle occidentali, sarà testimone disilluso e amareggiato dell’affermazione di quella società consumistica fatta di omologazione e di infimo livellamento culturale.
Fu a Hong Kong che, nel 1976, consultando quasi per scherzo un indovino, quest'ultimo gli spiegò che, nel 1993 avrebbe rischiato di morire se avesse volato. Una profezia che Terzani prese con sufficienza ma che riemerse dai ricordi alla fine del 1992. Un po' per gioco – ma chissà fino a quanto – decise che non avrebbe preso l'aereo durante l'anno “pericoloso” e ne informò i responsabili del suo giornale che acconsentirono, con qualche comprensibile reticenza all'esigenza.
Questo libro è dunque la cronaca di quell'anno passato a percorrere via terra, soprattutto in treno, ma anche, difficilmente, via mare, migliaia di chilometri attraverso l'Asia, riscoprendo o scoprendone aspetti particolari e luoghi sconosciuti, osservando il mondo orientale più da vicino e sicuramente più nei dettagli di quanto si possa fare spostandosi in aereo.
Le navi sono uno dei più vecchi, più classici e più piacevoli modi di muoversi per il mondo. Purtroppo anche un modo che sta rapidamente scomparendo: un altro di quei piaceri che, per necessità di essere moderni, ci stiamo negando. Le navi esistono ancora; tutte hanno ancora delle cabine per passeggeri, ma le regole della burocrazia e delle assicurazioni le hanno rese inaccessibili.*
Memorabile fu poi il viaggio in treno, Bangkok – Firenze, intrapreso per l'annuale ritorno a casa, attraverso la Cambogia, il Vietnam, la Cina, la Mongolia, la Siberia: Adoro questo mescolarmi a una folla, questo diventare un viaggiatore qualsiasi, libero dal proprio ruolo, dall'immagine che uno ha di sé e che è a volte una gabbia stretta come quella del corpo; sicuro di non imbattermi con qualcuno con cui dover fare conversazione, libero di mandare al diavolo il primo che ci prova.*
Tiziano Terzani è stato giornalista ma soprattutto un eccezionale narratore, capace di coinvolgere il lettore nelle sue storie, pervase di autoironia ma soprattutto ricche di lucide analisi dell'animo umano e delle società in cui esso si esprime. Leggendole oggi ci rendiamo conto di quanto le sue premonizioni sull'evoluzione del mondo fossero spesso esatte e pertinenti.
*Tiziano Terzani, Un indovino mi disse Tea

venerdì 3 maggio 2019

Firenze

Non avevo mai conosciuto Firenze più se stessa, o in altre parole più piacevole, di come la trovai per una settimana, in quello splendido mese di ottobre. Sedeva nei raggi del sole sulle rive del suo fiume, come la piccola città gioiello che è sembrata sempre essere, senza commercio, senza altra industria che la manifattura di fermacarte in mosaico e di amorini in alabastro, senza attualità, né energia, né serietà, né nessuna di quelle rudi virtù che, nella maggior parte dei casi si giudicano indispensabili alla coesione civile; senza nient'altro che la piccola riserva immutabile dei suoi ricordi medievali, delle sue colline dai teneri colori, le sue chiese e i suoi palazzi, i suoi quadri e le sue statue. C'erano pochissimi stranieri; il detestabile collega di pellegrinaggio era raro, la popolazione autoctona essa stessa sembrava rara; i rumori delle ruote nelle vie non erano che occasionali; la sera, verso le otto, tutti erano a letto, e il passeggiatore sognatore, bighellonando sempre e sempre sognando, aveva il luogo tutto per sé – aveva le massicce masse ombrose dei palazzi, le tracce dei raggi della luna sul selciato poligonali, i ponti deserti, il giallo argenteo dell'Arno, il silenzio rotto solo dai passi di un ritorno a casa, non accompagnato da un frammento di canzone cantata da una calda voce italiana.
Henry James, Ore italiane.
Tappa fondamentale di un viaggio in Italia, Firenze ha ispirato innumerevoli scrittori e scrittrici. Ognuno ha raccontato la città con uno sguardo particolare, mai obiettivo ma sempre personale, a volte originale e affascinante, a volte carico di tutti gli stereotipi che l'Italia e gli italiani - ma senz'altro succede per ogni paese e per ogni popolo – hanno dovuto subire.
Henry James non evita lo scoglio, anche lui a momenti cerca la cartolina dell'Italia sognata ma sa andare oltre, sa raccontarci una città unica e che lo diventa ancor più sotto la sua penna.
Oggi è diventato quasi impossibile immaginare Firenze nella sua vita ordinaria, o allora bisogna allontanarsi dal monumentale centro città, bighellonare sì, ma tra le vie dei quartieri più popolari, magari oltrarno, dove ancora, forse, si fa la spesa nei negozi del borgo o ci si siede selle panchine dei giardinetti.
Saliamo fino a San Miniato ed entriamo nella splendida basilica che domina la città. Elegante nella semplice bellezza dell'arte romanica, San Miniato attrae probabilmente proprio perché sembra scevra della superbia cittadina.
Da qui il panorama è magnifico; riprodotto e raccontato in migliaia di immagini ma capace ancora di affascinare anche l'osservatore più distaccato.
Torniamo verso il centro attraversando l'Arno sul celebre Ponte Vecchio. Visto da fuori colpisce il suo aspetto singolare ma, osiamo dirlo: non bello.
Le costruzioni che lo compongono e che oggi ospitano gioiellerie e pelletterie, appaiono, soprattutto se viste da vicino, piuttosto scialbe e banali.

