giovedì 5 luglio 2018
Anne Le Maitre: Saggezza dell'erba
Gli
anni passano. Sui miei scaffali, quaderni e disegni si accumulano
come in cantina gli scarponi usati.
Ho
qualche cicatrice, ricordo di una spina o di un sasso. Ho il
polpaccio indurito e delle rughe agli occhi. Perché mentre facevo
il cammino, calcando la terra,
piegando l'erba, confermando con il mio passaggio il sentiero che
altri avevano seguito prima di me, nello stesso tempo il cammino mi
ha fatta. Mi ha graffiata, indurita. Ha dato al mio passo la cadenza
misurata del camminatore, ha affinato i sensi su cui conto per
trovare i funghi o la menta, per segnalarmi i cinghiali nella
boscaglia o il temporale sulla cresta. Mi ha screpolato il tallone e
la mia schiena si è incurvata sotto il peso dello zaino. Un po' di
terra sempre resta incollata alle mie suole.
Tanti
cammini frequentati così. Quanti chilometri, ore, giorni? Quanti
chili portati sulle spalle?
Niente
d'eccezionale, malgrado tutto.
Il
passo di un umano sulla Terra.
venerdì 22 giugno 2018
Peter Matthiessen, Il leopardo delle nevi.
Nella
notte chiara, le stelle brillanti scendono fino all'orizzonte e prima
dell'alba una striscia nera appare dietro i pini come se, al di là
della curva della terra, si potesse scorgere lo spazio infinito. Il
cerchio d'argento si muta in rosa, poi in bianco candido; il sole
accende il Churen Himal (7363 metri) e il Putha Hiunchuli, che è
esattamente 122 metri meno alto. L'aria è sonora. GS dichiara che
nell'est del Nepal, ai piedi dell'Everest, non ha visto niente che
valga lo spettacolo che ammiriamo dal nostro spiazzo, quasi
completamente circondato da alte guglie di ghiaccio.
Leggendo
il libro di Peter Matthiessen si dimentica a volte che si tratta di
un racconto di viaggio. Lunghe parentesi di considerazioni
filosofiche e di digressioni sulle religioni orientali, spunti di
riflessioni autobiografiche, analisi etnologiche interrompono la
progressione, o piuttosto il resoconto della progressione tra le
montagne del Nepal. Peter Matthiessen e George Schaller sono diretti
nella regione del Dolpo, una delle più segrete del Nepal, centro
vivo del buddismo e delle sue esperienze mistiche più profonde,
originarie del Tibet. In passato infatti, abbandonata la loro terra
d'origine sotto occupazione cinese, i monaci si erano rifugiati tra
queste montagne himalayane, trovando qui pratiche religiose
sciamaniche più antiche che si perpetuavano in monasteri praticanti
il rito bon.
Peter
Matthiessen ha lasciato in America quattro figli, tre già grandi ma
l'ultimo, Alex, di solo otto anni. Viaggerà sempre con il senso di
colpa provocato da questo provvisorio ma lungo abbandono.
La
moglie è morta prematuramente, l'anno precedente, e per lui che
pratica già da tempo il buddismo zen, questo viaggio verso le
Montagne Celesti è un po' come un antidoto alla depressione.
Parte,
nel settembre del 1973, al seguito dello zoologo George Schaller per
una spedizione che ha come scopo l'osservazione del bharal,
la “pecora blu” dell'Himalaya, e
del fantomatico leopardo delle nevi, animale quasi leggendario,
raramente avvistato, ma la cui presenza tra queste montagne sembra
confermata.
Partiti
da Kathmandu, i due raggiungono in fuoristrada Pokhara, duecento
chilometri ad ovest, ultimo
bastione del mondo moderno.
Da qui comincia la loro marcia. Quattrocento chilometri a piedi per
quello che è anche un viaggio nel tempo. Dice Matthiessen: in
un giorno di cammino abbiamo percorso dei secoli.
Il
percorso verso le valli più nascoste del Dolpo è lungo e difficile.
Si sale verso valichi altissimi fino al Kang
La a quasi seimila
metri di quota, dominati da massicci
immensi
come l'Annapurna e
il Dhaulagiri a più di ottomila metri.
