venerdì 21 giugno 2019
Alexandra David-Néel, Una parigina a Lhasa
Per giorni
camminavamo nella semi-oscurità di fitte foreste vergini, poi, all’improvviso,
una schiarita ci svelava paesaggi che non si vedono che in sogno. Picchi
aguzzi, che puntavano alti nel cielo, torrenti ghiacciati, gigantesche cascate,
le cui acque gelate appendevano scintillanti drappeggi alle creste delle rocce,
tutto un mondo fantastico, di un candore accecante, sorgeva al di là della
linea scura tracciata dai giganteschi abeti.
Guardavamo quello
straordinario spettacolo, muti, in estasi, pronti a credere di aver raggiunto
il limite del mondo degli umani e di trovarci sulla soglia di quello dei geni.
Quello
che colpisce immediatamente, leggendo il libro di Alexandra David-Néel, è la
leggerezza.
La
leggerezza e la semplicità con cui la scrittrice ci racconta un’avventura
straordinaria, probabilmente il momento culminante di una vita altrettanto
straordinaria: a piedi dalla Cina a Lhasa la capitale del Tibet e poi ancora
per centinaia di chilometri, fino in India.
L’accesso
alla regione, sotto dominazione inglese, era vietato agli occidentali e i posti
di controllo sulle principali strade del paese, impedivano il passaggio a chi
non avesse una speciale autorizzazione. Nel 1924, Alexandra David-Néel fu la
prima donna occidentale a visitare quei luoghi e ad arrivare nella capitale,
sede del Dalai Lama “il pontefice del buddismo”.
Un
personaggio davvero eccezionale Alexandra David-Néel; cercando qualche dato
biografico si scopre il ritratto di un’orientalista,
tibetologa, cantatrice d’opera, e femminista, giornalista e anarchica,
scrittrice ed esploratrice, frammassone e buddista, lista che anche così
resta incompleta perché bisognerebbe almeno aggiungervi etnologa, linguista e
geografa.
La
sua lunga vita di esploratrice (visse più che centenaria, dal 1868 al 1969) era
cominciata a diciott’anni quando, in bicicletta, partì dal Belgio, dove la sua
famiglia risiedeva, per andare fino in Spagna. Interessatasi fin
dall’adolescenza alle filosofie orientali, si convertì al buddismo e non smise
mai, in seguito, di approfondire i suoi studi e le sue conoscenze in questo
campo, diventando senza alcun dubbio, uno dei più importanti eruditi in
assoluto, dal sapere veramente enciclopedico, riconosciuta come Bodhisattva Illuminata da alcuni lama tibetani.
Il
suo resoconto Viaggio di una parigina a
Lhasa: a piedi e mendicando dalla Cina all’India attraverso il Tibet, primo
volume di una trilogia pubblicata tra il 1926 e il 1933, tradotto in italiano
nel 1992, racconta la genesi e il compimento di questa lunghissima escursione e
si chiude, dopo otto mesi di cammino tra le montagne tibetane, con l’arrivo a
Lhasa e con la descrizione della città, della sua società e dei suoi riti.
L’esploratrice
era arrivata per la prima volta in oriente, nello Sri Lanka, a ventitré anni e
da allora non aveva smesso di percorrere le vie dell’Asia.
L’idea
di visitare il Tibet si era concretizzata nel 1912, dopo l’incontro con il
Dalai Lama, che in quell’anno risiedeva, in esilio a Kalinpong, nella regione
del Bengala.
Fu nel 1912 -racconta
l’autrice nella prefazione – dopo un
lungo soggiorno tra i tibetani dell’Himalaya, che gettai una prima occhiata sul
Tibet propriamente detto. La lenta salita verso gli alti valichi fu un incanto
poi, d’improvviso, mi apparve l’immensità formidabile degli altipiani tibetani,
delimitati in lontananza da una sorta di miraggio sfumato, mostrando un caos di
cime lilla e arancioni coperte da cappelli innevati.
Che visione
indimenticabile! Il suo fascino mi ammaliò per sempre.
Il
progetto si concretizzò una decina di anni più tardi.