Passiamo accanto al Duomo, splendido nella sua maestosa imponenza, simbolo della ricchezza e dell'orgoglio incontenibile della città che ha inventato il Rinascimento.
Ci attardiamo davanti al battistero e alla sua Porta del Paradiso, opera maggiore di Lorenzo Ghiberti. Ormai i pannelli originali sono custoditi nel museo del Duomo e l'idea di ammirare delle copie toglie un po' di incanto all'opera.



Nonostante tutto non si può restare insensibili di fronte a tanta maestria. La bravura dell'artista, la profonda conoscenza della prospettiva, la capacità, con un solo dettaglio - il personaggio che “esce” dal quadro e sembra voler eliminare il confine tra realtà e rappresentazione – meritano una sosta prolungata e invitano ad una visita al museo dell'Opera del Duomo per scoprire gli originali di questo capolavoro.

venerdì 19 aprile 2019

San Gimignano, Siena

Che brutta invenzione il turismo! Una delle industrie più malefiche. Ha ridotto il mondo a un enorme giardino d’infanzia, a una Disneyland senza confini. […] Perché in Asia un vecchio quando vede puntarsi addosso una macchina fotografica, si volta, resiste, cerca di nascondersi, si copre la faccia? Lo fa perché pensa che quella macchina si porti via qualcosa di suo, qualcosa di prezioso che non può ritrovare. E non ha forse ragione? Non è anche nell’usura di decine di migliaia di foto scattate da turisti distratti che le nostre chiese hanno perso la loro sacralità, che i nostri monumenti hanno perso la loro patina di grandezza?”*
È molto severo Tiziano Terzani quando esprime questo giudizio. In fondo è impossibile dargli torto anche se qualcuno avrebbe potuto ribattere che è un po’ paradossale criticare chi ha voglia di visitare luoghi sconosciuti e nello stesso tempo fare ciò per professione. E vero però che nel paradosso ci siamo anche noi che vorremmo viaggiare e scoprire e siamo delusi quando il posto è affollato da gente che ci assomiglia. E allora come fare? Rinunciare al viaggio e accontentarci dei libri scritti da altri visitatori? Tutto sommato non sarebbe forse una cattiva idea. Oppure possiamo cercare anche noi di evitare l'aereo, anche senza il conigli dell'indovino, e poi di percorrere questi luoghi con discrezione e rispetto, lasciando meno tracce possibili del nostro passaggio.
A San Gimignano il giovedì è giorno di mercato. Le bancarelle dei commercianti occupano la piazza principale, attenuano almeno un po’ quella sensazione di passeggiare in un museo a cielo aperto che probabilmente provano tutti coloro che visitano la “Manhattan del medioevo” come la presentano le guide.
Il luogo è una tappa obbligata per chi viaggia in Toscana; non passare da queste parti sembrerebbe una bizzarria.
In effetti il paese, conservato nella sua struttura essenziale come al XIV secolo, è certamente suggestivo e attraente. I palazzi, le torri e le piazze hanno un’uniformità che non è mai monotonia.
Certo i negozi dedicati ai turisti hanno quasi completamente sostituito quelli destinati ad una più banale vita quotidiana ma la loro presenza sembra meno aggressiva che in altri ambienti similari.
Anche fuori stagione, non mancano le comitive di ragazzini in gita scolastica né i gruppi più anziani. Sentiamo voci in spagnolo, inglese, tedesco; un viaggio in Italia è sempre un po’ tra cultura e cartolina.
Lungo il corso principale che attraversa la cittadina e, più discosto, tra le stradine che scendono e risalgono sui fianchi del colle su cui San Gimignano è adagiata, è piacevole camminare in un’atmosfera tranquilla e rilassante.
Soprattutto se ci allontana appena dal centro del paese, gli incontri diventano meno pressanti ed è possibile trovare spazi di silenzio inaspettati e belli.
Meno celebre del Duomo e della sua impressionante iconografia, discosta dal centro della cittadina, vicino al convento omonimo, è la chiesa di Sant’Agostino affacciata su una bella piazza. All’esterno domina il rosso dei mattoni di una struttura estremamente semplice e austera. L’interno merita sicuramente una sosta anche non troppo breve.
Sono pregevoli i dipinti che ornano la navata e aggraziata è la pala di Pier Francesco Fiorentino, pittore molto attivo in questa zona, dicono gli studiosi, alla fine del XV secolo.
Ma sono di Benozzo Gozzoli le opere più affascinanti. È da ammirare, nella navata, un affresco di San Sebastiano, questa volta non rappresentato nel momento del martirio ma mentre, con un ampio mantello, protegge la popolazione di San Gimignano dalla peste, simbolizzata dalle frecce scagliate da un dio in collera.
Sempre di Benozzo Gozzoli, nell’abside, è il ciclo con momenti della vita di Sant’Agostino. I volti, i paesaggi e anche gli animali, sono rappresentati con una maestria e una sensibilità che senza dubbio è già completamente rinascimentale ma che sembra non aver ancora perso la semplicità, quasi l’ingenuità dell’arte giottesca.