Si
devono attraversare torrenti in piena, bisogna
arrampicarsi
tra rocce e tronchi sradicati e trasportati da torrenti impetuosi
che
scendono dai ghiacciai. I
due sono
accompagnati
da sherpa e da abitanti del luogo che salgono tra le rocce, lungo
impervi sentieri con il loro carico tenuto alla fronte da una
cinghia. È autunno e la neve comincia a cadere a quote relativamente
più basse, altrimenti sono le ultime piogge dei monsoni a rendere
non proprio allegro
e ridente, nella
prima parte del viaggio, il paesaggio circostante. I villaggi sono
poveri, a volte miserabili e la
scoperta di
questa miseria non lascia indifferente Matthiessen che racconta
incontri sconvolgenti
di fronte ai quali è difficile trovare il buon atteggiamento: Una
bambina con le gambe difformi e inutili si trascina sul pendio
all'uscita del villaggio. Il naso contro le pietre, lo sterco di
capra, i rivoli di acqua fangosa, si arrampica come un grillo ferito.
Noi esitiamo, vergognandoci dei nostri solidi polpacci: lei se ne
accorge e alza verso di noi i suoi occhi limpidi, senza amarezza; la
compatiamo ancora di più perché è graziosa. GS spiega con un tono
turpe che nel Bengala i mendicanti spezzano le ginocchia ai figli per
renderli più pietosi:
è il modo che ha di esprimere la sua emozione. Ma la bambina che
giace ai nostri piedi non è una mendicante; è solo una bambina che
osserva con curiosità dei grandi stranieri bianchi.
Il
gruppo arriverà al monastero Skey, sulla montagna di Cristallo il
primo novembre 1973 e
resterà sul posto una
quindicina di giorni. I due
viaggiatori avranno modo di osservare a lungo e anche da molto vicino
i bharal che sembrano abbastanza numerosi. Le osservazioni
scientifiche occupano una buona parte del loro tempo ma Matthiessen
è interessato soprattutto
alla pratica della
meditazione e dall'incontro
con il Lama del monastero che si è ritirato in un eremitaggio ancora
più isolato. Karma Tupjuk è un monaco di cinquantadue anni, da
tempo si è appartato
in questo luogo
e dice di sperare
di restarvi fino alla fine dei suoi giorni. L'artrite ha deformato le
sue gambe e si muove difficilmente con l'aiuto di stampelle. Ma
sembra felice; mostrando
le sue gambe difformi, senza traccia di autocompassione né di
amarezza, come se esse appartenessero a noi, leva,
aprendole, le braccia verso il cielo, le montagne coperte di neve, il
sole e i bharal danzanti e esclama: “Certo che sono felice qui! È
meraviglioso! Tanto più
che non ho scelta!”
All'alba del 18 novembre Peter
Matthiessent riprende il cammino verso Saldang, a nord est mentre
George Schaller resta ancora a Skey nella speranza di poter osservare
il leopardo delle nevi di cui per il momento non ha visto che
impronte sulla neve ed escrementi, religiosamente raccolti.
Per Matthiessent il viaggio
scientifico si è trasformato poco a poco in pellegrinaggio e il
fantomatico leopardo è diventato quasi un simbolo della sua ricerca
interiore. Il fatto di non averlo trovato è per lui un segno Ma
non sono pronto a mollare gli ormeggi, ecco perché non troverò la
soluzione al mio koan, perché non vedrò il leopardo delle
nevi, cioè non lo percepirò. Non lo vedrò perché non sono
pronto.
Il ritorno nel mondo sarà
difficile. Dopo aver vissuto quasi due mesi in un universo
completamente fuori dal tempo, lasciando il Dolpo Matthiessen sente
un profondo disagio fisico e psicologico dovuto probabilmente anche
al repentino cambio di altitudine. Inoltre niente è cambiato:
resto come prima preda delle avidità, dell'ego, delle emozioni,
degli eterni dettagli ossessionanti, delle irritazioni di questa
dolorosa rottura tra quello che so e quello che sono.
Ma poi ripensa alle parole del
lama Tupjuk della montagna di Cristallo, l'amore per quella vita che
d'altronde non si è scelta.
E Matthiessen si rende conto
infine che probabilmente la guida spirituale a lungo cercata era
accanto a lui; lo sherpa Tukten che lo accompagnato durante il
percorso e che, non a parole ma con i suoi gesti, con il suo
atteggiamento, con la sua semplice presenza sembra rappresentare la
messa in pratica dell'insegnamento del lama, non la saggezza unica di
un uomo ma l'espressione magnifica di ciò che l'umanità ha di
divino.
sabato 9 giugno 2018
Montepulciano, Siena
Zefiro già, di be' fioretti adorno,
avea de' monti tolta ogni pruina;
avea fatto al suo nido già ritorno
la stanca rondinella peregrina;
risonava la selva intorno intorno
soavemente all'ôra mattutina,
e la ingegnosa pecchia al primo albore
giva predando ora uno or altro fiore.