Impossibile
però di ottenere un permesso per visitare quel paese. Alexandra David-Néel
decise dunque di entrarvi clandestinamente, travestita da mendicante e
accompagnata de un giovane lama, Youngden, con il quale aveva già fatto molte
escursioni e che diventerà poi suo figlio adottivo. E il travestimento non sarà
solo esteriore. Alexandra David Néel sarà concretamente una mendicante,
adottandone le abitudini, le coercizioni e lo stile di vita.
Sarà
un viaggio lunghissimo ed estenuante, reso ancora più difficile dalla necessità
di non farsi riconoscere come straniera e di evitare i posti di controllo.
Salire fino a cinquemila metri di altezza, dormire all’aperto o sotto una
leggera tenda, camminare per 19 ore, con calzature spartane, nutrendosi di tè
al burro (alla maniera tibetana) e di un pugno di tsampa (farina d’orzo) e a
volte quando le provviste sono finite, senza mangiare e senza bere. Fu una
prova fisica straordinaria eppure mai, nel racconto che Alexandra David-Néel ci
propone, si sente il peso di questa fatica. Evidente è invece l’entusiasmo e la
passione che la guidano di fronte ad ogni scoperta, la capacità di affrontare
tranquillamente i momenti più difficili e le situazioni più complicate.
Era veramente una
cosa meravigliosa l’avere evitato tanti pericoli di diversa natura e di
ritrovarmi dove ero, nel Po Yul, esattamente come lo avevo progettato e sulla
strada di Lhasa.
martedì 11 giugno 2019
Volterra, tra etruschi, letterati e anarchici.
Volterra
è la più settentrionale delle grandi città etrusche del Tirreno. È
situata a una cinquantina di chilometri nell'entroterra su una
scogliera rocciosa esposta ai quattro venti, con una vista sterminata
sul mare dall'alto della valle del Cecina: a sud sopra altopiani e
vallate fino alle vette dell'Elba, a nord sulle vicinissime montagne
di Carrara, e verso l'interno, oltre le larghe colline dei
pre-appennini, fin nel cuore della Toscana.
A
Cecina si cambia treno e risaliamo lentamente i tornanti della valle
del fiume che porta lo stesso nome, una valle verdeggiante, romantica
e dimenticata nonostante tutto l'andirivieni degli antichi etruschi
e dei romani, dei volterrani medievali, dei pisani e di tutti i
traffici moderni. Tuttavia ora non c'è moltissimo passaggio.
Volterra è una specie di isola nell'entroterra, tuttavia stranamente
romita e torva.*
Fu
ne 1927 che lo scrittore inglese David
Herbert Lawrence arrivò
a Volterra. In un pomeriggio grigio
con folate di vento che venivano da ogni scuro crocevia della stretta
e dura città medievale.
Il clima non favorisce certo una prima impressione positiva e i
festeggiamenti per l'insediamento del nuovo podestà a cui Lawrence
assiste al suo arrivo non contribuiscono a migliorare il suo stato
d'animo.vedi qui
Tra
i colli
della Toscana, a metà strada tra Livorno e Siena ma in realtà in
provincia di Pisa, eccoci anche
noi nella
città di Volterra. Sì, città, perché malgrado i suoi 11000
abitanti che teoricamente definiscono piuttosto un grosso paese,
Volterra può, dal 2013, prevalersi di questo titolo, dovuto, dice la
notifica della prefettura di Pisa, a
una comunità che
ha saputo realizzare condizioni di benessere sociale ed economico
con il proprio operoso lavoro, frutto anche del patrimonio di
conoscenze, acquisito nei secoli, che ne fa, tra l’altro, la città
dell’alabastro.
Al
di là dell’aulica retorica, sempre un po’ ampollosa, con questo
epiteto Volterra si riallaccia a tempi lontani, al VI secolo a.C.,
quando l’antica Velathri
era effettivamente una delle dodici città della confederazione
etrusca.
Ma
una visita a questa affascinante località comincia ben prima
dell’arrivo nel paese. La strada che si snoda tra le colline è
certamente una delle più piacevoli e attraenti della Toscana.
Paesaggi dolci e armoniosi invitano a una sosta, lasciano vagare lo
spirito, appagano l’animo.
Oggi
la città si presenta sotto l’aspetto di un borgo medievale, ben
conservato e placidamente sonnolento nel primo pomeriggio.
Tra
le vestigia della potente città etrusca spicca la porta dell’Arco
che malgrado i rifacimenti successivi mostra ancora prepotentemente
l’imponenza della struttura originaria.