*Tiziano Terzani: Un indovino mi disse, TEA edizioni

sabato 30 marzo 2019

John Fante, La confraternita dell'uva


Dicono i critici che John Fante ha riscritto tutta la vita sempre lo stesso libro. È forse questa la prerogativa dei grandi scrittori che sono immersi in un mondo che li appassiona, li coinvolge e che in definitiva dà un senso alla propria esistenza.
Nato nel 1909 a Denver, Fante è un immigrato di “seconda generazione”. Entrambi i suoi genitori sono di origine italiana: lucana la madre, Mary Capolungo e abruzzese il padre Nicola che era nato alle pendici della Maiella, a Torricella Peligna, in provincia di Chieti. Ed è l'ambiente della diaspora italoamericana che lo scrittore descrive e racconta, quello della sua famiglia e di una comunità che vive tra le due sponde dell'oceano, quella americana dalla quale si sente ancora un po' estranea e l'altra abbandonata, di un'Italia rivissuta e reinventata come un mondo mitizzato.
Fante non è certo tenero con i suoi e soprattutto con suo padre. I conflitti tra genitore e figlio sono un momento centrale e ricorrente nelle sue storie. Malgrado ciò, è evidente il legame e l'affetto che egli prova per tutti i suoi personaggi e soprattutto per quelli che ritraggono i suoi genitori.
Il primo romanzo di John Fante, “La strada per Los Angeles, scritto tra il 1934 e il 1936, sarà pubblicato solo nel 1985 ma i due seguenti: “Aspetta primavera, Bandini” e “Chiedi alla polvere” avranno un notevole successo. Seguirà un periodo piuttosto lungo durante il quale lo scrittore interromperà la creazione narrativa per riprenderla solo nel 1952 con la pubblicazione di “Una vita piena”.
In realtà però, il riconoscimento letterario arriverà molto tardi e Fante dovrà, per racimolare un reddito più sostanziale, scrivere a malincuore sceneggiature per Hollywood, un ripiego per lui che era arrivato alla scrittura ammirando Dostoevskij.
A lungo è stato considerato, nel panorama letterario americano, come uno scrittore secondario, meno importante e quasi marginale rispetto ai grandi nomi del Novecento.
Fu Charles Bukowski nel 1978, entusiasta dopo aver scoperto il lavoro di Fante, (nel 1977 era uscito “La confraternita dell'uva”) a fare di tutto per fare ripubblicare i romanzi precedenti e a permettere di riconsiderare al suo giusto valore lo scrittore italoamericano.
La confraternita dell'uva” è ancora una volta una storia di famiglia e in gran parte, della sua famiglia. Il personaggio narrante è Henry Molise, scrittore affermato sulla cinquantina che vive a Los Angeles con la moglie Harriet. I due figli ormai grandi abitano già altrove. Henry è nato in una famiglia di italoamericani a San Elmo. Un giorno riceve una telefonata da uno dei suoi fratelli: i genitori, più che settantenni, hanno deciso di divorziare, o meglio è la madre, malgrado sia fervente cattolica e un po' bigotta, a voler scacciare il marito accusandolo di adulterio. Henry decide di partire per cercare di appianare le divergenze. “La confraternita dell'uva” è la storia di questo viaggio nei luoghi dell'infanzia, luoghi da cui il protagonista era fuggito, per evitare la vita che il padre muratore aveva previsto per lui.