Bella
è la campagna in questa parte di Toscana. Dolci colline e borghi
sparsi qua e là, boschetti e vigne, campi di colza dal giallo
splendente e il verde argenteo degli olivi ben allineati sui pendii.
Le strade bianche serpeggiano in lontananza affiancate a tratti da cipressi. Montepulciano appare da lontano sul lungo colle che separa la val di Chiana da quella d'Orcia e già la sagoma dei suoi palazzi e dei campanili annuncia una città ricca e fiorente. Gli etruschi e poi i romani avevano apprezzato il sito e avevano fatto del luogo un centro adeguato e prezioso per controllare le importanti vie di comunicazione sottostanti.
avea de' monti tolta ogni pruina;
avea fatto al suo nido già ritorno
la stanca rondinella peregrina;
risonava la selva intorno intorno
soavemente all'ôra mattutina,
e la ingegnosa pecchia al primo albore
giva predando ora uno or altro fiore.
Angelo Poliziano, Stanze per la Giostra del Magnifico Giuliano
Le strade bianche serpeggiano in lontananza affiancate a tratti da cipressi. Montepulciano appare da lontano sul lungo colle che separa la val di Chiana da quella d'Orcia e già la sagoma dei suoi palazzi e dei campanili annuncia una città ricca e fiorente. Gli etruschi e poi i romani avevano apprezzato il sito e avevano fatto del luogo un centro adeguato e prezioso per controllare le importanti vie di comunicazione sottostanti.
Sono senz'altro i vigneti, produttori di un vino di qualità riconosciuta fin dal Cinquecento quando a Roma i papi bevevano il Rosso scelto e poi ai giorni nostri con il celebre Vino nobile ad aver fatto – e a fare ancora – la reputazione della città.
Arriviamo da via Calamandrei e ci fermiamo alla libreria Centofiori attirati dalla vetrina che espone un saggio sull'ironia di Giacomo Leopardi. Un libraio che espone un libro così non può essere malvagio! È il primo luogo da visitare in questa cittadina. Le librerie indipendenti sono ormai sempre più rare, bisogna essere appassionati e non solo commercianti per gestire posti simili.
E i piccoli locali di questa libreria sono una fonte di scoperte veramente inattese. Niente a che vedere con le insegne “supermercato dei libri” che ormai siamo abituati a vedere in quasi tutte le città. Risalendo verso il centro storico passiamo dalla Porta al Prato, che, fin dal Duecento, è il principale ingresso nella città. Da qui il corso attraversa con una lunga esse il cuore di Montepulciano.
Case eleganti, anche gentilizie, si succedono. Innumerevoli negozi vendono e propongono l'assaggio del vino anzi il wine tasting. Sì, perché si ha l'impressione che il pubblico da attirare sia straniero, soprattutto inglese.
Ed è l'inglese che frequentemente sentiamo parlare tra i passanti che risalgono o scendono la via centrale della cittadina.
Saliamo più in alto arrivando sulla Piazza Grande.
È considerata una delle piazze più belle d'Italia ed in effetti è veramente magnifica, un gioiello del Rinascimento, con il Palazzo comunale, il palazzo del Capitano, quelli delle famiglie Contucci e Nobili-Tarugi completamente rivestito di travertino, con un bel portico, il pozzo monumentale di Sangallo il vecchio.
All'interno del Duomo ci fermiamo davanti una Madonna col bambino del Quattrocento, fu dipinta da Sano di Pietro da Siena ed, per il posto in cui si trova è conosciuta come “La Madonna del pilastro”.
Continuiamo la nostra passeggiata scoprendo un bel panorama sulla valle sottostante. Più tardi, il sole che tramonta ci offre l'ultimo spettacolo della giornata.
sabato 2 giugno 2018
Hermann Hesse, Dall'Italia
Scrisse
Montaigne […] che viaggiare in terra straniera serve a fregare
il nostro cervello e a limarlo contro quello degli altri;
per Descartes, viceversa, secondo quel che si apprende nel Discours
sur la méthode il fine è di
poter conversare con gli uomini dei secoli andati.
Ecco già delineati così, nella cultura dell'Occidente, due modi di
intendere il viaggio abbastanza dissimili, ancorché complementari:
di chi cerca nel confronto con gli umori e il sangue caldo dei
contemporanei una verifica di sé e della propria identità; e di chi
insegue piuttosto delle pietre fra cui si aggira, le risonanze e
testimonianze superstiti delle epoche sepolte. Insomma , di chi
privilegia la società vivente e di chi si compiace del
pellegrinaggio e del colloquio con le reliquie.