Le
vie della cittadina sembrano aver conservato un’atmosfera
tranquilla e quasi flemmatica. Gli alti palazzi lasciano nell'ombra la passeggiata pomeridiana ma qua
e là si aprono luminosi panorami sulla campagna sottostante mentre, in alto, imponente
e minacciosa la rocca domina l’abitato. È il Maschio,
adibito ancor’oggi a prigione.
Nel
passato il movimento anarchico, molto vivace in questa regione, ne
aveva fatto il simbolo della repressione politica, cantandolo anche
in una celebre canzone del repertorio popolare e che racconta la
vicenda
dell’anarchico
Cesare Batacchi, condannato per omicidio e riconosciuto innocente
dopo vent’anni di reclusione.
rinchiuso
là ni’ maschio di Volterra
e
un secondin mi viene a salutare
e
nella sua la mia destra mi serra.
E
mi disse:” Allegro, grazia la fanno a te,
tutti
i giornali parlano, combattono per te “.
” La
grazia l’accetterò se me la danno, coi miei diritti di buon
cittadino:
io
son rinchiuso qui da ventun anno, non vo’ mori’ co i’ marchio
d’assassino.
Se
gli innocenti li voglion qui serrar, e i nostri patimenti
chi
li compenserà?
Non
si può però passare a Volterra senza visitare il museo Guarnacci. E
lo facciamo anche noi, sulle tracce di Lawrence:
Veramente
è un museo pieno di attrattive e piacevole da visitare ma eravamo
capitati in una mattina di aprile tanto gelida da farmi sentire
vicino alla tomba più di quanto non mi sia mai sentito in vita mia.
Eppure quasi subito, nelle sale piene di centinaia di piccoli
sarcofagi, cinerari o urne, come vengono chiamati, l'energia della
vita antica cominciò a riscaldarci.*
In
effetti le urne sono innumerevoli. Classificate secondo il soggetto
del bassorilievo. Alcune dalla fattura molto semplice, altre veri
capolavori d'arte e di raffinatezza.
Arriviamo
infine all'opera che è senza dubbio il simbolo di questo museo e
probabilmente dell'intera arte etrusca: l'Ombra della sera. Una
scultura sorprendente e affascinante la cui modernità imprevista e
singolare ci invita a riflettere e a relativizzare l'idea di progresso dello spirito
umano.
*
D.H.Lawrence
Paesi
etruschi Nuova
immagine editrice 1985
sabato 1 giugno 2019
Castel del Monte
Quando
venni a Castel del Monte per la prima volta avevo cinque anni.
Abitavamo in un paese del nord dell'Italia dove mio padre lavorava in
una fonderia. Era un lavoro duro e faticoso e lui, che non era mai
stato molto robusto, era a quell'epoca magro come un chiodo.
Tornava
nel suo paese d'origine ogni volta che c'erano le elezioni comunali,
per votare ma anche per aiutare i suoi compagni di partito durante la
campagna elettorale.
I
suoi genitori e i suoi fratelli erano cattolici praticanti e avevano
sempre votato per la Democrazia Cristiana; lui era un po' la pecora
nera e la sua adesione al Partito Comunista aveva provocato, e
continuava a provocare, qualche malumore. Così il ritrovarsi in
queste occasioni era sempre, per lui e la sua famiglia, un misto di
gioia e di stizza.
Quella
volta aveva deciso di portarmi con sé e io scoprivo, con curiosità
ma anche con una certa apprensione, luoghi e volti che non conoscevo.
In
realtà in quel borgo c'ero nato, in una casa del "rione
orientale", nome misterioso che faceva pensare a un mondo di
favole. Me ne restava qualche immagine ma sicuramente era il
risultato dei racconti dei miei genitori e non dei miei ricordi
perché in realtà quando avevamo lasciato il paese non avevo ancora
compiuto due anni.
Arrivammo
nel pomeriggio, dopo un lungo viaggio in treno di cui non ricordo
granché. Solo forse l'immagine del mare, lungo la ferrovia, che
scoprii in quell'occasione.
Dopo
aver risalito, un po' arrancando, le pendici delle montagne, la
corriera ci aveva lasciato
sulla piazza, davanti ad una fila di anziani
seduti sugli scalini di un
bel palazzotto, uno a fianco
all'altro, come in attesa di uno spettacolo.