L'età non ha certo migliorato il carattere del padre Nicholas, testardo e ubriacone, giocatore inveterato di poker, (perde sempre e dilapida i soldi guadagnati) ma anche appassionato muratore che ama mostrare le sue opere passeggiando per la cittadina. Che nessuno dei suoi figli avesse voluto continuare il suo mestiere era per lui una delusione cocente.
Era un montanaro degli Abruzzi, un osso duro, attaccabrighe, piccoletto, un metro e sessantacinque, largo come una porta, nato in una regione dell'Italia in cui la povertà era spettacolare come i ghiacciai, in cui tutti i bambini che superavano l'età di cinque anni vivevano fino a novantacinque. Mio padre e mia zia Pepina, che a ottant'anni abitava a Denver, erano i due soli sopravvissuti di tredici figli. Mio padre doveva la sua resistenza al suo modo di vita. Pane e cipolle, si vantava spesso, pane e cipolle: un uomo non ha bisogno di nient'altro.
Tutt'altro sono i pranzetti preparati dalla madre, capaci di esaltare lo spirito poetico del protagonista:
La cucina, il vero regno di mia madre, l'antro caldo della strega buona sprofondato nella terra desolata della solitudine, con pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna di erbe magiche, rosmarino e timo e salvia e origano, balsami di loto che recavano sanità ai lunatici, pace ai tormentati, letizia ai disperati. Un piccolo mondo venti-per-venti: l'altare erano i fornelli, il cerchio magico una tovaglia a quadretti dove i figli si nutrivano, quei vecchi bambini richiamati ai propri inizi, col sapore del latte di mamma che ancora ne pervadeva i ricordi, e il suo profumo nelle narici, gli occhi luccicanti, e il mondo cattivo che si perdeva in lontananza mentre la vecchia madre-strega proteggeva la sua covata dai lupi di fuori.
Venuto per riappacificare i genitori, Henry Molise scopre che non ce n'era bisogno e si ritrova coinvolto nelle peripezie del padre, tra i suoi compagni di bevute al “Caffè Roma” (la confraternita del titolo), tra le vigne di Angelo Musso, riverito produttore di vino, fino al cantiere di un affumicatoio che, ultima opera di Nicholas Molise, crollerà al primo temporale.
Così come i muri dell'affumicatoio crollerà Nicholas Molise, malato di diabete, per un coma etilico da cui non si salverà.
Finale malinconico e premonitore. Il romanzo si conclude con il funerale di Nicholas e nemmeno il pranzo preparato dalla madre riuscirà a risollevare totalmente Henry che comincia a preoccuparsi dell'ereditarietà della malattia: John Fante morirà di diabete l'otto maggio 1983.

Alle pendici della Maiella, Torricella Peligna, in provincia di Chieti, organizza ogni anno un appassionante festival letterario dedicato a John Fante: http://www.johnfante.org/
John Fante, La confraternita dell'uva, Einaudi