Gesualdo
Bufalino, La luce e il lutto
1996
Tra i viaggiatori che si sono
confrontati a questa questione essenziale è certamente Hermann
Hesse.E per i lettori italiani, la pubblicazione nel 1990 dell'antologia Dall'Italia (l'ultima edizione è del 2013) è stato un nuovo tassello, importante, nella traduzione della ricca bibliografia dello scrittore tedesco ma anche uno strumento essenziale – e gradevole – per approfondire questa tematica.
Il volume raccoglie praticamente tutti i testi che hanno come tema - o anche solo come sfondo – l'Italia: diari di viaggio, lettere, poesie, prose brevi, racconti. Il tutto è preceduto da un'interessante e approfondita prefazione di Eva Banchelli, competente e attenta conoscitrice dell'opera dello scrittore tedesco.
Gli scritti raccolti nell'antologia vanno dai primi anni del XX secolo agli anni Sessanta ma sono per la più parte scritti giovanili e ci mostrano gli elementi della formazione culturale di Hermann Hesse e anche la sua progressiva emancipazione da un'educazione religiosa severa e rigorista.
Come lo ricorda Eva Banchelli, l'opera dello scrittore è legata e si nutre del suo interesse per l'oriente (basti pensare a Siddhartha o a Pellegrinaggio in oriente). È un mondo più mitico che reale; una nostalgia verso il sud del mondo, lo sguardo verso un universo che per lui rappresentava in qualche sorta un antidoto a quello severo e razionale delle società del nord. Ma nell'immaginario di Hermann Hesse un altro mondo esotico è da associare a quello lontano dell'India: quello dell'Italia, vista come culla della cultura ma anche come luogo, in una visione senz'altro romantica del passato, più vicino alla natura, alla sobrietà di una vita non corrotta dalla modernità, ad una ingenua ma sincera spiritualità.
Sovente entro per alcuni istanti nella stanza da letto dove è appesa alla parete la grande carta geografica dell'Italia, e con occhio avido sfioro il Po e l'Appennino, attraverso verdi vallate toscane, mi spingo dentro le insenature sabbiose della Riviera, celesti e gialle, lancio anche un'occhiata giù, verso la Sicilia, e finisco così per smarrirmi nei dintorni di Corfù e della Grecia. Buon Dio! Come sono vicine tra loro queste terre! E come si fa in fretta a essere ovunque! Fischiettando rientro nel mio studio, leggo libri superflui, scrivo superflui articoli e penso superflui pensieri.
Come Diceva Nicolas Bouvier: Crediamo di fare un viaggio ma ben presto è il viaggio che ci fa o ci disfa. Questo vale senz'altro anche per Hermann Hesse. I suoi diari di viaggio del 1901 e del 1903 descrivono, giorno dopo giorno, il suo desiderio di impregnarsi dell'atmosfera delle città visitate: Firenze, Pisa, Venezia, Genova, Bologna, Bergamo, ma soprattutto la sete, quasi frenetica, con visite ripetute e prolungate nei musei e nelle chiese, di ammirare e assimilare le opere d'arte studiate in passato sui libri. Ma vediamo poi che egli comincia ad interessarsi alle persone, non solo alle figure femminili spesso ammirate e descritte come incarnazioni di quadri celebri, ma anche alla gente comune, con cui cerca il contatto e il dialogo. Come quando, a Montefalco in Umbria, al termine di una giornata particolarmente uggiosa, cerca la compagnia della famiglia del locandiere, con la quale passa la serata: Poco dopo lasciai il cupo salone, troppo grande e immerso in un silenzio inquietante, e presi ad aggirarmi per la casa in cerca di calore. Trovai allora nella piccola cucina sul retro, l'oste, la moglie e il suo decrepito genitore comodamente accovacciati davanti al fuoco sfavillante dell'immenso focolare. Le fiamme guizzavano allegre e luccicanti e il loro fumo azzurrognolo si disperdeva nell'enorme voragine della cappa. Mi sedetti con loro su uno dei bassi sgabelli impagliati ad assaporare il piacevole calore e la luce tremolante delle fiamme che, giocando sulle pareti, destava un teatro d'ombre all'intorno e balenava qua e là sui recipienti di rame e di stagno.