Il
cambiamento di temperatura mi aveva colpito, l'aria era fresca e le
nuvole basse incupivano la giornata. Ci addentrammo nel paese
passando sotto uno delle porte medievali. Si stavano rifacendo le
canalizzazioni e le vie erano
in cantiere. Fu allora che si sostituirono le antiche pietre
arrotondate dell'acciottolato con quelle squadrate e scure di porfido che
vediamo ancora oggi.
Nell'antica casa familiare il
camino era acceso e scoppiettante e la nonna stava seduta accanto al
fuoco. La scarsa luce del pomeriggio grigio entrava con fatica e solo
la fiamma dava un po' di colore all'ambiente.
Ero intimidito da persone che in
realtà non conoscevo se non attraverso il resoconto delle lettere
che arrivavano di tanto in tanto fino a noi lassù nel nord e
soprattutto dei pacchi, protetti da una tela cucita fermamente,
contenenti salsiccie e formaggio e che segnavano ogni anno l'avvento
delle feste natalizie.
Una
zia aveva preparato delle farfalline che mangiammo nel loro brodo di
gallina - mi si spiegò in quell'occasione che era il piatto ideale
per chi aveva viaggiato - e bevvi anche mezzo bicchiere di vino
( all'epoca penso fosse
abbastanza normale). Poi mio padre uscì, probabilmente per ritrovare
i suoi compagni e io restai con quelle persone quasi sconosciute,
esplorando con curiosità quell'antica casa piena di ripostigli e di
stanzette adibite a differenti usi: la legnaia, la cantina, la
dispensa...
I rari passanti, tutti conosciuti
dalla nonna, si affacciavano alla porta per un saluto, il più delle
volte declinando l'invito per la tazza di caffé e chiedento
informazioni sulla mia presenza.
Passò poi un contadino con un
mulo: portava il latte che attingeva in un mastello che la bestia
aveva al fianco distribuendolo casa per casa.
La
sera scese tranquillamente, a
quei tempi la televisione non
era ancora arrivata e anche le
onde della radio passavano
con fatica le spesse mura di quell'abitazione. Andai quindi a
dormire, un po' annoiato ma anche speranzoso nelle scoperte che avrei
fatto il giorno seguente. Il letto era accogliente e caldo, una zia
aveva appena ritirato uno strano attrezzo che avevo preso per una
slitta e che serviva per accogliere un bracere messo sotto le
coperte. Il fruscio delle foglie
di pannocchia che riempivano il saccone sotto il materasso di lana e,
più probabilmente, la fatica del viaggio mi conciliarono un sonno
quasi immeditato.
domenica 19 maggio 2019
Tiziano Terzani, Un indovino mi disse.
Dopo
aver guardato nel mio passato, l'indovino parlò dei miei rapporti
con i cinque elementi della natura: il fuoco, l'acqua, il legno, il
metallo, la terra. “Tu ami il legno”, disse. È vero: appena
posso mi circondo di oggetti di legno; fra tutte le essenze
preferisco quella del legno di sandalo. “Sei felice se abiti non
lontano dall'acqua.” È vero: a Singapore e a Hong Kong siamo
sempre vissuti con la vista sul mare; in Italia, dalla casa di
campagna, a Orsigna, si sente il fragore del torrente. Poi disse
quella frase che avrebbe determinato la mia vita di un anno.
“Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell'anno
non volare. Non volare mai.” Poi, come una consolazione, aggiunse:
“Se sopravvivi a un incidente aereo, vivrai fino all'età di
ottantaquattro anni”.*
Vediamo
nelle fotografie che lo ritraggono, come l’Asia ha cambiato Tiziano
Terzani anche fisicamente, al di là del naturale e logico
invecchiamento, trasformando la figura di un giovane e intraprendente
giornalista in quella di un saggio, quasi un guru di quell’India
che aveva amato e in cui aveva trascorso una parte importante della
sua vita. L'aspetto fisico non è che la parte visibile di
un'evoluzione intellettuale, diremmo quasi spirituale. Conoscere
l'oriente ha portato Tiziano Terzani ad impregnarsi di quelle
culture, tra loro diverse ma tutte ugualmente ricche e profonde, che
permettono di relativizzare l'apparente predominanza della civiltà
occidentale.