venerdì 15 marzo 2019

Erri De Luca, Il giro dell'oca

Ho un corpo e sono stato al gioco di viverci dentro. Che gioco? Il gioco dell’oca. Si tira un dado e ci si sposta in un circuito a spirale.
Erri De Luca centellina i suoi libri, anno dopo anno. Sono spesso esili volumi, non per questo meno profondi. Storie di personaggi che hanno vissuto e che osservano il mondo un po’ discosti ma sempre con acutezza; sullo sfondo, scorci di un'esperienza autobiografica che si fa luce, discreta, tra le righe. Un tratto autobiografico rivendicato. Egli si dice scettico davanti alla definizione di “autore”, di fronte ai “diritti d'autore” che pure gli danno di che vivere: C'è un malinteso, un'impostura da parte mia. Ma non ho voglia di chiarirla. Si presenta piuttosto come redattore di storie vissute, viste o sentite e che poi racconta, reinventando parole già dette. Non sono mie, appartengono alla vita e al vocabolario, io le metto insieme. Mi spetta il diritto di assemblaggio. Non è un caso – dice - se i suoi libri sono scritti in prima persona, la terza, quella che farebbe di lui uno scrittore, sarebbe troppo distante, straniera. E poi, in definitiva, preferisce considerarsi lettore piuttosto che scrittore. Non c’è miglior appagamento che tra le pagine di Dostoevskij.
Erri De Luca è uomo dalle molte vite. Nessuna però sembra aver mai rinnegato le precedenti. Militante politico, operaio, muratore, alpinista, umanitario nell’ex Jugoslavia, ognuna è legata alle altre, ne è la causa o la conseguenza. Ormai il giovane rivoluzionario ha assunto la fisionomia e la posa del vecchio saggio, anche se molto probabilmente rifiuterebbe l’epiteto. I tempi sono cambiati, sono lontani gli anni della battaglia fisica, della lotta collettiva per cambiare la società: gli anni Settanta, non di piombo ma anni di rame, raccontati in uno scritto omonimo, anni di connessione e di comunicazione tra gli esseri umani. Ma, ci sembra, non ci sono in lui né rimpianti né rimorsi. Una sconfitta vissuta in prima persona, quando i picchetti davanti alla Fiat Mirafiori annunciavano l’ultimo avamposto prima del deserto degli anni Ottanta, ma non l’abbandono di una riflessione e di una partecipazione che non si sono mai smentite, fino a confronti recenti con i tribunali.
I suoi libri sono snelli ma non per questo i testi in essi racchiusi sono gracili; al contrario, ogni frase, ogni parola pesa, appare scritta nella pietra, scavata con forza e sottratta a tutto quello che è accessorio. A volte emerge come sentenza, aforisma che impregna lo spirito del lettore, più spesso l'espressione si fa poesia che sembra secca nella scansione paratattica ma che ha la sua musicalità, quella di una prosodia che fluisce e scorre.
Nell’ultimo testo pubblicato “Il giro dell’oca”, questa carica poetica è ben presente, inonda il racconto e lo impregna, aprendo al lettore larghi spazi di riflessione ben al di là dell’esplicito.
La nota autobiografica si fa qui più precisa che in passato, “non un bilancio ma una ricerca interiore” ci segnala la nota dell’editore.
Il narratore evoca un figlio mai avuto, lo fa emergere e crescere dal passato. Come un singolare Geppetto, lo intaglia, gli dà forma e poi, a poco a poco, la parola. Leggevo il libro dove un uomo anziano inventa un figlio. È un falegname e se lo fa di legno. Gli piaceva l’idea di farsi dire babbo. Il monologo si trasforma in dialogo. Un tenue dialogo con questo figlio di poche parole. È il momento per raccontare una vita scivolata, fare riaffiorare ricordi di infanzia, brandelli di esistenza che sono diventati momenti forti, che hanno, a poco a poco, riempito il quotidiano. Ed è anche l’occasione per confrontare le proprie convinzioni con l’altro, di precisarle: le scelte politiche, l’interesse per le questioni metafisiche di un ateo che legge un passo della Bibbia ad ogni risveglio e che ha voluto studiare quei testi sacri nella loro lingua di origine.
E proprio la lingua infine, è elemento centrale per Erri De Luca, che pensa, parla e scrive tra Napoli e L’Europa e a cui il suo figlio interlocutore immaginario rimprovera di passare dalla mistica del vocabolario a quella della geografia. Egli che ribadisce più volte il ruolo della lingua materna, il Napoletano, con coi spera di dire addio al mondo, risponde con una frase scovata tra Dante e Proust: se fossi costretto all’esilio – dice - , non sarei esule, perché porto con me la lingua italiana che mi fa abitare ovunque.
Erri De Luca, Il giro dell’oca Feltrinelli 2018