Hermann Hesse si era recato a Montefalco sulle tracce dell'arte francescana. Perché il suo interesse per l'Italia non si ferma all'epoca rinascimentale e all'umanesimo; lo scrittore guarda più lontano, verso quel medioevo di spiritualità rappresentato con estrema energia e con vigore dalla figura di Francesco d'Assisi. Tra i testi dedicati al Poverello, epiteto che lo scrittore riprende considerandolo essenziale, troviamo due racconti e la recensione scritta nel 1905 per un'edizione in tedesco dei Fioretti “che, nonostante il loro contenuto religioso anticipando la letteratura novellistica italiana, rappresentano il monumento più bello e imperituro che un grande uomo abbia avuto nella letteratura del suo popolo.
Hermann Hesse non vedeva in Francesco d'Assisi solamente l'artefice di una rivoluzione spirituale, per lui il Santo era anche l'iniziatore e il promotore, magari inconsapevole, di una trasformazione culturale. Lo hanno magnificato soprattutto gli artisti per i quali egli è stato fonte di liberazione e di risveglio.[…] Non sarebbe difficile dimostrare il vastissimo influsso esercitato da Francesco in molti campi dello spirito e della bellezza. Grazie a simili grandi uomini, la cui immagine e la cui memoria viene continuamente coltivata e arricchita con fervente amore da tutto un popolo, l'arte ha in ogni tempo ampliato nuovi orizzonti e ricevuto nuova linfa.
Lo scrittore non va più lontano dell'Umbria. Per molti versi segue il percorso del Grand Tour effettuato nei secoli precedenti dai giovani aristocratici dell'Europa del nord, anche se Roma, meta privilegiata di quegli amanti del mondo classico, non sembra far parte delle sue priorità.
Certo non manca di far suo qualche stereotipo relativo al Bel Paese ma la sua passione è sincera e la sua conoscenza profonda. Hesse si trasferì a Montagnola, nel Canto Ticino a partire dal 1919 e là restò fino alla morte nel 1962. Per lui la valle del Ticino era già il sud, la porta di quel mondo che aveva tanto amato.
venerdì 1 giugno 2018
Abbazia di Sant'Antimo, Siena
Nel territorio di Montalcino è l'abbazia di Sant'Antimo. Sorge nella valletta in cui scorre lo Starcia, un torrentello che poco più lontano raggiunge l'Orcia.
È
un luogo veramente suggestivo e piacevole. Alberi di differenti
essenze: cipressi, ulivi, quercie, arbusti e fiori animano il
paesaggio e fanno da corona all'antico edificio.
Su uno dei colli circostanti il paesino di Castelnuovo dell'Abate sorveglia i dintorni.
Su uno dei colli circostanti il paesino di Castelnuovo dell'Abate sorveglia i dintorni.
La
fondazione del monastero è attribuita a Carlo Magno, nell'anno
ottocento. Probabilmente si tratta di una leggenda ma non troppo
lontana dalla verità: un diploma dell'813 dell'imperatore Ludovico
il Pio si stipulano nuovi privilegi per il monastero.
Di quel tempo restano, ancora oggi visibili, le vestigia del primo edificio religioso, la cosiddetta Cappella Carolingia, a fianco dell'attuale chiesa.
Di quel tempo restano, ancora oggi visibili, le vestigia del primo edificio religioso, la cosiddetta Cappella Carolingia, a fianco dell'attuale chiesa.
E
sembra che già i longobardi, nell'ottavo secolo, avessero fatto
edificare sul luogo del martirio di sant'Antimo di Arezzo, un
monastero benedettino.
È
però nel XII secolo che si costruisce la nuova chiesa, quella che
ancora oggi possiamo ammirare.
L'abate
di Sant'Antimo controllava e gestiva un cospicuo territorio che
comprendeva anche la città di Montalcino.
Fu quello l'apogeo per i monaci dell'abbazia, periodo di ricchezza e di abbondanza che durò un secolo. In seguito le ambizioni di Siena che voleva espandersi verso sud e le direttive papali causarono il rapido declino del cenacolo.
Sarà Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, fondatore di Pienza, a sopprimere l'abbazia nel XV secolo. I lunghi secoli di abbandono (il sito sarà anche usato nel XIX secolo come stalla) saranno interrotti solo negli anni 1980 quando una nuova comunità di monaci ha rioccupato il luogo.
Fu quello l'apogeo per i monaci dell'abbazia, periodo di ricchezza e di abbondanza che durò un secolo. In seguito le ambizioni di Siena che voleva espandersi verso sud e le direttive papali causarono il rapido declino del cenacolo.