Nato
in una modestissima famiglia, - fu solo l'insistenza di un professore
delle medie a convincere i genitori di fargli proseguire gli studi -
egli racconta che i suoi genitori dovettero comprargli a rate i
pantaloni lunghi necessari per frequentare il ginnasio. Terzani era
diventato giornalista per vocazione, una profonda vocazione che
maturò col tempo; aveva rinunciato a un tranquillo e sicuro impiego
alla Banca Toscana, suscitando così la perplessità dei genitori,
per un ipotetico e incerto futuro che non si era ancora
concretizzato. Fu grazie ad una borsa di studio che poté andare
negli Stati Uniti dove, in California, studiò il cinese e dove, a
New York, fece un breve ma significativo stage al New York Times.
Finì poi per accettare un posto all'Olivetti di Ivrea dove ebbe la
possibilità di viaggiare in tutta l'Europa, e poi, per la prima
volta, in Asia. Tornato in Italia cominciò una carriera di
giornalista ma sempre con il desiderio di diventare corrispondente in
Asia. Fu in Germania al settimanale Der Spiegel che trovò una
risposta positiva e uno sbocco alla sua passione.
Singapore,
Hong Kong, la Cina, da dove sarà poi espulso, pagando così una
libertà d’espressione che non poteva essere tollerata, la
Thailandia, l’India, furono i suoi paesi di residenza ma anche
d’adozione. Racconterà anche il Laos, il Vietnam, dove assisterà
alla fuga degli americani e alla nascita della Repubblica Popolare.
Di
tutti questi paesi osserverà con interesse ma anche con diffidenza,
il passaggio dal mondo tradizionale e delle
civiltà arcaiche, alla modernità; analizzerà i tentativi, a volte
fallimentari, a volte catastrofici (come nella Cambogia dei Khmer
rossi) di costruire un progresso fondato su società alternative a
quelle occidentali, sarà testimone disilluso e amareggiato
dell’affermazione di quella società consumistica
fatta di omologazione e di infimo livellamento culturale.
Fu
a Hong Kong che, nel 1976, consultando quasi per scherzo un indovino,
quest'ultimo gli spiegò che, nel 1993 avrebbe rischiato di morire se
avesse volato. Una profezia che Terzani prese con sufficienza ma che
riemerse dai ricordi alla fine del 1992. Un po' per gioco – ma
chissà fino a quanto – decise che non avrebbe preso l'aereo
durante l'anno “pericoloso” e ne informò i responsabili del suo
giornale che
acconsentirono, con qualche comprensibile reticenza all'esigenza.
Questo
libro è dunque la cronaca di quell'anno passato a percorrere via
terra, soprattutto in treno, ma
anche, difficilmente, via mare, migliaia
di chilometri attraverso l'Asia, riscoprendo o scoprendone aspetti
particolari e
luoghi sconosciuti, osservando il mondo orientale più da vicino e
sicuramente più nei dettagli di quanto si possa fare spostandosi in
aereo.
Le
navi sono uno dei più vecchi, più classici e più piacevoli modi di
muoversi per il mondo. Purtroppo anche un modo che sta rapidamente
scomparendo: un altro di quei piaceri che, per necessità di essere
moderni, ci stiamo negando. Le navi esistono ancora; tutte hanno
ancora delle cabine per passeggeri, ma le regole della burocrazia e
delle assicurazioni le hanno rese inaccessibili.*
Memorabile
fu poi il viaggio in treno, Bangkok
– Firenze, intrapreso per l'annuale ritorno a casa, attraverso la
Cambogia, il Vietnam, la Cina, la Mongolia, la Siberia: Adoro
questo mescolarmi a una folla, questo diventare un viaggiatore
qualsiasi, libero dal proprio ruolo, dall'immagine che uno ha di sé
e che è a volte una gabbia stretta come quella del corpo; sicuro di
non imbattermi con qualcuno con cui dover fare conversazione, libero
di mandare al diavolo il primo che ci prova.*
Tiziano
Terzani è stato giornalista ma soprattutto un eccezionale narratore,
capace di coinvolgere il lettore nelle sue storie, pervase
di autoironia ma
soprattutto ricche
di lucide
analisi dell'animo umano e delle società in cui esso si esprime.
Leggendole oggi ci rendiamo conto di quanto le sue premonizioni
sull'evoluzione del mondo fossero spesso esatte
e
pertinenti.