sabato 23 febbraio 2019

Nan Sheperd, La montagna vivente


Lo sguardo si perde lontano quando il paesaggio è aperto sull’orizzonte. A poco a poco i dettagli del modo che ci circonda perdono la loro nettezza e sono meno precisi. I contorni diventano più tenui e i colori si sfumano l’uno nell’altro creando altri toni, nuovi. L’occhio è attirato dalla lontananza, torna verso le cose più vicine e si riposa, poi si rituffa nello spazio vibrante nell’aria.
Per molti la montagna è una cima, una vetta da conquistare dopo una gara con se stessi. Per altri è un mondo, un libro-universo da leggere, nel quale immergersi, da osservare ma anche da sentire, annusare, toccare. Sono attimi di equilibrio e di appagamento che ognuno può provare. Ma bisogna avere le sensibilità di un poeta per poter raccontare e trasmettere le sensazioni che questo mondo ci fa sentire.
“La montagna vivente” di Nan Sheperd è in questo senso un libro unico. Nan Sheperd è una scrittrice scozzese la cui opera è profondamente legata alla regione dei monti Cairngorm. È qui che è nata e in questa regione ha vissuto, insegnando la letteratura inglese nel college di Aberdeen, lasciandola solo per i numerosi viaggi tra la Norvegia, l’Italia, il Sudafrica. Ad Aberdeen è morta, nel 1981. In realtà la sua opera letteraria si limita a tre romanzi pubblicati tra il 1928 e il 1933 e ad una raccolta di poesie pubblicata nel 1934 e che ha per titolo e tema sempre i monti Cairngorm.
Siamo nel nord-est della Scozia, “l’Artico della Gran Bretagna” come lo definisce Robert Macfarlane, anche lui scrittore scozzese e autore di une lunga e interessante prefazione al libro di Nan Sheperd. Una regione spazzata dai venti e nella quale crescono solo alberi nani che resistono con difficoltà alle tempeste invernali.
Scritto durante la Seconda guerra mondiale, “La montagna vivente” finì in un cassetto e fu pubblicato solo più di trent’anni dopo, nel 1977. L’editore a cui era stato proposto non aveva saputo catalogarlo: guida per escursionisti, racconto autobiografico, elegia poetica… Quando, dopo trent’anni, il libro trova infine un editore più disponibile, Nan Sheperd rilegge il suo testo e osserva che le cose in quell’ambiente sono cambiate. L’uomo è più presente ma nonostante tutto la sua presenza non ha modificato l’essenza di quei luoghi. Trent’anni sono molti nella vita di una persona ma sono un attimo per quelle montagne: leggendo di nuovo il mio manoscritto mi rendo conto che la storia dei miei traffici con una montagna è valida oggi come lo era allora.
Nan Sheperd ha percorso durante tutta la vita i monti Cairngorm, spesso da sola, scoprendone ogni volta aspetti nuovi e sorprendenti, stabilendo un dialogo mille volte ripreso e approfondito con quell’ambiente naturale.
I monti Cairngorm sono una massa di granito che si innalza attraverso gli scisti e gli gneiss che formano le più basse alture circostanti, appiattita dalla calotta di ghiaccio e spaccata, frantumata e spaccata dal gelo, i ghiacciai e la forza dell’acqua corrente.
Non è un massiccio come lo sono quelli alpini. Si tratta piuttosto di un vasto altipiano, interrotto da profonde valli scavate nel tempo dall’acqua e dal ghiaccio e che separano le “vette” di quella che è in realtà un’unica vasta montagna. L’altezza supera appena i 1200 metri ma la situazione geografica fa si che il clima sia estremamente severo e il paesaggio brullo. Solo i licheni e qualche arbusto si adattano alle rudi condizioni. Dall’altipiano lo sguardo si dirige piuttosto verso il basso, là dove i fiumi hanno scavato la roccia e dove scorrono con acque gelate e limpidissime. Un’acqua così chiara non si può immaginarla, bisogna vederla. Bisogna tornare ad osservarla, e tornarvi di nuovo, perché negli intermezzi la memoria si rifiuta di ricreare la sua brillantezza. Nan Shepeld riscopre ogni volta la sua montagna, ogni volta i suoi sensi rivelano nuove impressioni.
Mentre si sale, l’aria si fa più rarefatta e stimolante, il corpo sembra più leggero e ci si arrampica con minor sforzo, finché la legge che governa la salita di Dante al monte Purgatorio sembra diventare una verità fisica: Questa montagna è tale / che sempre al cominciar di sotto è grave; / e quant’om più va su, e men fa male.
 Nan Sheperd, La montagna vivente ed. Ponte alle Grazie 2018
in collaborazione con il C.A.I.

mercoledì 13 febbraio 2019

Gianmaria Testa, Povero tempo nostro.


Nel vacarme attuale, arriva, inattesa, la voce di Gianmaria Testa e ci racconta il mondo, cosi' come va.