Sarà Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, fondatore di Pienza, a sopprimere l'abbazia nel XV secolo. I lunghi secoli di abbandono (il sito sarà anche usato nel XIX secolo come stalla) saranno interrotti solo negli anni 1980 quando una nuova comunità di monaci ha rioccupato il luogo.
lunedì 14 maggio 2018
Ella Maillart, Oasi proibite
Nella
prefazione ad una ormai lontana riedizione francese di Oasi
proibite di Ella Maillart, il suo concittadino Nicolas
Bouvier (erano entrambi ginevrini) esprime la sua ammirazione per
questo libro: da vent'anni introvabile, è per me un capolavoro e
mi rallegro per la sua riedizione. La freschezza
coinvolgente dell'osservazione, una lingua estremamente precisa,
infine una filosofia del viaggio che permette all'autrice di
vivere la sua avventura senza volerla troppo governare,
sostituiscono proficuamente “la pretesa di
fare opera letteraria” e confermano la mia idea che si ha spesso
più profitto nel leggere dei viaggiatori che scrivono
che degli scrittori che viaggiano.*
È
in effetti un libro scritto con molta leggerezza, spesso con
autoironia, senza voler “fare letteratura” come sottolinea
Nicolas Bouvier; forse però sta proprio qui la sua qualità
letteraria: l'assenza di artificio, la naturalezza di uno stile che
appare semplice e spontaneo.
Ella
Maillart
aveva
32 anni quando, nel 1935, partì
per la sua avventura come
corrispondete del giornale francese Petit Parisien e
aveva già
un'eclettica esperienza
sportiva:
provetta sciatrice, giocatrice di hockey
su erba, alpinista, velista. In quest'ultima disciplina aveva
rappresentato la Svizzera
alle Olimpiadi del 1924 mentre
dal 1932 al 1934 aveva partecipato, sempre per i colori svizzeri,
ai campionati del mondo di sci. Nel 1930 aveva attraversato il
Caucaso e l'Asia centrale sovietica.
Ora la
sua idea era di raggiungere
quelle che erano all'epoca
le Indie britanniche partendo dalla
Manciuria, -
Manchukuo
stato
indipendente sotto controllo giapponese -.
Si trattava di attraversare
tutta la Cina da est verso
ovest fino alle più remote
province occidentali del paese, lo
Xinjiang, il turkestan
cinese, per poi, attraverso i
valichi del Pamir e dell'Himalaya,
passare nel Kashmir.
Migliaia di chilometri, percorsi ad una media di venti al giorno,
attraverso regioni difficilissime, assolutamente isolate dal resto
del mondo e i cui abitanti vivevano in condizioni praticamente
immutate dalla notte dei tempi. E per questo bisognava tra l'altro
superare, sempre a piedi, a cavallo o a dorso d'asino, il Gobi, il
deserto, che è in
effetti uno dei territori più aridi del pianeta. Nessuno, (in ogni
caso nessun occidentale) ripercorrerà mai più quel tragitto.
Un'impresa di per sé straordinaria ma resa ancora più difficile dal
contesto politico di quell'epoca. La Cina subiva pressioni e attacchi
da potenze coloniali e ribellioni interne che sembravano poter
smembrare il paese. I giapponesi avevano occupato la Manciuria e
creato uno stato vassallo, i sovietici che già controllavano la
Mongolia esteriore, cercavano di inserirsi tra le varie fazioni che
si combattevano nelle regioni musulmane, gli inglesi manovravano sul
Tibet per difendere i loro interessi, i francesi dall'Indocina
avevano delle mire sullo Yunnan, senza
dimenticare l'insurrezione comunista guidata da Mao.
Le enormi distanze e la difficoltà delle comunicazioni impedivano al
governo nazionalista di Chiang
Kai-shek basato a
Nanchino
di controllare o solo di conoscere in tempi ragionevoli la situazione
di tutte le province.
Ella
Maillart parte in compagnia dell'inglese Peter Fleming,
corrispondente del Times, viaggiatore, avventuriero, ma anche
spia al servizio del governo britannico. Peter Fleming non è altri
che il fratello di Ian Fleming e probabilmente è stato lui ad
ispirare molti aspetti del personaggio di James Bond.