*Tiziano
Terzani, Un
indovino mi disse Tea
venerdì 3 maggio 2019
Firenze
Non
avevo mai conosciuto Firenze più se stessa, o in altre parole più
piacevole, di come la trovai per una settimana, in quello splendido
mese di ottobre. Sedeva nei raggi del sole sulle rive del suo fiume,
come la piccola città gioiello che è sembrata sempre essere, senza
commercio, senza altra industria che la manifattura di fermacarte in
mosaico e di amorini in alabastro, senza attualità, né energia, né
serietà, né nessuna di quelle rudi virtù che, nella maggior parte
dei casi si giudicano indispensabili alla coesione civile; senza
nient'altro che la piccola riserva immutabile dei suoi ricordi
medievali, delle sue colline dai teneri colori, le sue chiese e i
suoi palazzi, i suoi quadri e le sue statue. C'erano pochissimi
stranieri; il detestabile collega di pellegrinaggio era raro, la
popolazione autoctona essa stessa sembrava rara; i rumori delle ruote
nelle vie non erano che occasionali; la sera, verso le otto, tutti
erano a letto, e il passeggiatore sognatore, bighellonando sempre e
sempre sognando, aveva il luogo tutto per sé – aveva le massicce
masse ombrose dei palazzi, le tracce dei raggi della luna sul
selciato poligonali, i ponti deserti, il giallo argenteo dell'Arno,
il silenzio rotto solo dai passi di un ritorno a casa, non
accompagnato da un frammento di canzone cantata da una calda voce
italiana.
Henry
James, Ore italiane.
Tappa
fondamentale di un viaggio in Italia, Firenze ha ispirato
innumerevoli scrittori e scrittrici. Ognuno ha raccontato la città
con uno sguardo particolare, mai obiettivo ma sempre personale, a
volte originale e affascinante, a volte carico di tutti gli
stereotipi che l'Italia e gli italiani - ma senz'altro succede per
ogni paese e per ogni popolo – hanno dovuto subire.
Henry
James non evita lo scoglio, anche lui a momenti cerca la cartolina
dell'Italia sognata ma sa andare oltre, sa raccontarci una città
unica e che lo diventa ancor più sotto la sua penna.
Oggi
è diventato quasi impossibile immaginare Firenze nella sua vita
ordinaria, o allora bisogna allontanarsi dal monumentale centro
città, bighellonare sì, ma tra le vie dei quartieri più popolari,
magari oltrarno, dove ancora, forse, si fa la spesa nei negozi del
borgo o ci si siede selle panchine dei giardinetti.
Saliamo
fino a San Miniato ed entriamo nella splendida basilica che domina la
città. Elegante nella semplice bellezza dell'arte romanica, San
Miniato attrae probabilmente proprio perché sembra scevra della
superbia cittadina.
Da qui il panorama è magnifico; riprodotto e
raccontato in migliaia di immagini ma capace ancora di affascinare
anche l'osservatore più distaccato.
Torniamo
verso il centro attraversando l'Arno sul celebre Ponte Vecchio. Visto
da fuori colpisce il suo aspetto singolare ma, osiamo dirlo: non
bello.
Le costruzioni che lo compongono e che oggi ospitano
gioiellerie e pelletterie, appaiono, soprattutto se viste da vicino,
piuttosto scialbe e banali.
Passiamo
accanto al Duomo, splendido nella sua maestosa imponenza, simbolo
della ricchezza e dell'orgoglio incontenibile della città che ha
inventato il Rinascimento.
Ci
attardiamo davanti al battistero e alla sua Porta del Paradiso, opera
maggiore di Lorenzo Ghiberti. Ormai i pannelli originali sono
custoditi nel museo del Duomo e l'idea di ammirare delle copie toglie
un po' di incanto all'opera.
Nonostante tutto non si può restare insensibili di fronte a tanta maestria. La bravura dell'artista, la profonda conoscenza della prospettiva, la capacità, con un solo dettaglio - il personaggio che “esce” dal quadro e sembra voler eliminare il confine tra realtà e rappresentazione – meritano una sosta prolungata e invitano ad una visita al museo dell'Opera del Duomo per scoprire gli originali di questo capolavoro.
Iscriviti a:
Post (Atom)