Ella
Maillart descrive le regioni attraversate e gli abitanti: mongoli,
cinesi, tibetani, turkmeni. Incontri sovente inconsueti, con ricchi
principi locali o con poveri contadini o pastori e sempre la
difficoltà di comunicare in lingue sconosciute e di adattarsi a usi
e costumi particolari. Accoglienze calorose caratterizzate dalla
condivisione del té con il quale impastare le tradizionali
polpettine di farina d'orzo ma a volte anche perplessità, diffidenza
e sospetto inspirato da “occidentali”, scambiati per russi o per
giapponesi, provenienti da vie che nessuno percorreva mai. Giornate
interminabili sotto un sole implacabile verso punti d'acqua che
sembrano irraggiungibili. Anche gli animali: cammelli, asini o
cavalli, soffrono e succede che non sappiano più proseguire; bisogna
allora abbandonarli al loro destino.
E
poi, raggiunta un'oasi, l'attesa, a volte lunga - a volte in prigione
-, aspettando che un'”autorità” accetti di fornire un
lasciapassare per quegli strani viaggiatori che si dirigono verso
regioni in rivolta.
Tutto
questo racconta Ella Maillart e sempre con leggerezza. Nella sua
narrazione affiora un'attenzione e una certa empatia verso le persone
incontrate, un acuto senso d'osservazione che permette alla
viaggiatrice di tracciare in qualche frase ritratti colmi di umanità.
L'arrivo nello Xinjiang è
vissuto come il passaggio da un mondo ad un altro. Due civiltà
differenti: quella dei mongoli dove i morti sono abbandonati
all'aperto, lasciati agli uccelli predatori e quella musulmana dove
sono seppelliti.
Ecco
ad un tratto, sul culmine di una collina, cinque o sei
paletti sui quali delle code di Yak dondolano al vento: riconosco
alla prima occhiata la tomba di un musulmano, e si indovina la mia
emozione: siamo nel Turkestan. Subito dopo, un cubo di terra secca
protegge un forno a pane... Del pane! Che cosa non darei perché
sostituisse i nostri vecchi biscotti induriti. Ma gli abitanti
hanno lasciato la valle dopo le rivolte recenti, ed è
il deserto che ci accoglie.
C'è
poi la seconda parte del viaggio. Dall'estremo occidente cinese verso
sud, sugli alti valichi del Pamir e dell'Himalaya verso il Cachemire
britannico. Il paesaggio cambia, si sale sui fianchi delle altissime
montagne, fino quasi a cinquemila metri di quota; gli animali
soffrono al punto che bisogna forare le loro narici perché possano
respirare.
Il
viaggio si conclude quando i primi pali del telegrafo annunciano il
ritorno nel mondo della modernità. Poi la conclusione con il volo
verso l'Europa, passando da una velocità di venti chilometri a
duemila chilometri al giorno.
E
l'arrivo in Francia. Improvvisamente capisco qualcosa: sento
adesso, con tutta la forza dei miei sensi e tutta quella del
mio intelletto, che Parigi non è niente, né la Francia, né
l'Europa, né i Bianchi... Una sola cosa conta, contro ogni
particolarismo, è l'ingranaggio magnifico che si chiama mondo.
*Esattamente
il contrario di quanto dicevo io qui.
sabato 5 maggio 2018
La val d'Orcia in Toscana
Nei
pressi di Siena è la val d'Orcia con il suo paesaggio conosciuto in
tutto il mondo, associato da molti stranieri al mito sognato del
viaggio in Italia.
Riprodotto all'infinito su calendari, ceramiche, affiche, è quasi uno stereotipo dell'idea di Toscana. Immagini da cartolina, inquadrate da molteplici punti di vista ma con il ripetersi di elementi essenziali: le colline, i casolari, i cipressi, i colori smaglianti dei fiori e dell'erba. Uno spazio dichiarato dall'Unesco “patrimonio mondiale dell'umanità”. Un universo vario e appagante anche nella coerente regolarità delle sue caratteristiche. Da queste parti passava – passa tutt'ora, riscoperta e messa in valore per i nuovi camminatori - la via francigena. Pellegrini e viandanti erano numerosi ad attraversare queste regioni, preannuncio esaltante della non più lontanissima meta romana. Un ambiente che ha ispirato in modo deciso gli artisti italiani del Rinascimento che, pur nelle regole imposte dai committenti, riservavano nelle loro opere uno spazio sempre più grande al paesaggio toscano, facendolo emergere da uno sfondo non più semplicemente decorativo. Ma il paesaggio toscano non è solo modello da copiare ma universo da creare; anche l'Unesco, nell'attribuzione del riconoscimento a cui abbiamo prima accennato, sottolineando il valore emblematico di questi luoghi, precisa come il loro stato sia frutto di un'idea rinascimentale di bellezza e armonia.
Riprodotto all'infinito su calendari, ceramiche, affiche, è quasi uno stereotipo dell'idea di Toscana. Immagini da cartolina, inquadrate da molteplici punti di vista ma con il ripetersi di elementi essenziali: le colline, i casolari, i cipressi, i colori smaglianti dei fiori e dell'erba. Uno spazio dichiarato dall'Unesco “patrimonio mondiale dell'umanità”. Un universo vario e appagante anche nella coerente regolarità delle sue caratteristiche. Da queste parti passava – passa tutt'ora, riscoperta e messa in valore per i nuovi camminatori - la via francigena. Pellegrini e viandanti erano numerosi ad attraversare queste regioni, preannuncio esaltante della non più lontanissima meta romana. Un ambiente che ha ispirato in modo deciso gli artisti italiani del Rinascimento che, pur nelle regole imposte dai committenti, riservavano nelle loro opere uno spazio sempre più grande al paesaggio toscano, facendolo emergere da uno sfondo non più semplicemente decorativo. Ma il paesaggio toscano non è solo modello da copiare ma universo da creare; anche l'Unesco, nell'attribuzione del riconoscimento a cui abbiamo prima accennato, sottolineando il valore emblematico di questi luoghi, precisa come il loro stato sia frutto di un'idea rinascimentale di bellezza e armonia.
In
effetti questo paesaggio in
cui la natura si lascia ammirare in tutto il suo splendore,
ha però ben poco di naturale. Campi coltivati, siepi, vigne e
uliveti, vie bianche che si snodano sinuose, ogni
elemento è il frutto dell'azione degli uomini che nei secoli - e
poi soprattutto dal Quattrocento
- hanno modificato e ricostruito spazi sottraendoli al bosco e alla
boscaglia.
Fino al cipresso, albero di poca utilità pratica, semplicemente decorativo, diventato quasi il simbolo di questa regione. Un paesaggio più che mai culturale dunque, nel senso che i latini davano a questo termine che inglobava quelle che erano secondo loro le attività essenziali dell'uomo civilizzato: coltura, cultura e culto. Un ambiente rappresentato in modo esemplare negli affreschi del buon e del cattivo governo che Ambrogio Lorenzetti ha lasciato al palazzo cumunale di Siena.
Fino al cipresso, albero di poca utilità pratica, semplicemente decorativo, diventato quasi il simbolo di questa regione. Un paesaggio più che mai culturale dunque, nel senso che i latini davano a questo termine che inglobava quelle che erano secondo loro le attività essenziali dell'uomo civilizzato: coltura, cultura e culto. Un ambiente rappresentato in modo esemplare negli affreschi del buon e del cattivo governo che Ambrogio Lorenzetti ha lasciato al palazzo cumunale di Siena.
Situati
quasi sempre sulle creste delle colline, alla ricerca di un riparo,
spesso effimero, da razzie di bande armate o di eserciti, i paesini
fortificati punteggiano qua e là il paesaggio.
Il rosso caldo delle mura in mattoni o di pietra rosata offre un piacevole contrasto con l'azzurro del cielo e il verde della campagna. Al centro dell'abitato è immancabile la chiesa con il campanile che domina l'abitato, indice puntato verso il cielo e più pragmatica torre di avvistamento. A volte un palazzo in granito, simbolo di ricchezza e di potenza, sospende il ritmo delle case con una nota più fredda ed austera.
Il rosso caldo delle mura in mattoni o di pietra rosata offre un piacevole contrasto con l'azzurro del cielo e il verde della campagna. Al centro dell'abitato è immancabile la chiesa con il campanile che domina l'abitato, indice puntato verso il cielo e più pragmatica torre di avvistamento. A volte un palazzo in granito, simbolo di ricchezza e di potenza, sospende il ritmo delle case con una nota più fredda ed austera.
Castelmuzio di Trequanda, luogo di produzione d'olio d'oliva, si presenta così come borgo salotto, con un impegnativo e quasi filosofico manifesto.

A Monticchiello, nel territorio comunale della celebre città ideale di Pienza, l'iniziativa culturale è più antica, risale al 1967 quando fu creato il Teatro povero, che con il museo popolare locale, aiutando gli anziani e promuovendo le iniziative culturali dei giovani, ha come scopo la salvaguardia di una piccola comunità contadina che non vuole scomparire e che ri ritrova attorno a progetti ambiziosi e sorprendenti qui.
San
Quirico d'Orcia più popoloso
ma con la tranquillità di un paesino, infine Montalcino,
mondialmente
conosciuta per il suo vino (Brunello
dai prezzi un po' essessivi).
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